Coppa Uefa 1981-82: la favola del piccolo Goteborg che ribaltò la storia

Coppa Uefa 1981-82: la favola del piccolo Goteborg che ribaltò la storia

Gli svedesi, guidati in panchina da un giovanissimo Sven-Goran Eriksson, sconfissero in finale l'Amburgo strafavorito. Ripercorriamo quell'impresa attraverso i documenti d'archivio storico forniti dall'Ing. Gianfilippo Riontino

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Può una piccola squadra di semi professionisti, proveniente da una città senza grandi trascorsi in materia di successi calcistici, in una nazione che fino ad allora mai aveva visto un suo club trionfare nelle coppe europee, mettere in riga l’Europa calcistica che conta ed aggiudicarsi la Coppa Uefa?

L’edizione della competizione del 1981-82 risulta essere agli atti una delle più sorprendenti, sia per il suo esito finale, ma anche per il modo in cui è maturato tale verdetto, nonché una delle più giuste e insindacabili che la storia del trofeo annoveri. Quando il 19 maggio 1982 l’arbitro inglese George Courtney fischia la fine del match di ritorno al Volksparkstadion di Amburgo, i 57.312 spettatori, per la stragrande maggioranza tifosi del club anseatico, non possono far altro che applaudire, decisamente delusi ma soprattutto un po’ straniti questi biondi ragazzi con la divisa biancoblu, che hanno appena travolto con una facilità quasi irrisoria la corazzata condotta da Ernst Happel. Ma facciamo un passo indietro.

Premesse

Quando le 64 squadre prendono il via ai nastri di partenza della competizione nel settembre del 1981, l’Amburgo rientra nel lotto delle squadre favorite per la vittoria finale. La squadra anseatica è stata presa nelle sue redini di comando dal già leggendario allenatore austriaco Ernst Happel, che va a succedere a Branko Zebec, allontanato a metà della stagione precedente e non senza rimpianto per via di una condotta professionale al di sopra delle righe. L’arrivo del tecnico viennese ed il suo alacre lavoro a fianco del corpo dirigenziale della squadra condotto da Gunter Netzer, ricompatta un ambiente che nella stagione precedente era rimasto fortemente destabilizzato dalle bizzarrie caratteriali del tecnico slavo, pagando tale stato ondivago con risultati altalenanti sia nel campionato nazionale che nelle coppe continentali. Dispersa nei meandri delle fasce minori del Ranking Uefa invece è l’IFK Goteborg, che approccia la competizione senza alcuna aspettativa di vittoria finale. La squadra condotta da un giovanissimo Sven-Goran Eriksson, all’epoca appena trentatreenne, non presenta nomi altisonanti (lo diventeranno dopo la conquista del trofeo, dando vita ad una diaspora calcistica di cui saranno beneficiari i club di mezza Europa, Italia compresa) e approccia la partecipazione al trofeo, più come un modo per acquisire esperienza e incrementare le non sempre floride casse della società, costretta a barcamenarsi in una realtà calcistica, quella svedese, non proprio economicamente florida.

(Un giovane Sven-Goran Eriksson, qui già ai tempi della Roma (1986), dove approderà dopo le trionfali esperienze al Goteborg e al Benfica)

La Coppa Uefa di Goteborg e Amburgo

Le due squadre superano in maniera perentoria le insidie dei primi tre turni. L’Amburgo esordisce contro gli olandesi dell’Utrech perdendo in casa in maniera abbastanza sorprendente per 0–1, salvo poi dilagare nella terra dei mulini a vento per 6–3, in una partita che viene ricordata a posteriori per il fatto di aver visto un giovanissimo Marco Van Basten allontanarsi di nascosto dalla sede dell’Ajax, suo club di appartenenza di allora, per andare a vedere il match. Sfortuna volle che allo stesso match fosse presente anche il tecnico dell’Ajax Aad de Mos, per visionare da vicino gli olandesi futuri rivali in campionato, che pare ebbe modo di accorgersi della presenza del giovane attaccante allo stadio in veste di spettatore; l’episodio non ebbe comunque conseguenze. L’Amburgo procede la sua corsa estromettendo grazie alla strapotenza tecnica-fisica, ma non senza difficoltà (3–2 risultato complessivo) i francesi del Bordeaux, che già iniziavano ad impostare un centrocampo che sarebbe stato ricordato come uno dei più eleganti e tecnici del decennio. Nel terzo turno Happel incrocia un altro grande (futuro) maestro di calcio, ovvero Alex Ferguson ed il suo Aberdeen, eliminandolo dalla competizione con un non semplice 5–4 complessivo. Ferguson, che dopo il rovescio in Coppa dei Campioni dell’anno precedente contro i Reds di Bob Paisley, ha comunque modo di accumulare esperienza contro un altro santone della panchina. Dal canto suo il Goteborg elimina i finlandesi dell’Haka (7–2 complessivo), gli austriaci dello Sturm Graz (5-4 complessivo) e la Dinamo Bucarest, squadra ostica contra la quale per la prima volta i ragazzi di Eriksson danno prova delle loro qualità (4–1 complessivo finale).

(La rosa dell'Amburgo, foto interna del "match program" del Goteborg distribuito allo Stadio Ullevi a ridosso della finale d'andata - materiale gentilmente concesso dall'Ing. Gianfilippo Riontino, che ci ha aperto il suo archivio)

I quarti di finale della Coppa Uefa 1981-82

I quarti di Finale presentano un tabellone “spurio”, con la presenza di una sola grande squadra, all’epoca più di blasone che di fatto, ovvero il Real Madrid, alla costante ricerca del nobile passato perduto. Real accompagnato dal conterraneo Valencia, vincitore all’epoca di due Coppe delle Città di Fiera nei primi anni 60 e di una più recente Coppa delle Coppe, seguita dalla Supercoppa nel 1980. Dundee United, Radnicki Nis, Neuchatel Xamax e Kaiserslautern completano il lotto delle partecipanti (oltre alle nostre due), tutte squadre dai trascorsi calcistici non certo nobili in ambito internazionale. Il turno di marzo permette agli anseatici di eliminare non senza fatica gli svizzeri del Neuchatel, mentre gli svedesi continuano il loro spensierato cammino imponendo un 4–2 senza recriminazioni al Valencia. Eliminazione che lascia la Spagna, club di prima fascia del ranking, senza partecipanti, data la disfatta storica patita dalle merengues in terra di Germania contro il Kaiserslautern (0–5).

Le semifinali della Coppa Uefa 1981-82

Il sorteggio delle semifinali evita lo scontro fratricida tedesco, mettendo di fronte gli anseatici ai sorprendenti slavi del Radnicki Nis, mentre i “blavitt” nordici sfidano il Kaiserslautern. La stampa di mezza Europa già assapora una finale tutta tedesca, sulla falsariga di quanto accaduto nella stagione 1979–80, quando le squadre teutoniche in semifinale erano addirittura state quattro. Ma mentre l’Amburgo rispetta il pronostico ribaltando in casa il 2–1 patito in terra slava con un 5–1 senza recriminazioni, i biancazzurri di Goteborg dapprima impongono allo storico club di Fritz Walter il pari in Germania (1–1), salvo poi trascinare i tedeschi ai supplementari nella partita di ritorno risolta da Fredriksson al minuto 102. Un vero finale da film alla John Carpenter, esattamente come il nome dell’arbitro irlandese della contesa.

(Le prime pagine del mitico "Kicker Sportmagazin" all'indomani delle due finali - dall'archivio di Gianfilippo Riontino)

Goteborg-Amburgo, la doppia finale della Coppa Uefa 1981-82

Quando le squadre il 5 maggio 1982 si presentano all’Ullevi Stadium di Goteborg per giocare la partita d’andata, su un campo reso fangoso e pesante dalla pioggia, tutti i pronostici sono appannaggio dei tedeschi. Gli anseatici vengono da un turno di campionato dove hanno polverizzato i compagni di semifinale di coppa (il Kaiserslautern) per 4–0 portando a +2 i punti di vantaggio sui diretti rivali del Colonia. Quando scendono in campo ben 9 sono i giocatori che solo l’anno successivo faranno parte della formazione titolare che vincerà la Coppa dei Campioni ad Atene contro i Bianconeri della Juventus, e con in più un Beckenbauer presente tra le seconde linee. Il campo pesantissimo impedisce qualsiasi manovra ragionata ai tedeschi, i quali, visto l’andazzo, con il passare dei minuti decidono di “accontentarsi” e non provano a vincere la partita. La scarsa considerazione delle capacità finalizzatrici dei non nobili, seppur volonterosi svedesi, viene ampiamente sottovalutata e la sorte presenta il conto a tre minuti dalla fine, quando Holmgren batte Stein rompendo gli equilibri. Nessuno al termine di quella partita pensa minimamente che questo gol possa rappresentare un problema. Non Happel che continua a schierare le forze migliori in campionato per vincere la Bundesliga, imponendo ai suoi di giocare partite fisicamente molto intense; non la stampa, tra cui il nobile e prestigioso Kicker Sportmagazin, che prevede una rimonta “forte” e senza problemi; non il Kaiser Beckenbauer, ansioso di completare il suo brillante palmares con l’unico trofeo europeo ancora assente dal suo personale albo d’oro.

(A sx la copertina del "match program" di Amburgo-Aberdeen, in cui si riconosce Beckenbauer; a dx la copertina del "match program" della finale d'andata - dall'archivio di Gianfilippo Riontino)

E torniamo da dove siamo partiti. Quando il 19 maggio del 1982 le squadre si presentano sul terreno di gioco per giocare la finale di ritorno, solamente un manipolo di uomini in tutta Europa è convinta che a portare a casa il trofeo possa essere la squadra svedese; e questo manipolo di uomini è quello che sta per scendere in campo con la maglia biancoazzurra. L’Amburgo proviene da un impressionante 5–0 rifilato al neopromosso e neo ritrovato Werder Brema in campionato, risultato che di fatto avvicina sempre di più gli uomini di Happel al piatto d’argento dei vincitori della Bundesliga, e vuole concludere la stagione in bellezza, da dominatore. Tale approccio, piuttosto egoico e autocelebrativo porta gli anseatici a giocare una partita di attacco fin dal primo minuto, su un terreno di gioco perfetto, al quale gli svedesi non sono abituati e che sembra mettere loro le ali ai piedi. Ali che si materializzano al 25° minuto, quando un rapido rovesciamento di fronte porta Cornelliusson a battere Stein, non immune da colpe per una “non” uscita su una palla crossata a centro area e facilmente neutralizzabile. Questo gol sveglia l’Amburgo che capisce, probabilmente troppo tardi, come gli svedesi non siamo in finale a fare atto di presenza. La squadra rientra nell’intervallo fortemente determinata a ribaltare il risultato (ora servono tre reti per vincere il trofeo) e si getta sconsideratamente in attacco, circostanza questa che mette gli svedesi nella condizione di giocare la partita preferita, ovvero una gara attendista. La disputa si chiude a metà ripresa, quando in tre minuti Nilsson e Fredriksson su rigore chiudono i conti con due azioni nate da ribaltamenti di fronte.

(Il tabellino della finale di ritorno fornito da soccerdata.com)

Al fischio finale del match – mentre i nordici festeggiano la conquista di un trofeo che sembra quasi essere enorme nelle loro mani – gli occhi bassi del Kaiser, lo sguardo di pietra di Happel e la rabbia impotente del grande Kaltz restano l’eredità dolorosa di una partecipazione che aveva fatto tutto per meritare la conquista del trofeo (a oggi rimane ancora l’unica competizione di lunga durata della Uefa a mancare nel palmares dell’Amburgo), ma che a seguito di una serie di errori di valutazione ha lasciato che una coppa dal destino apparentemente segnato, prendesse la strada della Svezia.

La storia dimostrerà che la vittoria dei “blavitt” non fu casuale. Negli anni successivi gli svedesi si confermeranno realtà calcistica di primo piano, sfiorando la finale del massimo trofeo continentale nel 1986, eliminati dal Barcellona in terra di Spagna solamente ai calci di rigore. Mentre nel 1987 replicheranno la vittoria nel terzo trofeo continentale, anche in quella circostanza senza recriminazione alcuna. Dal canto suo l’Amburgo farà tesoro di questa sconfitta già l’anno successivo, quando posto di fronte ad una delle squadre più belle ed attrezzate che il calcio moderno ricordi (la Juventus di Trapattoni), in quel di Atene giocherà una partita suntuosa e tatticamente intelligentissima, portando a casa il massimo trofeo continentale.

*Fonti utilizzate per la stesura dell'approfondimento dall'archivio dell'Ing. Gianfilippo Riontino: match program del Goteborg; match program dell'Amburgo; Guerin Sportivo; Tuttosport; Stadio; La Gazzetta dello Sport; Kicker; Voetbal International e Soccerdata. L'immagine di copertina è presente nel match program del Goteborg della finale d'andata.

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