Gigi Riva, addio alla più grande leggenda del nostro calcio

Gigi Riva, addio alla più grande leggenda del nostro calcio

Si è spento all'età di 79 anni Rombo di Tuono, mito italiano e bandiera del Cagliari con cui nel 1970 vinse uno storico scudetto

Paolo Marcacci/Edipress

23 gennaio

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Non c’è addio che tenga, di fronte alla persistenza di una memoria indelebile.

Otto sillabe da pronunciare tutte assieme, senza soluzione di continuità, come i più nobili tra i versi poetici. Gigiriva, tutto insieme senza riprendere fiato, con una erre in più che il vento dell’Isola gli soffiava addosso. Della sua isola, ché esistono i posti dove gli uomini nascono e quelli dove sarebbero voluti nascere, che è un po’ come dire che la vera madre è quella che ti cresce, non quella che ti ha partorito e basta.
Sapeva a malapena, lui nato dalle parti di Varese, a Leggiuno, dove fosse la Sardegna, prima di arrivare al Cagliari. Comprensible anche che non volesse andarci, che per un ragazzo della provincia lombarda negli anni Sessanta era un po’ come essere costretti ad atterrare su Marte. Soltanto Fabrizio De André ha amato la Sardegna quanto Gigirriva, tra quelli che non ne furono figli in origine ma vollero esserne sposi fino alla fine.

Rombo di Tuono, il più grande 

Alcuni uomini, rari, sono di tutti; allora anche alcuni scudetti, forse ancora più rari: non esiste un tifoso, indipendentemente dal colori che ama, che non abbia uno spicchio di cuore occupato dal Cagliari Campione d’Italia nel 1970; se non era ancora nato, ha amato sentirselo raccontare, per capire come fosse stato possibile. Fu possibile perché un gruppo di giocatori straordinari si ritrovarono attorno a un loro compagno che fino ai suoi ultimi giorni sarebbe rimasto dritto e fiero come una quercia secolare; solenne nelle sue scelte come nelle sue indignazioni; fiero dei Quattro Mori del gagliardetto cucito sul cuore forse ancora di più rispetto a quanto il popolo del Cagliari sia stato orgoglioso di lui, che sotto quel cielo e in faccia a quel vento si è sentito ricco come nessun ingaggio a strisce, a Milano o a Torino, avrebbe mai potuto renderlo.

Quando gli Agnelli o i Moratti, pur di convincerlo a suon di zeri, mettevano sul piatto della bilancia anche il fatto che si sarebbe riavvicinato a casa, non avevano ancora capito che una casa Gigi Riva l’aveva non solo trovata, ma anche riconosciuta; così come la gente sarda, che la confidenza la stringe in un imbuto dal quale gocciola a stento, aveva subito capito che quel suo semidio dell’area di rigore stava già diventando un fratello, mentre per ogni assegno con la cifra da scrivere lui comprendeva una volta di più che non avrebbe mai messo all’asta il loro rispetto.

Dell’attaccante che fu, con più di mezzo gol per ogni partita disputata, 213 in 400 gare dal 1962 al 1977, restano istantanee che nessun almanacco potrà mai imprigionare: la sintesi di leggerezza e potenza nel fisico asciutto, ma con la muscolatura nel cui disegno nitido si dissimulava una forza esplosiva; la capacità di difenderlo, il pallone, di coprirlo e poi frustarlo con il sinistro a incrociare: lo stacco di testa che faceva decollare la sua completezza, lasciandola in sospensione per i teleobiettivi ai quali regalava fotogrammi d’eternità.

La maglia azzurra l’ha onorata da attaccante, con 35 reti in 42 presenze; l’ha custodita e protetta poi, da dirigente, punto di riferimento ideale e carismatico per generazioni di calciatori che pur dalla loro cornice sempre più ovattata e rarefatta hanno in ogni caso saputo riconoscere la grandezza di un uomo che ha dispensato orgoglio a un popolo talmente fiero da non esternare la sua convinzione di essere meritevole, prima che il Tricolore del 1970 planasse sull’erba dello Stadio “Amsicora”; che ha ispirato ammirazione semplicemente vivendo nell’unica maniera per lui degna e ammissibile; che da gigante ha saputo camminare in punta di piedi, e di tacchetti, in un mondo di nani, moralmente parlando.

Un’isola è un’isola solo se la guardi dal mare; Gigi Riva la traversata del ritorno non l’ha mai voluta compiere, trattenendo un composto accento lombardo sotto un cielo azzurro come l’estate del 1970, di nuvole bianche striate dal vento che tende le bandierine del calcio d’angolo. La spuma delle onde, tutt’attorno a quella specie di rettangolo frastagliato che è la sagoma della Sardegna, continuerà a restituire il fragore delle tante esultanze strappate alla nebbia di Torino o di Milano, col boato trattenuto dentro le conchiglie alle quali accosteranno l’orecchio i nipoti che dai nonni continueranno a farsi raccontare la favola di uno scudetto impensabile. Resta sulla terraferma il dolore silenzioso di un popolo rimasto orfano, che continuerà a chiedere al vento dov’è che vanno a dormire gli eroi.
 

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