80 anni da leggenda: Ferguson, eroe del Manchester United

80 anni da leggenda: Ferguson, eroe del Manchester United

Sir Alex ha rivoluzionato il ruolo dell’allenatore-manager, diventando uno dei più vincenti di sempre: la sua storia, i suoi trionfi, il suo lascito

Paolo Marcacci/Edipress

31 dicembre

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In ogni ambito e in ogni tempo ci sono i grandi uomini, che per meritare questa definizione devono essere in pochi; ci sono poi i dominatori assoluti, che caratterizzano un’epoca e che proprio per questo sono rari; infine, ci sono quelli per i quali ha senso dire che la storia contemplerà un prima e un dopo di loro, come sanno bene gli appassionati di calcio inglese e come può raccontare ogni tifoso del Manchester United quando si pronuncia con devozione il nome di Sir Alex Ferguson. Un signore che la prima volta che si era seduto sulla panchina dei Red Devils, nel 1986, si trovava a ereditare una società che aveva conosciuto la gloria e che sperava di tornare prima o poi ad assaporarla; quello stesso signore, l’ultima volta che si è ritrovato a guidare lo United nel 2013, lo aveva da tempo traghettato nella leggenda. E, qualsiasi cosa possa accadere in futuro, i DiavoliRossi lì continueranno ad abitare per sempre, perché ci vuole meno tempo a declamare un sonetto di Shakespeare che a elencare tutti i titoli che Sir Ferguson ha ancorato alla bacheca del club: tredici titoli nazionali; cinque Coppe d’Inghilterra; quattro Coppe di Lega; dieci Charity Shield; due Champions League; una Coppa delle Coppe; una Supercoppa Europea; una Coppa Intercontinentale; un Mondiale per club. Come a dire che ha cominciato a vincere nel vecchio calcio e che ha continuato a farlo nel nuovo, quando la First Division era diventata Premier League e nuove coppe europee avevano soppiantato le vecchie

Un nuovo modo di essere allenatore

Un saggio è destinato a durare più di un genio: in questa sentenza possono essere racchiusi gli anni, il carisma e i risultati, probabilmente irripetibili per la frequenza delle vittorie, di Sir Alex a Manchester. Ma, proprio in ragione di tali proporzioni, a un certo punto del suo tragitto alla guida dei mancuniani è diventato impossibile non considerarlo anche un genio. Scozzese di Glasgow, estrazione operaia, ideali socialisti e orientamento conseguentemente laburista; da calciatore centravanti poderoso che sovente picchiava per primo. Quando arriva a Manchester, ha già conosciuto la vittoria da allenatore, ha già rodato il proprio carisma da manager, ben oltre le questioni inerenti il rettangolo di gioco: prima col St. Mirren, poi soprattutto con l’Aberdeen, in particolare per la storica Coppa delle Coppe vinta ai danni del Real Madrid.

Questione di carisma

Più numerosi dei trofei vinti, i grandi giocatori che, pur tra spigoli di personalità forti e spesso complicate, si sono affidati alla sua leadership; a cominciare dalla fantasmagorica “Classe del 1992”, quella di Beckham, di Giggs, di Scholes e dei fratelli Neville. E in questo senso, a rendere l’idea della grandezza valorizzata e messa al servizio della causa, quella che potremmo definire la “simbologia del numero Sette”, che più maiuscolo non si potrebbe: in un club che dentro quella maglia aveva allevato George Best, Ferguson ha reso calcisticamente immortali Bryan Robson, Cantona, Beckham, Cristiano Ronaldo. Sulla forza, innanzitutto caratteriale, dei grandi giocatori ha fondato quella della squadra, sempre asservita al dogma del condottiero: - My way or the highway -; come a dire che o si seguiva il suo cammino, o si poteva imboccare una qualsiasi autostrada per andarsene altrove. Su una tale compattezza, più che sulle alchimie del gioco, ha edificato la sequela dei suoi successi; sempre studiando a menadito qualsiasi grande avversario, perché altrimenti non avrebbe a più riprese sconfitto i più forti. A Manchester seppero aspettarlo quattro stagioni, prima di arrivare al primo trofeo, la Coppa d’Inghilterra del 1990: da quel momento in poi Ferguson, nel frattempo nominato Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 1995 e Cavaliere nel 1999, ha traghettato un club dalla contemplazione nostalgica dei fasti un po’ sbiaditi dell’epoca di Matt Busby al dominio planetario del suo simbolo e del suo marchio, in termini sia sportivi che aziendali. Il 31 dicembre 2021 compie ottant’anni e per questo lo celebriamo, ma l’anagrafe in questo caso è un granello di sabbia di fronte alla montagna della gloria conquistata. 

 

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