Napoli-Lazio: Raimondo Marino, i ricordi del doppio ex della sfida

Napoli-Lazio: Raimondo Marino, i ricordi del doppio ex della sfida

Nell'intervista il difensore ripercorre gli anni passati in azzurro con Maradona e quelli in biancoceleste alla corte di Fascetti

Paolo Colantoni/Edipress

28 novembre

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Napoli e Lazio sono le squadre più importanti della mia carriera. Il Napoli mi ha fatto crescere. Se sono diventato calciatore è grazie alla società partenopea, con la Lazio sono maturato e ho passato anni importanti, togliendomi grandi soddisfazioni". Raimondo Marino è legatissimo ai due club. All’ombra del Vesuvio ha conosciuto il mondo del calcio, esordendo in Serie A e giocando al fianco di Diego Armando Maradona. Con la Lazio, in tre stagioni, ha ottenuto una salvezza insperata (partendo da una penalizzazione di nove punti), una promozione in A e ha giocato un campionato da protagonista. "Sono arrivato al Napoli all’età di quattordici anni. Da Galati Marina, lo stesso paese di Nino Frassica, un paesino di 350 abitanti. Ho fatto un provino organizzato dal club e sono stato l’unico ad essere scelto. Era il 1975”.

Gli anni nelle giovanili, poi l’esordio da titolare in Serie A.

"Il 14 ottobre 1979 a San Siro contro l’Inter, marcai Altobelli. Il sabato sera Vinicio, il tecnico del Napoli, in ritiro mi chiese se fossi pronto per giocare. Non ci potevo credere. Ero in camera con Bruscolotti e non mi sembrava una cosa reale. La realizzazione dei sogni di tutti i bambini. Se sono diventato un giocatore lo devo al lavoro fatto e a Dio, che mi ha accompagnato in tutta la mia vita. Se penso a quello che facevo a quattordici anni nel mio paese: eravamo otto figli e non era facile".

Quattro stagioni al Napoli, poi il passaggio al Catanzaro.

"Io non volevo andare via, ma sono stato costretto. Era un accordo tra i presidenti. Marchesi non voleva mandarmi via e infatti fece di tutto per riportarmi in Campania. L’estate del 1984 sono tornato. Insieme a Maradona".

Com’è stato giocare con lui?

"Fantastico. Io e lui abbiamo fatto le visite mediche lo stesso giorno. Siamo arrivati insieme alla clinica. È stata una grande emozione. Entro nello studio del dottor Acampora e me lo ritrovo lì, sul lettino. Quando mi ha visto si è alzato per salutarmi e a me sembrava di sognare. Ero compagno di squadra del giocatore più forte del mondo. Uno che con i piedi era in grado di fare dei numeri che noi, neanche con le mani, potevamo sognarci di realizzare".

Com’era il suo rapporto con lui?

"Splendido, credo di essere la persona ad avergli fatto più scherzi e gavettoni. Ne faceva tanti anche lui a me, ma la cosa meravigliosa era il rapporto che aveva con la gente. Con i napoletani. Quando usciva per strada, la città si bloccava. Le persone lasciavano le macchine in mezzo alla strada e andavano a salutarlo, ad abbracciarlo. Per questo usciva di nascosto".

Quando lasciò il Napoli?

"Ad ottobre del 1986, la stagione in cui vinse lo scudetto. Io lasciai il Napoli primo in classifica alla quinta giornata di campionato e dopo aver giocato quattro partite da titolare, per andare alla Lazio. Innanzitutto perché avevo avuto degli screzi con Ottavio Bianchi e poi la possibilità di giocare nella Lazio mi affascinava tantissimo. Sarà per la storia di Maestrelli e Re Cecconi o perché mi attirava l’idea di realizzare un’impresa, con una squadra penalizzata in Serie B, ma accettai subito".

E Maradona?

"Lui e Bruscolotti provarono in tutti i modi a farmi desistere. Mi dicevano di ripensarci, che solo un pazzo avrebbe lasciato una squadra che stava lottando per vincere lo scudetto, per una che rischiava di andare in C. Addirittura mi dissero che sarebbero stati pronti ad andare in società e rompere ogni contratto. Ma ormai avevo fatto la mia scelta".

Arriva nella Lazio più in difficoltà della storia.

"C’era un ambiente incredibile. Un amore pazzesco dei tifosi. Insieme ci siamo salvati: noi sul campo e i tifosi sugli spalti. Quando andammo a Napoli a giocarci lo spareggio con il Campobasso era pieno di pullman di laziali. Fantastico".

Che allenatore era Eugenio Fascetti?

"Una persona vera. Unica. Lui ha dato tutto per noi e noi lo abbiamo ripagato in campo".

Cosa ricorda di Lazio-Vicenza?

"Io ero squalificato e ho assistito alla partita da tifoso. Una bolgia pazzesca. Ti dico la verità: ero fiducioso che prima o poi avremmo segnato. Anche se passava il tempo, dentro di me ero sicuro che ce l’avremmo fat ta. E sono contento che il gol lo abbia segnato Fiorini. Una persona eccezionale, un ragazzo che faceva gruppo. Unico".

La salvezza arrivò a Napoli contro il Campobasso, negli spareggi.

"La prima partita con il Taranto ero squalificato. Ci segnarono un gol in fuorigioco. Con il Campobasso è successo di tutto: potevamo anche perderla, ma alla fine ce l’abbiamo fatta".

L’anno successivo il ritorno in Serie A.

"Due ricordi: la trasferta di Catanzaro in cui feci l’assist per il gol di Monelli. I carabinieri ci scortarono fino a dentro gli spogliatoi. Poi feci gol nella partita che ci fece guadagnare la promozione contro il Taranto, con una botta dalla distanza. Con la Lazio sei, sette gol li ho fatti. Mica male".

A fine campionato l’addio a Fascetti.

"Inaspettato. Io mi sono esposto per difenderlo e questa cosa alla fine l’ho pagata. Con la società e con il nuovo allenatore (Materazzi ndr.). Ma non ho rimpianti, anche perché per la Lazio ho dato tutto. Ho rischiato anche la vita".

Prego?

"A Firenze prendo una botta al rene che mi provoca una brutta lesione. Durante il viaggio di ritorno a Roma urinavo continuamente sangue. Il dottor Carfagni mi fece ricoverare in Paideia. La tac confermò la lesione. Rimasi ricoverato fino al giovedì, poi firmai e tornai a casa. La settimana dopo c’era il derby e noi eravamo in difficoltà. Mancava anche Gregucci. Non potevo mollare. Il dottore mi disse che, se prendevo una botta al rene, potevo anche restarci, ma non ho sentito ragioni. Giocai, marcai Voeller e vincemmo 1-0".

Come si chiuse l’avventura alla Lazio?

"Il rapporto con Materazzi non fu straordinario e a poche giornate dalla fine mi disse che non aveva più bisogno di me. Io tornai a Napoli. Poi la Lazio perse punti, fu sconfitta a Torino e venni richiamato d’urgenza. Ci furono storie con la società, ma alla fine scesi in campo: vincemmo con la Sampdoria e pareggiammo ad Ascoli, festeggiando la salvezza. Fu il mio regalo d’addio".

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