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Redazione

15 maggio 2013

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Mai come quest'anno gli allenatori dominano il mercato. Da giorni si parla soltanto di spostamenti sulla panchina: Mazzarri che lascia il Napoli alla volta di Roma (o Inter). Allegri in procinto di rinnovare con il Milan, però a lungo inseguito dalla stessa Roma. Conte che dice ni alla Juve: felice di restare, ma a condizione di contare ancora di più in società. E poi il tormentone su Stramaccioni, la corte serrata di altri club a Montella, Pioli e Delio Rossi (confermato), il futuro napoletano di Benitez o Guidolin (non tralasciate Lopez del Cagliari), insieme a Ventura, Sannino e tutto il valzer di voci che si balla ogni mattina sulle prime pagine dei quotidiani. A me pare un fatto sorprendente, certamente da rilevare, poco indagato. Quasi non si parla più di calciatori, di top player, bensì solamente di allenatori. Anche all'estero: Ancelotti al Real, Mourinho al Chelsea, Moyes al Manchester United, Guardiola al Bayern, Spalletti, Wenger, Klopp. Aspettando di capire se Mancini finirà al Monaco. Non era usuale che il pallone si occupasse tanto di tecnici. Sino agli Anni 60 quasi non li si conosceva. Poi arrivarono Rocco e Herrera, di cui presto sarà allestita una bella mostra a Milano. Insomma, la fama dei coach è un fenomeno cresciuto in maniera esponenziale solo negli ultimi anni. All'allenatore si affida oggi uno spazio sacrale, un potere salvifico che nessuna altra figura del calcio possiede. Un tempo, per non retrocedere, puntavi sul centravanti da 15 gol, oggi i tifosi sono più attenti al nome dell'allenatore. Continuo a pensare che la percentuale di incidenza di un tecnico sia relativa. Trenta per cento del risultato? Influisce più nelle categorie minori che non nelle grandi squadre, dove si lavora in apnea tra campionato e coppa, limitandosi alla gestione dell'emergenza perenne. Ma allora perché d'improvviso gli allenatori sono diventate star? Al punto da sfornare biografie di grande successo, ultima in ordine di tempo quella di Antonio Conte. Penso e sono convinto che dipenda dalla tv. A un certo punto del rapporto tra pallone e tubo catodico sono affiorati in modo prepotente i tecnici: parlano alla vigilia, parlano soprattutto a fine gara. Dopo un match di Serie A, saltellando dalla D'Amico a Varriale, dalla Radio alle tv private, un tecnico parla per due ore di fila. Nessun altro lo fa. Nessun dirigente, nessun presidente (che lo desidererebbe), nessun calciatore. Oggi un club è rappresentato dal suo allenatore. Che se vince diviene onnipotente. Mi raccontano di uno che abbia chiesto giorni fa la testa del capo della comunicazione. È verosimile. Decidono del mercato, di molte strategie, forti del consenso popolare e dell'immagine, unico feticcio rimasto nella modernità. Ogni tanto ripenso a Radice, a Bagnoli: chissà cosa avrebbero fatto nei tempi della tv. twitter@matteomarani

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