Liedholm, i giovani, le pressioni degli agenti: Mino Lucci racconta tutto

Liedholm, i giovani, le pressioni degli agenti: Mino Lucci racconta tutto

"Ho avuto come compagni Conti, Pruzzo, Falcao: calciatori esemplari anche fuori dal campo. Con i ragazzi ci vuole pazienza e la FIGC riveda le regole se vuole salvare il calcio italiano"

Jacopo Pascone/Edipress

8 giorni fa

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Settimio Lucci, per tutti Mino, ex difensore centrale sbocciato nel settore giovanile della Roma. Protagonista di una carriera importante tra Serie A e Serie B nel ventennio migliore del nostro calcio (1982/2001). Quattro promozioni all’attivo con Udinese (1990), Verona (1999) e due volte con il Piacenza (1993 e 1995). Città dove si è stabilito e vive ancora oggi, lavorando a pochi chilometri da casa: “Sono il responsabile tecnico e gestionale del Fiorenzuola, una squadra con una storia centenaria, ma che ha fatto poche volte la Lega Pro. L’allenatore, Luca Tabbiani, sta facendo bene: abbiamo impostato il lavoro sui giovani, per cercare di portarli in prima squadra, necessità della società per contenere i costi. Il lavoro che è stato impostato richiede tempo e pazienza, ma è il mantra del Fiorenzuola”. Occupandosi dei ragazzi quotidianamente critica aspramente i metodi utilizzati al giorno d’oggi in Italia, quelli che stanno relegando il nostro calcio ai margini del panorama europeo. Il dramma sotto gli occhi di tutti con la Nazionale ha delle motivazioni: troppi stranieri, giovani che giocano poco, talenti che non sbocciano più come una volta. Queste motivazioni hanno una radice: la gestione non all’altezza dei vivai. Di tutto questo e delle possibili soluzioni da adottare abbiamo parlato a lungo con Mino Lucci.

Cosa bisognerebbe fare per veder risorgere il calcio italiano?

“Occorre un cambio di mentalità a tutti i livelli. È semplice dire ‘i giovani devono giocare’, quasi come si voglia dare la responsabilità agli allenatori che li lasciano in panchina o alle società che non ci puntano. È proprio una questione di mentalità: ho visto in tante situazioni far giocare giovani che dopo due partite sono stati messi fuori, bruciati perché magari all’interno della società qualcuno sosteneva non fossero pronti, o magari per colpa della stampa. Occorre dare la possibilità ai ragazzi di giocare, ma tutto l’ambiente (tifosi compresi) deve capire che ci vuole più pazienza”. 

Sei cresciuto nel settore giovanile della Roma per poi essere aggregato in prima squadra. Come si comportava Liedholm con un giovane come te? Quali sono le differenze rispetto a oggi?

“Era diverso. Io ho fatto i primi ritiri con la prima squadra a 16 anni a Brunico con Liedholm. Ero in mezzo a tanti campioni come Conti, Ancelotti o Falcao, ma tutti si comportavano in modo esemplare: cercavano di aiutarmi e darmi consigli. Tutto il movimento era diverso: noi giovani ci allenavamo con la prima squadra, ma nessuno si sentiva già pronto. Nessuno aveva il procuratore; nessuno di noi si sognava di avere delle pretese; non c’erano i social. Una volta per essere considerato giocatore dovevi aver giocato dei campionati importanti. Sedetti in panchina un paio di volte addirittura nell’anno dello scudetto, ma non mi consideravo un calciatore affermato e nessuno mi faceva pensare di esserlo. Quando tornai da Avellino, dopo un anno di prestito dove avevo giocato una quindicina di gare, ero ancora considerato un giovane che doveva dimostrare qualcosa. Oggi si crea un giro intorno ai ragazzi già verso i 12/13 anni; si mette su un circo intorno a questi ragazzini che li fa sentire di più di quello che sono a un’età che non è corretta”.

Si può fare qualcosa per correggere questo?

“Questo andrebbe regolamentato. Va pensato un percorso per i ragazzi, che ad oggi si muovono su una strada piena di mine pronte a esplodere. Bisognerebbe cercare di disinnescarle in qualche modo. Chiaramente su certe cose non si può far niente, come i social che ti inducono sempre ad apparire. Non si può tornare indietro. Ma sugli agenti, sui contratti e sui regolamenti vari la Federazione dovrebbe agire”.

Hai qualche idea che si potrebbe sviluppare in quest’ambito?

“Ci sono tante idee. Per esempio regolamentare gli agenti. Trovo assurdo che anche in una società come il Fiorenzuola sia subissato da chiamate di agenti o pseudo agenti che propongono ragazzi di 14/15 anni da tutta Italia. La Federazione potrebbe vietare gli agenti fino a una determinata età, questo sempre verificando la fattibilità a livello di normative europee, che spesso impediscono la fattività delle riforme. Questi agenti sono sempre più numerosi e alla ricerca di guadagno. Avvicinarsi ai grandi è ormai quasi impossibile, quindi cercano il colpo della vita rivolgendosi a ragazzi sempre più giovani”.

E come andrebbero gestiti i calciatori?

“I calciatori andrebbero gestiti dalle società senza nessuna pressione e con un contratto. Adesso esiste il contratto di addestramento tecnico che scatta con la maggiore età. Per me un anno di addestramento è poco, bisognerebbe allungare questo periodo. In un anno non ci si rende sempre conto se il ragazzo sia pronto o meno per fare il calciatore. Ne ho visti tanti sotto contratto dai 16 anni che poi non sono diventati calciatori. Così iniziano gli ingranaggi tra procuratori e società legati a contratti senza senso. I giocatori devono avere un contratto importante una volta che hanno dimostrato di poter essere calciatori. Le società devono avere più tempo per decidere”.

Una regola per far giocare obbligatoriamente questi giovani invece?

“Queste regole le abbiamo viste nei campionati minori: in D ci sono le costrizioni per i giovani; in Lega Pro non c’è una regola ma le società hanno un contribuito più sostanzioso in base ai ragazzi che fanno giocare; anche in A all’interno della rosa ci devono essere calciatori del vivaio. Sono convinto che i giovani debbano giocare perché bravi, non per una norma costrittiva. È questione di mentalità, non di norma: deve esserci una mentalità diversa”. 

Che poi è quello che succede all’estero…

“Assolutamente! All’estero c’è una mentalità diversa: se c’è un ragazzo bravo viene messo dentro. In questi ultimi tempi ci lamentiamo perché nei vivai ci sono troppi stranieri. Questa degli stranieri non è la causa della mancanza di italiani, ma è un effetto del lavoro che facciamo negli stessi settori giovanili. Troppo spesso c’è la mentalità del risultato, tutte le società lavorano in funzione di quello. Lo vedo io: quando andiamo a giocare contro squadre Under 14 che si portano 18 giocatori e non li fanno entrare tutti; che lavorano su cose senza senso; che tra allenatori chiedono informazioni sulla squadra avversaria. Sono cose folli: a quell’età devi pensare a tutto fuorché al risultato. Bisognerebbe formare e portare avanti i ragazzi a livello individuale. Anche questo andrebbe regolamentato: gli allenatori del settore giovanile dovrebbero seguire un percorso diverso, formati da persone che conoscono la materia”.

Non esistono già i corsi della FIGC? 

“I corsi degli allenatori non mi convincono, credo che per allenare una prima squadra non ci sia neanche bisogno del patentino: è più una questione gestionale che di tattica. Mentre a livello di settore giovanile gli allenatori dovrebbero essere formati, ma anche pagati (cosa che non accade in molte realtà). E soprattutto la Federazione dovrebbe istituire un periodo minimo (5 anni potrebbe essere una cosa ragionevole) da passare nelle giovanili per gli allenatori. Oggi nel 90% dei casi chi allena i giovani ha l’unico scopo di fare il salto. In questo modo l’allenatore non forma i ragazzi, forma se stesso. Dando un minimo di tempo contrattuale da rispettare invece verrebbero tagliati fuori tutti gli addetti ai lavori che aspirano ad altro. Chi vuole allenare deve partire dal basso, dalla Promozione o dall’Eccellenza, non dal settore giovanile”.

Pensi che il motivo per cui in Italia non crescano più i Baggio o i Del Piero di una volta possa essere legato al fatto che i ragazzi vengano indirizzati fin da subito al conseguimento del risultato, piuttosto che lasciati liberi di giocare?

“Sì, può essere una spiegazione. Anche se non è assolutamente vero che in Italia non ci sono più talenti. Il problema rispetto ai campionati esteri è che si crea un cortocircuito nella mente dei ragazzi. Dai 14 ai 18 vanno in mano ad allenatori che guardano solo al risultato e lasciano qualcosa dal punto di vista della formazione. È questa la differenza con l’estero. Ultimamente arrivano molti calciatori dal nord Europa perché sono più pronti rispetto ai nostri. Lì sperimentano in maniera diversa il modo di fare calcio. Probabilmente c’è anche meno fomento da parte degli agenti”.

La situazione del calcio italiano è allarmante e Lucci, come tutti, è preoccupato.

“Se non avviene un cambio di mentalità alla base dei settori giovanili le cose andranno sempre peggio. Non si vede la luce in fondo al tunnel. Le cose fatte dalla Federazione non hanno portato a nulla. I Centri Federali Territoriali, messi in piedi dopo l’esclusione dal Mondiale del 2018, per i quali si spendono 20 milioni di euro l’anno, non servono a nulla. Lavorano su calciatori dilettanti della zona ai quali danno poco e nulla. Perché non usare questi soldi per pagare allenatori formati che girino per i vivai, avendo voce in capitolo, controllando come viene svolto il lavoro? C’è un conflitto d’interessi: la FIGC non può andare a mettere il becco in quello che fa la Lega, ma si potrebbe fare una tavola rotonda per parlarne. In fondo si tratterebbe di far collimare gli interessi di tutti. In Svizzera o in Francia i calciatori passano più tempo nelle nazionali che nei club. I tecnici hanno la possibilità di fare più stage per poter formare i migliori profili. Si potrebbero fare tante cose…”.

Cosa diresti ai giovani d’oggi guardandoti alle spalle? 

“Se mi guardo indietro ho ricordi bellissimi di un calcio che non credo possa tornare. Ho incrociato calciatori fantastici, avversari come Gullit, Van Basten, Scirea o Platini; compagni come Conti, Pruzzo o Falcao. Calciatori di altri tempi e altri valori. Quello che ci tengo a dire è che non ho mai conosciuto un giocatore di questa caratura che non fosse esemplare anche fuori dal campo. I giovani non possono pensare di fare un determinato percorso senza coltivare la loro persona. Devono essere seri e fare sacrifici: per arrivare a certi livelli non esistono scorciatoie di nessun tipo”.

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