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Il significato di Mourinho

Al di là dei giudizi sportivi e umani, il Triplete 2010 dell'allenatore portoghese ha cambiato la vita di almeno una tipologia di italiano: l'interista sui quaranta anni. Bambino con la Juventus di Boniperti, ragazzo con il Milan di Berlusconi e uomo nell'era Moggi...

Redazione

28 dicembre 2010

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Meglio il sabato del villaggio, sia pure globale, o la sazia malinconia della domenica sera fra avanzi del pranzo e dibattiti televisivi su un futuro che interessa ormai poco? L'interista sui quaranta anni, bambino con la Juventus di Boniperti, ragazzo con il Milan di Berlusconi e uomo (o giù di lì) con la Juventus di Moggi, pur con tutti gli asterischi del caso non dovrebbe avere in teoria dubbi. Non fosse altro che per la libertà di dire, adesso che le gioca, che le supercoppe valgono emotivamente poco più del trofeo Tim e che l'Intercontinentale-Coppa del Mondo per club è davvero sul piano tecnico quella che Mancini definiva Coppa del Nonno. Di dire anche che lo scudetto può essere perso con rimpianti e recriminazioni ma non vinto con colpi di fortuna, come può avvenire per la Champions League. Insomma, quella di Madrid è stata una vittoria che migliorerà il livello della discussione fra quell'80% degli italiani che si scannano per tre squadre: magari parleremo meno del passato, anche se non giureremmo che andrà così. La rivalità internazionale non potrà mai essere di intensità paragonabile a quella con il tuo dirimpettaio al paesello, con buona pace di chi sogna una Champions League strutturata come un campionato a sè stante con stagione regolare di una trentina di partite e poi play-off. Un male per l'audience televisiva, uscendo da quella della fase a eliminazione diretta, ma un bene per la civiltà. Una giornata a Madrid con 80mila persone che si ritrovavano negli stessi posti a fare le stesse cose sarebbe potenzialmente pericolosissima, se le divisioni fossero dettate da qualcosa di diverso dal calcio (serbi e croati in tribuna riescono a far scoppiare tumulti anche nel tennis, per dire). Composizione per classe di età del pubblico interista in trasferta. Soprattutto gente dai 40 ai 50 anni, facce di persone che hanno sentito diecimila volte i racconti della Grande Inter con Suarez che faceva lanci di 120 metri, Jair più veloce di Bolt, Mazzola imprendibile, eccetera, e che diecimila volta hanno pensato 'Papà, smettila'. Non mancavano elementi più giovani, pochi invece gli anziani a cui si stava per rubare una specie di esclusiva. Una sensazione simile a quella provata da noi nel 2006, davanti a ragazzi che ci dicevano che quella alzata da Cannavaro era in fondo la stessa Coppa del Mondo del 1982 e che Lippi fosse stato più decisivo di Bearzot. Chiudiamo dicendo che un gruppo bene identificabile di persone (interisti di una certa fascia di età e rimasti fondamentalmente ragazzi senza quel distacco dal calcio che dovrebbe essere normale per chi cresce: per la famiglia, la 'posizione', i weekend, le imprecisabili 'cose serie') ha avuto la sua Coppa dei Campioni e può adesso permettersi di dire 'Tutto qui?', ridendo della tronfietà mediatica altrui con qualche argomento in più rispetto al passato. Perchè le vittorie e la bacheca non sono tutto, ci sentiamo di dirlo oggi con molta più forza rispetto al passato: discorso scontato quando si vince rubando, un po' meno quando si va sulla retorica non meno tifosa della 'squadra che ha comunque meritato'. Il ragioniere che al giovedì sera sfida le intemperie e l'infarto rimane per noi più vero di Milito, Inzaghi, Del Piero, Totti, eccetera. Anche di Mourinho, cioè del vero trionfatore del calcio 2010 al di là del fatto che i livorosetti cerchino di non dargli nemmeno mezzo premio. Per non parlare di chi questi campioni li guarda, trasformando in un sogno tutte le miserie e i compromessi della vita quotidiana, o meglio ancora di chi tiene in vita lo sport di base (ben diverso dalle minors sostenute da riciclatori di soldi e trafficanti di cartellini) da volontario. Stefano Olivari stefano@indiscreto.it

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