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Zito, quando il Brasile iniziò a correre

Essere stato un mito per Pelé e Neymar non è da tutti. Basterebbe questo per far intuire la grandezza di Zito, il centrocampista del Santos e della nazionale brasiliana dei Mondiali 1958 e 1962, una delle poche qualificate di diritto per il bar dello sport sulla miglior squadra di calcio di tutti i tempi. Zito è morto a quasi 83 anni e una volta tanto i coccodrilli non servono a creare monumenti personali ma sono il pretesto per parlare di una squadra nata quasi per caso e che prima di vincere tutto non veniva considerata all'altezza delle Selecāo precedenti. Tutto nasce nel 1957 quando la CBD, l'antenata dell'attuale CBF, diretta da un emergente Joāo Havelange, decide dopo la deludente sconfitta in Coppa America con l'Argentina (quella degli angeli dalla faccia sporca Sivori-Angelillo-Maschio) di dare una svolta culturale al calcio brasiliano e mette in piedi un programma di valutazione fisica e medica che ha lo scopo di selezionare soltanto i più sani e forti fra i tanti talenti del Brasile. Il non detto di questo programma è che difficilmente saranno selezionati giocatori con un passato da bambini denutriti, quindi dei ceti sociali più bassi, a meno di non trovarsi di fronte a fenomeni indiscutibili. Il 25enne Zito, leader del Santos e straordinario recuperatore di palloni che in gestioni precedenti non avrebbe avuto spazio, è il prototipo di questo atleta ideale, ma anche giovanissimi come Altafini e soprattutto Pelé rientrano in questo nuovo modello di calciatore. Al selezionatore Vicente Feola vengono quindi imposti paletti ben precisi: mai più atleti scarsi, a costo di perdere qualità nel tocco. In preparazione al Mondiale di Svezia Zito è una riserva, nonostante il suo status nel Santos sia altissimo: per il giovane Pelé è un mito assoluto e quando alla prima trasferta lo mettono in camera con lui scrive una lettera a Gesù, ringraziandolo "Di avermi fatto giocare insieme al grande Zito". Il mediano la legge e si commuove, prendendo Pelé sotto la sua ala e difendendolo da qualsiasi forma di nonnismo. Nonostante gli input federali Feola è meno sensibile al fascino di Zito e per il suo 4-2-4 mutuato da Bela Guttman ad affiancare Didì in mezzo mette il futuro milanista Dino Sani, un bravo costruttore di gioco ma dall'atletismo brasiliano in senso deteriore. All'esordio nel Mondiale si vince facile con l'Austria, con doppietta di Altafini e gol di Nilton Santos. Contro l'Inghilterra Feola viene dalla federazione invitato a schierare Vavà, tecnicamente nemmeno nei primi venti centravanti brasiliani ma con grande forza fisica e senso del gol, però non cambia il centrocampo. Finisce zero a zero, con la stampa brasiliana che drammatizza tutto e prevede il solito triste finale. A questo punto Feola convoca una sorta di commissione interna, composta da Nilton Santos, Bellini e Didì e nella riunione trionfa la linea federale: escono di scena Joel, Altafini (in realtà ottimo atleta, ma ritenuto poco coraggioso) e Sani, vi entrano Garrincha, Pelè e Zito. Due fenomeni di velocità e tecnica, più un centrocampista che come cilindrata non avrebbe sfigurato nella Champions League di oggi e che per i canoni dell'epoca veniva con il suo 1,80 giudicato un gigante. Il resto è storia, come il fatto che il più grande Brasile di tutti i tempi nacque tradendo, in un certo senso, l'identità brasiliana. Twitter @StefanoOlivari