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La camicia di Leonardo

Redazione

11 luglio 2013

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Leonardo è un uomo fortunato, uno di quelli nati con la camicia. Che non è solo un modo di dire, ma di essere: il suo modo di indossare la camicia bianca, con o senza giacca, ha conquistato donne ma anche miliardari interessati al calcio. E così da quando si è ritirato da giocatore, dopo una carriera ottima e limitata solo dagli infortuni, il suo presentarsi bene (senza ironia: nel calcio per essere considerato un genio basta mettere in fila dieci parole, ma in generale lui conosce davvero cinque lingue, diverse culture e molte altre cose) gli ha dato, nell'ordine, un ruolo dirigenziale al Milan, la panchina rossonera del dopo Ancelotti, quella interista del dopo Benitez, ma soprattutto l'incarico di plenipotenziario tecnico del Paris Saint-Germain degli Al Thani padroni di mezza Parigi e con budget no limits. Andiamo controcorrente dicendo che come allenatore Leonardo è piaciuto più che come dirigente. In panchina al Milan è arrivato terzo nella stagione prima dell'arrivo di Ibrahimovic, lo stesso piazzamento ottenuto da Allegri senza lo svedese. avendo oltretutto il problema di gestire il finale di carriera di alcune vecchie glorie. Nei sei mesi all'Inter fu artefice di una rimonta che quasi portò a uno scudetto, anche lì dovendo gestire una situazione difficile: giocatori che avevano appena vinto, un po' infortunati e un po' demotivati. Da dirigente è invece ingiudicabile. Al Milan contava pochissimo, era un amico-motivatore dei brasiliani, Kakà in testa, e poco più: del resto è da un quarto di secolo che lì conta solo Galliani, fra l'altro suo estimatore. Al PSG ha comprato il comprabile, senza manifestare particolari abilità in fase di trattativa, con il campionato vinto nell'ultima stagione che vale senz'altro di meno di quello perso nella precedente, quando l'esonero di Kombuaré primo in classifica a favore di Ancelotti gli si ritorse contro. Adesso dopo due anni da uomo più corteggiato del mercato mondiale, e soprattutto dai procuratori di giocatori della nostra serie A (Ibrahimovic, Thiago Silva, Pastore, Sirigu, Sissoko, Motta, Menez, Verratti, Cavani), sono arrivate le dimissioni: figlie della maxisqualifica di 14 mesi per aver dato una spinta a un arbitro, di un attacco concentrico dei media francesi poco entusiasti dello strapotere finanziario del PSG e della colonizzazione qatariota, della voglia di tornare in Italia per motivi personali e forse anche della necessità di ricevere qualche riconoscimento in un contesto più competitivo. Il primo che passa per strada sarebbe capace di spendere soldi non suoi, mentre anche da favoriti vincere sul campo ha un gusto diverso. Scommettemmo su una panchina italiana, magari non subito ma fra un anno. A volte ritornano...

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