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I motivatori di Guardiola

Tito Vilanova, Josè Mourinho, Michel Platini. Il Bayern Monaco deve ringraziare queste tre persone, per l'ingaggio dell'allenatore più desiderato del mondo: un Pep Guardiola che si godrà fino in fondo l'anno sabbatico insieme alla famiglia a New York e che da luglio guiderà la squadra più popolare di Germania con un contratto a scadenza 2016. I soldi, anche se tanti (8 milioni di euro netti a stagione) hanno avuto un'influenza minima sulla decisione del 42enne allenatore catalano: avrebbe guadagnato di più al Paris Saint Germain (dove Ancelotti 'alza' 13 milioni netti all'anno), al Manchester City o al Chelsea, per citare solo le squadre davvero in grado di proporgli qualcosa di interessante, anche se ovviamente si è letto per mesi che Guardiola sognava il Milan, la Roma e chissà chi altro. La sua prima idea per il dopo-Barcellona sarebbe stata una nazionale, l'aveva detto lui stesso, ma sarebbe sembrata quasi una fuga dal confronto con i grandi del presente e del passato. Vilanova, Mourinho e Platini, si diceva. Il suo ex assistente ha dimostrato che nel modello Barcellona l'unico insostituibile è Leo Messi. Pur dovendo fronteggiare un tumore e la conseguente chemioterapia, Vilanova sta guidando bene una macchina che non ha bisogno di piloti geniali ed ha lanciato più giovani di quanti ne abbia lanciati Guardiola al suo primo anno sulla panchina blaugrana. In altre parole, qualcuno in Catalogna inizia a pensare che sia stato questo Barcellona a creare Guardiola e non il contrario. Mourinho è Mourinho, archetipo dell'allenatore-motivatore in contrapposizione a quello filosofo-maestro di calcio: due stili che creano discussioni da decenni (il mitico dibattito uomo-zona altro non era che una trasposizione tattica di queste differenza umane), con i loro tifosi e i loro antipatizzanti. E' indiscutibile che il Barcellona del quadriennio di Guardiola abbia giocato un calcio più spettacolare di quello del Real Madrid di Mourinho, ma è altrettanto indiscutibile che l'allenatore portoghese abbia vinto in più ambienti diversi: fra le altre cose la Champions League al Porto (a 17 anni dalla precedente e con una squadra inferiore a quella dei Madjer e dei Futre) e all'Inter (a 45 anni dal precedente successo) o il massimo campionato inglese con il Chelsea dopo mezzo secolo. Insomma, Mourinho ha fatto bene ovunque e non a caso era in lizza per le stesse panchine per cui era in lizza Guardiola: difficile, anche per un 'finto prete' come Guardiola, non sentire il richiamo della sfida a distanza. E infine Platini. Il fair play finanziario imposto dall'Uefa, che diventerà totalmente operativo a livello di sanzioni solo nel 2017 ma che già ha creato vittime (Malaga) e condizionamenti (basti pensare al triste mercato dei grandi club italiani), è facilmente aggirabile e proprio il PSG tanto caro al figlio di Platini lo sta dimostrando, però in generale sta portando il baricentro del calcio europeo verso quelle società bene amministrate che puntano a vincere attraverso un progetto coerente e non comprando undici Ibrahimovic. Per questo il futuro è del Bayern Monaco, che fra l'altro ha conquistato l'ultima Champions nel 2001 (in finale a San Siro sul Valencia di Cuper) ed ha quindi un ambiente con i giusti livelli di fame e di attesa. Una grande sfida, che come tutte le sfide si può perdere e che quindi fa onore a Guardiola, quando sarebbe stato più comodo ritagliarsi ruoli da santone in qualche nazionale o da marchettaro in Qatar. Twitter @StefanoOlivari