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La scomparsa di Milan e Inter

Ci aspetta un’altra settimana di inchieste e di dibattiti sulla crisi delle milanesi. A oggi, le due hanno messo insieme la miseria di 38 punti, appena tre in più rispetto alla sola Juventus. Il confronto con le altre città è addirittura imbarazzante: meno 17 da Roma, meno 13 dalla straordinaria Genova di questa stagione, meno 10 da Torino, sperando che il Chievo non prenda a correre sino a decretare il sorpasso di Verona. Lunedì, tanto per gradire, è in programma proprio la sfida tra Chievo e Inter.
Si lamenta da qualche parte la crisi della città, la fine più generale di un modello. A me l’accostamente pare non c’entrare nulla. Tra le mille difficoltà di un Paese che arretra in tutto, Milano è fra le poche città, forse l’unica metropoli, ancora in grado di giocarsela sul piano dell’economia e della cultura. Crea eventi, tiene aperto un ponte sull’Europa, da maggio si giocherà la storica carta dell’Expo, che tra scandali e polemiche porterà comunque centralità internazionale al capoluogo. Vedo una città in difficoltà, certo, più sporca e meno sicura, ma non vedo la fine totale di un ciclo come a Milanello o alla Pinetina.
La crisi del calcio è solo del calcio, dunque. E ha radici non troppo diverse. Per molti anni Inter e Milan hanno speso al di là delle loro reali possibilità, senza sviluppare nessun nuovo ricavo. Basti una cifra: tra il 2007 e il 2008, i primi due scudetti di Mancini sono costati un buco in bilancio di 360 milioni di euro, che divisi per stagione fanno 180 milioni di euro all’anno. Prendere Ibrahimovic, per capirci, ha avuto i suoi costi. Ma bastava lui a marcare il divario con il resto della Serie A, senza conteggiare il plotone argentino, i successivi Mourinho, Sneijder, Eto’o e compagnia cantante. Un modello di grande successo e insostenibile. Chi rimpiange ancora Moratti presidente, sappia che ha venduto per necessità, perché il club non sarebbe andato più avanti a quelle cifre. Idem il Milan, che produceva vittorie in campo e perdite enormi nel bilancio, anche se tutti – stampa in primis – si giravano dall’altra parte. Che articoloni per la Champions di Kakà, ovviamente da trattenere a furor di popolo. E che bello il sogno tricolore con Ibrahimovic (sempre lui, ovvio) e Thiago Silva.
E poi? Poi è arrivato il risveglio. Inevitabile. Ha iniziato il Milan. A Galliani hanno imposto la chiusura dei rubinetti e lui, con un po’ di mestiere e qualche contatto di buon livello, ha puntato sui parametri zeri, sperando di allungare il momento della verità, della bandiera bianca da alzare. Tutto inutile, come bacchettava la giovane Barbara Berlusconi, che sul piano sportivo tuttavia ancora non ha chiarito nulla. Stessa cosa all’Inter: via Ibra, via Eto’o, via Sneijder, poi via chiunque avesse anche un minimo mercato. Monetizzare.
Oggi i nodi sono venuti al pettine. I due club non hanno nulla da spendere e per me restano ancora inspiegabili i quattro milioni di euro all’anno dati a Mancini e da aggiungere ai tre e mezzo di Mazzarri. Il problema è l’allenatore o sono gli undici giocatori che vanno in campo? Mancini ha fatto un punto in tre partite, sin qui carino e tenero come non lo ricordavamo. Dall’altra parte Inzaghi ha fatto quello che ha potuto, aggrappandosi a un attacco che via via gli ha risolto qualche problema, ma non quello insormontabile di una difesa vecchia e scarsa.
Non servono simposi per guardare al drammatico oggi di Inter e Milan. Si fa prima a prendere l’elenco degli ultimi venti acquisti da una parte e dell’altra. Trovate un campione? No. Trovate un buon giocatore?
@matteomarani