L'intervista impossibile: Vittorio Pozzo

L'intervista impossibile: Vittorio Pozzo

Un nuovo appuntamento con la nostra rubrica, questa volta abbiamo immaginato di poter parlare con il leggendario Ct della Nazionale vincitrice dei Mondiali 1934 e 1938 

Paolo Valenti/Edipress

14 novembre

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Di Roberto Mancini, Marcello Lippi ed Enzo Bearzot, i commissari tecnici che più di recente hanno ottenuto dei trofei con la nazionale azzurra, sappiamo praticamente tutto. Le nebbie della storia, invece, hanno filtrato le imprese del primo allenatore che seppe guidare l’Italia alla vittoria dei campionati del mondo del 1934 e del 1938: Vittorio Pozzo. Piemontese purosangue e dal forte sentimento patriottico, della straripante passione per il calcio che lo pervadeva riempì tutta la sua vita, dapprima giocandolo e, successivamente, diventando allenatore, dirigente nonché giornalista. Una poliedricità frutto degli studi effettuati in gioventù (che, tra l’altro, gli permisero anche di lavorare alle dipendenze della Pirelli) grazie ai quali girò l’Europa: soggiornò in Francia, Svizzera e Inghilterra, paese nel quale raccolse la maggior quantità di informazioni sul calcio che contribuì alla sua formazione tecnica. I suoi successi, legati a un tempo ormai lontano e al vincolo che storicamente nutrono col periodo fascista, sono stati probabilmente sminuiti a lungo nella considerazione generale. Ma Vittorio Pozzo va sicuramente studiato come uno dei grandi artefici dell’edificazione del calcio come fenomeno di massa nel nostro Paese: le vittorie dei Mondiali negli anni Trenta, intervallate dal successo alle Olimpiadi del 1936 (unica volta che l’Italia è riuscita ad affermarsi nella manifestazione), consolidarono definitivamente il football come un’espressione di costume che attirava l’attenzione di qualsiasi strato sociale. Al commissario tecnico più vincente della storia della Nazionale abbiamo immaginato di rivolgere qualche domanda proprio in occasione delle partite di qualificazione ai Mondiali del 2022.

Pozzo, possiamo dire che la sua fu una vita avventurosa?
"Non lo so, non mi interessa molto dare un aggettivo alla mia esistenza. Posso dire, però, che tutto quello che ho fatto, l’ho fatto con passione: il calciatore, l’allenatore, il dirigente, il giornalista. Come dipendente aziendale forse ho avuto meno coinvolgimento emotivo. Ma in ogni caso ho sempre nutrito un fortissimo senso del dovere."

Di fatto lei è stato il commissario tecnico della nazionale italiana per quasi mezzo secolo.
"Non esageriamo! I primi due incarichi hanno avuto una durata molto breve. Alle Olimpiadi del 1912 ho guidato l’Italia per due partite mentre il secondo mandato è durato qualche mese in occasione delle Olimpiadi del 1924."

Però dal 1929 al 1948 la conduzione dell’Italia fu solo cosa sua.
"Sì, quello è stato il periodo in cui sono riuscito a lavorare con continuità alla direzione tecnica della nazionale. Un periodo bellissimo, nel quale abbiamo dimostrato con orgoglio al mondo la forza degli italiani."

Vuole ricordare, a chi non conosce la storia, cosa vinsero gli azzurri negli anni Trenta?
"Con grande piacere! I Mondiali del 1934 e del 1938 innanzitutto. E poi le Olimpiadi del 1936. Ma questi sono successi che dovrebbero essere conosciuti da tutti coloro che seguono il calcio. Ciò che molti dimenticano sono le affermazioni del 1930 e del 1935 nella Coppa Internazionale, la competizione antesignana degli Europei. Insomma, eravamo davvero i più forti di tutti in quel decennio."

Più forti anche degli inglesi?
"In quel periodo gli inglesi non partecipavano alla coppa del mondo. Ma quando li incontrammo in quegli anni non fummo affatto inferiori: a Londra, pochi mesi dopo la vittoria del nostro primo Mondiale, perdemmo perché fummo costretti a giocare in dieci la partita visto che Monti si ruppe un piede in un brutto scontro di gioco."

Sta parlando della famosa Battaglia di Highbury?
"Sì, esattamente. Fu davvero una battaglia perché dopo quello scontro nel quale Monti ebbe la peggio, i miei ragazzi non si fecero intimorire e cominciarono a reagire di conseguenza. Perdemmo 3-2 solo perché Meazza fu sfortunato e colpì una traversa nel finale ma il nostro valore venne riconosciuto da tutti, tanto che i protagonisti di quell’impresa vennero ribattezzati da Nicolò Carosio “i leoni di Highbury”. Fu una prestazione da veri campioni del mondo! Anche nel 1939 affrontammo gli inglesi senza perdere: a San Siro finì 2-2. Peccato che la guerra impedì lo svolgimento dei Mondiali del 1942: sarebbe stato bello poter provare a ottenere la terza vittoria consecutiva!"

Molti dissero che quella Nazionale era un supporto formidabile alla propaganda del regime fascista.
"E io cosa ci posso fare? Il periodo era quello e a chiunque fosse toccato fare il CT dell’Italia non sarebbe stato possibile non avere un rapporto col regime. Né, in qualche modo, essere affiancato ad esso. Del resto la nazionale di calcio rappresenta il Paese e negli anni Trenta in Italia c’era il fascismo. Io cercai solo di fare il mio lavoro, di seguire la mia passione e di servire degnamente la mia patria: con la Nazionale come con gli Alpini. Cercai di lavorare al meglio delle mie capacità e, per poter mantenere una sfera di autonomia decisionale quanto più ampia possibile, rifiutai sempre di avere un riconoscimento economico per il mio incarico di selezionatore. Le ricordo che, ancora oggi, a quella squadra si fa riferimento come all’Italia di Pozzo non di Mussolini."

Eppure nel 1948, quando rassegnò le dimissioni per l’ultima volta, il peso del suo passato si fece sentire.
vero in parte. C’erano sicuramente molti che mi ritenevano compromesso col fascismo e pensavano che la mia immagine richiamava troppo da vicino quel periodo che si era chiuso definitivamente col referendum che aveva sancito la nuova forma repubblicana del nostro Stato. Ma ero criticato anche perché le mie preferenze tattiche non convincevano più: continuavo a considerare più adatto al nostro calcio il mio “metodo” piuttosto che il “sistema” che, in Italia, praticava anche il Grande Torino."

Perché?
"Il sistema era roba da inglesi: giocando col WM a centrocampo si aveva un uomo in meno. In Inghilterra, però, per questioni climatiche e di altro genere i calciatori correvano di più dei nostri e si potevano permettere l’inferiorità numerica. Da noi, per via del maggior caldo e di ulteriori elementi specifici che ci contraddistinguevano, certi ritmi non erano sostenibili. Ecco perché ritenevo più opportuno far giocare le mie squadre col WW: in quel modo si guadagnava un uomo in mezzo al campo. Il centromediano metodista era una combinazione tra uno stopper e un centrocampista di costruzione perché, coi suoi lanci, faceva ripartire l’azione con le ali. Un ruolo che Luisito Monti, ai Mondiali del 1934, svolse in maniera esemplare."

A proposito di Monti: lui, come altri membri di quella Nazionale, era un oriundo. Come si giustificava questo fatto con la necessità di valorizzare al massimo l’italianità che predicava il regime?
"Erano ragazzi che potevano prestare servizio nell’esercito: se potevano morire per l'Italia, potevano anche giocare per l'Italia."

Dalla sua esperienza negli Alpini durante la prima guerra mondiale cosa mutuò nella gestione della Nazionale?
"Tante cose: il senso della disciplina, del rigore morale, del rispetto delle regole e della modestia. Quando si doveva andare in ritiro sceglievo sempre dei luoghi che avessero nell’essenzialità uno dei loro tratti caratteristici. Mi piaceva organizzare tutto, dagli orari dei pasti e degli allenamenti ai momenti di riposo. Solo con regole ferree si può costruire un gruppo che funziona." 

In una carriera così piena di successi qual è stato il momento più difficile che si è trovato ad affrontare?
"Non fu una questione di campo. Quando l’aereo del Grande Torino si schiantò a Superga mi toccò dover riconoscere i resti dei giocatori periti in quell’incidente. Erano i miei ragazzi, quelli che avevo portato in Nazionale: oh se li conoscevo! Fu uno strazio, un dolore immenso: un dovere che dovetti adempiere scarnificandomi fino all’anima."

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