Enrico Annoni: "La Roma nel mio cuore per sempre"

Enrico Annoni: "La Roma nel mio cuore per sempre"

“Tarzan” ha ricordi indelebili: "Non ho mai dimenticato gli anni in giallorosso, ancora adesso mi vogliono tutti bene"

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Ci sono calciatori che sono entrati nella storia della Roma pur avendo vestito la maglia giallorossa in stagioni caratterizzate da una rosa di livello tecnico non memorabile: è accaduto perché in loro, e in quelle stagioni che hanno disputato con quei colori addosso, i tifosi hanno riconosciuto la filigrana di un impegno e di una dedizione che non sono mai venuti meno, fino all’ultima stilla di sudore; fuor di retorica ma dati alla mano, e in questo caso i “dati” sono rappresentati dall’affetto e dalla stima che ancora riscuotono presso i sostenitori ogni volta che da queste parti li si nomina. Anche per questo, da un’intervista a tema con Enrico “Tarzan” Annoni siamo passati a una chiacchierata quasi confidenziale, con ricordi snocciolati uno dopo l’altro, sul filo di una memoria rimasta caldissima, a proposito delle sue stagioni romaniste e di un’appartenenza a prova di tempo e… luogo.

Enrico, come certamente saprai i tifosi della Roma non ti hanno mai dimenticato e ancora citano il tuo nome, assieme a quello di altri tuoi compagni dell’epoca, come sinonimo di agonismo e attaccamento alla maglia, a prescindere da quelli che furono i risultati. 

“Ma è il medesimo modo in cui io penso a loro, sempre; mi dispiace soltanto di non poter tornare più spesso e soprattutto quanto vorrei, perché ti assicuro che a Roma torno sempre con il sorriso, anche perché ho ancora una casa nella Capitale. Abitando nei dintorni di Como, pur seguendola in ogni modo, è chiaro che non posso stare vicino come vorrei a una realtà che è stata anche la mia, della quale ho fatto parte innamorandomi sempre di più di ogni componente del mondo romanista. Anzi, fammi anche fare una precisazione”. 

Prego.

“La Roma, inteso in questo caso come dirigenza attuale, è l’unica società italiana tra quelle nelle quali ho giocato che ogni settimana si ricorda di me, invitandomi allo stadio; poi lo fa anche il Celtic, dove ho lasciato amici e un altro pezzetto di cuore”.

Quella tua Roma, in quella sera dove fino a un certo punto tutto sembrava girare alla perfezione, affrontò lo Slavia Praga per la gara di ritorno dei quarti di finale della Coppa Uefa 1995-96, il 19 marzo 1996, con una rimonta che sembrò essere stata condotta in porto fino al minuto 113 dei supplementari.

 “Eh… ancora oggi mi brucia, così come a tutti i miei compagni. In campo la nostra convinzione cresceva di minuto in minuto, anche perché avevamo preparato con molto rispetto nei confronti dell’avversario quella partita; loro all’andata ci avevano messo sotto e sapevamo che a noi quella sera sarebbe servita la partita perfetta, cosa che stava accadendo quasi fino alla fine”.

Che ricordo hai dello Stadio Olimpico di quella sera, per come lo vedresti dal campo?

 “Semplicemente spettacolare… sin da quando entrammo in campo sotto una scenografia da brividi che coinvolgeva ogni settore dello stadio. I brividi io stesso li sento anche in questo momento, quando ne stiamo riparlando a tanti anni di distanza… poi nel corso di quella serata, memorabile quasi fino agli ultimi minuti, ho sentito l’incitamento della gente non solo sopra di noi, ma letteralmente accanto; hai presente quando si parla di dodicesimo uomo in campo, a proposito del pubblico di casa? Ecco, ti assicuro che quella sera non fu affatto soltanto un modo di dire. Il nostro dolore, la nostra delusione, furono moltiplicati dal dolore della gente, alla quale era sfuggito un sogno; inoltre, a noi giocatori che avevamo dato tutto ed eravamo davvero stremati, dispiacque moltissimo non essere riusciti a dare una gioia al nostro allenatore, a Carletto Mazzone”.

Inevitabile parlare di lui ancora una volta.

“Quando ho saputo che non c’era più, l’ho presa malissimo, malissimo. Non che non sapessi che le sue condizioni da un po’ di tempo erano quelle che erano, ma si tratta di quel tipo di notizie che speri non ti raggiungano mai, di quel tipo di telefonata che non vorresti mai ricevere. Il ricordo che ne ho è quello di un padre, innanzitutto, poi di un uomo equo e giusto con tutti. A maggior ragione perché all’inizio con me fu piuttosto freddo, anche comprensibilmente: in una fase di avvicendamenti al vertice della società, alla Roma aspettavano Ciro Ferrara e poi arrivai io, ci sta che gli entusiasmi all’inizio si raffreddassero un po’. Poi, con l’impegno e con la caparbietà che non mi sono mai mancati, ho cominciato a entrare nel cuore della gente, e sai perché? Perché ci sono i bravi architetti, i bravi geometri e poi i bravi muratori. Io, che sapevo di non potermi considerare né architetto né geometra, ho fatto di tutto perché i tifosi della Roma mi considerassero il miglior muratore possibile”.

Come te lo spieghi che i sostenitori dell’epoca ti ricordino ancora con tanto calore?

“Perché apprezzano i muratori… scherzi a parte, ma la metafora rende l’idea, a un tifo viscerale come quello della Roma devi mostrarti per quello che sei e in nome di quello farti apprezzare; a questa gente che fa sacrifici di ogni tipo non puoi apparire per ciò che non sei: io con le mie caratteristiche e con i miei limiti ho voluto trasmettere loro un impegno che doveva essere sempre profuso al massimo grado. Poi si vinceva o si perdeva, ma questo è un altro discorso”.

Se Vavra, che poi in carriera non segnò quasi mai più, con quel tiro ci avesse riprovato altre venti volte?

“Probabilmente non avrebbe mai più fatto gol, ma proprio per questo era destino, con la palla che prese quella traiettoria così arcuata e che passò tra le gambe di Marco Lanna in modo da sorprendere poi Giovanni Cervone”.

 

Chiudiamo con un saluto ai tifosi della Roma, che sono ancora i tuoi tifosi. 

“Ho ancora un grande rammarico, per come andai via a metà stagione 1996-97 per un rapporto mai nato con Carlos Bianchi: non essere andato sotto la Sud a salutare, perché me li sarei abbracciati uno per uno. Noleggiare quell’aereo da far volteggiare sopra l’Olimpico con la scritta attraverso la quale io, Tarzan, li salutavo, era il minimo che potessi fare per un “popolo” al quale ancora oggi vorrei dire tante cose e al tempo stesso non trovo le parole, anzi me ne vengono soltanto due: vi amo”.

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