Bruno Giordano racconta il “suo” Maradona dentro e fuori il campo

Bruno Giordano racconta il “suo” Maradona dentro e fuori il campo

"Ci univa un legame forte che conservo stretto nel cuore. Vorrei poterlo rivedere e dirgli ancora una volta: Ti voglio bene!”

Paolo Valenti/Edipress

25 novembre

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A Napoli, per tre anni, il percorso calcistico di Bruno Giordano ha intersecato quello di Diego Maradona. Per ricordarlo abbiamo raccolto le impressioni di colui che El Pibe de Oro definì il giocatore “più sudamericano tra quelli che sono nati nel vostro meraviglioso Paese”.

Bruno, sul tuo profilo WhatsApp campeggia una foto in bianco e nero che ti ritrae insieme a Maradona. C’è un motivo particolare?

"In questo modo ogni giorno lo vedo e lo ringrazio per quello che ci ha fatto vivere non solo in campo ma anche fuori: ho avuto la fortuna di avere un’amicizia speciale con Diego che nessuno potrà mai togliermi e che mi tengo stretta nel cuore".

Quanto incise la presenza di Maradona nella tua scelta di andare al Napoli nel 1985?

"Tanto! Diciamo il 50 per cento, il resto fu dovuto ad Allodi, che aveva una cotta per me già ai tempi in cui voleva portarmi alla Fiorentina dei Pontello. Quando c’è stata l’occasione, sia lui che Diego spinsero tanto per avermi".

Cosa ti colpì di lui la prima volta che lo incontrasti?

"Ci salutammo prima dell’amichevole Italia-Argentina del 1979. Ho memoria del fatto che in mezzo al campo Tardelli cercava di stargli dietro: lì mi resi conto della forza di questo giocatore perché in quel periodo saltare Marco non era semplice. E poi mi colpì molto anche quando mi feci male ad Ascoli: mi mandò un telegramma da Barcellona".

Cosa significava scendere in campo con Maradona?

"Prima di tutto c’era gioia, quella che lui trasmetteva. Di solito quando si avvicina la partita sale la tensione: lui, invece, ci trasmetteva questa gioia di andare in campo, divertirci e divertire la gente. Certo, per lui era molto più semplice che per tutti noi… (ride, ndi). Era talmente bello vederlo giocare che a volte invece che fare un movimento ti fermavi a guardarlo perché faceva cose incredibili".

Ci sono tre istantanee di Diego Maradona ai Mondiali che mi farebbe piacere che tu commentassi: la doppietta che fece contro l’Inghilterra nel 1986; la sua inquadratura prima della finale del 1990 a Roma; e la sua prematura uscita di scena nel 1994 negli Stati Uniti.

"Nella partita con l’Inghilterra realizzò il gol del secolo: a sentire quella telecronaca vengono ancora i brividi. Ma io credo che la prestazione migliore in assoluto la fece col Belgio, quando oltre a segnare i due gol disputò un match perfetto. L’episodio prima della finale del 90 fu una brutta cosa da parte dei tifosi italiani: un inno nazionale non si deve mai fischiare. La reazione che ebbe ci stava tutta. Quello che accadde in America fu una “porcata”: fecero quella sceneggiata con “l’infermierina” che andò a prendere Diego in mezzo al campo…".

Maradona era un uomo forte o un ragazzo fragile?

"Era straordinario quando c’era il pallone di mezzo. Fuori dal campo era fragile, ma credo che abbia sbagliato soprattutto nelle scelte delle persone che gli stavano vicino, dal procuratore Coppola ai tanti signor sì che erano lì e non avevano la forza di dirgli: “Questo non si può fare”. Diego era un ragazzo che ascoltava molto: ricordo che a me, Bruscolotti e Bagni ci stava a sentire. Forse perché avevamo qualche anno in più, ma alla fine ci dava ragione e faceva quello che gli consigliavamo".

Tutti i compagni di squadra che ha avuto ne hanno sempre parlato bene. C’era un modo per non essere amici di Diego?

"Non lo so, ma era difficile non andare d’accordo con lui perché era vero, diretto e generoso. Forse se gli facevi la pasta aglio e olio un po’ scotta si arrabbiava (ride, ndi)".

C’è un aneddoto che vi riguarda e che non è conosciuto dal pubblico?

"Devo tornare all’amichevole Italia-Argentina del ’79. A fine partita ricordo che mi chiese se gli potevo indicare un posto dove avrebbe potuto andare a ballare per passare la serata: glielo suggerii e lui ci andò".

Se oggi potessi incontrarlo, cosa diresti a Diego?

"Quello che gli dicevo quando ci salutavamo: “ti voglio bene”. Glielo dicevo sempre: “Ricordati che ti voglio un mondo di bene”. E lui mi rispondeva: “Lo so”. Continuerei a dirgli questo all’infinito".

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