Trevor Francis, il ragazzo da un milione di sterline

Trevor Francis, il ragazzo da un milione di sterline

Nell'inverno del 1979 il giovane ma già esperto attaccante fu acquistato dal Nottingham Forest per una cifra record

Cesare Mariconda/Edipress

9 febbraio

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Mister Clough fece preparare l’ufficio con le pareti rivestite in legno, fece piazzare tre sedie dietro alla scrivania e chiese di sgombrare tutto il resto della stanza per far spazio a quanti più reporter e fotografi riuscissero ad entrare.

Lasciò alle maestranze tutte le istruzioni del caso, poggiò sul tavolo una penna di pregio ed una carpetta di cartone azzurro con qualche dozzina di fogli di contratto, spiegò velocemente a Peter la sua parte e corse a cambiarsi per non sbagliare il tempo dell’ingresso in scena: Trevor non era uno da ritardo.

Con quei modi da guardacaccia d’altri tempi che gli avevano consentito di ignorare il ‘68, la passeggiata sulla Luna, la musica dei Beatles e le ventate pacifiste, Peter Taylor era perfetto per il ruolo: arrivò con i solchi del pettine ancora scavati tra i capelli, indossando una camicia blu, un giubbino di renna e un’intensa fragranza troppo alcolica di bassa profumeria.

Come previsto, l’automobile arrivò in anticipo di una manciata di minuti tagliando a metà l’aria gelata delle Midlands e una folla di fotografi assiepati davanti all’ingresso del City Ground.

Trevor Francis era un giovane elegante che in soli ventiquattro anni poteva già dire di avere visto il mondo, sapeva scegliere i colori ed era capace di allacciarsi la cravatta. Si presentò in completo beige e camicia bianca e scese dalla macchina guardandosi intorno con un filo d’imbarazzo, come se si vergognasse del clamore che gli si era sollevato tutto intorno.

Trevor Francis, dall’America al Forest

Tutto si sarebbe potuto dire, tranne che quel giovane capellone che aveva dimenticato il cappotto fosse l’onemillionpoundman di cui parlava l’intero paese, il centravanti dell’Inghilterra di Ron Greenwood, quello che in pochi mesi da attaccante del Detroit aveva messo su più reti che partite ed era stato nominato tra i migliori giocatori del torneo con Beckenbauer e Chinaglia.

Strinse qualche mano senza capire di chi fosse e si lasciò accompagnare attraverso i corridoi dello stadio fino al cospetto di un omone in blazer sartoriale con la faccia da avvocato ed il grugno da mercante. Fu fatto accomodare sulla seggiola centrale allestita per la firma, proprio al centro della scena.

Incurante del brusio dei giornalisti, l’elegante sconosciuto fermò il dito in alcuni punti del carteggio e il calciatore non mancò di vergarvi il proprio nome, siglando su due righe con una T dalla stanghetta affilata e lunga quanto il resto della scritta ed una F dall’insolita e paffuta rotondità.

Trevor Francis era davvero un giocatore del Nottingham Forest campione d’Inghilterra. Era il momento di tirare su il sipario e entrare in scena. Prima Peter Taylor e subito dopo Brian Clough.

Taylor fu perfetto nel seguire il suo copione: entrò in silenzio, prese posto alla destra del campione e non disse proprio niente, come solo lui sapeva fare.

Con un’interpretazione magistrale della parte, Brian Clough fu Brian Clough meglio che in ogni altra occasione: si presentò con aria scocciata tenendo tra le mani una racchetta da squash ed in dosso un giubbotto sportivo di nylon rosso lucido su di una tuta da ginnastica nera fiammante. Come a dire: “Facciamo veloce, che ho da andare a divertirmi e qui non c’è niente di importante”.

Geniale. Come può essere geniale un manager di calcio nel comunicare un messaggio a un’intera nazione, alla sua squadra ed anche ad un solo calciatore. E Brian Clough, in questo, era senz’altro il numero uno. 

Con quella caricaturale racchetta tra le mani, in un istante spostò tutti i riflettori su se stesso lasciando libero il ragazzo di essere ragazzo e di giocare col pallone. Ma seppe altresì dire a Trevor Francis di non azzardarsi a avere grilli nella testa, perché per lui quell’ingaggio non significava nulla di speciale e che – costasse un solo penny o un intero milione di sterline – ogni calciatore del suo team resta soltanto un calciatore ed il suo valore lo deve sempre dimostrare.

Tutta scena, ovviamente. Perché Brian Clough – se ancora non lo si fosse capito – non era uno che lasciava nulla al caso: come aveva fatto per ogni giocatore e per ogni membro dello staff del Forest, lui stesso aveva scelto Trevor Francis dopo averlo seguito con meticolosa attenzione già da molti anni, senza tralasciare alcun particolare.

Al di là dei tanti gol che aveva segnato in quel di Birmingham, ad attrarre l’attenzione di Brian era stato un marziale “signorsì” che aveva contraddistinto il loro incontro, poco più di un anno prima. Brian, già manager affermato fin dai tempi del Derby County e allora in lizza – con il Nottingham – per quel titolo nazionale da neopromosso che avrebbe conquistato a fine anno, fu chiamato a premiare il miglior calciatore inglese “Midlands Football Writers” del 1978.

Vinse Francis, manco a dirlo. E si trovò rigido come uno stocafisso su di un palco, con l’imbarazzo di chi non ci sa stare. Il vecchio Brian – che non era in vero tanto vecchio e che a ben guardarlo neppure lo sembrava – lo passò in rassegna come un caporale fa con un soldato, ordinandogli di ricomporsi: “Sei un giovane di talento. Ora, se togli gentilmente le mani dalle tasche, ti consegnerò questo trofeo”. Trevor si fece paonazzo e seppe dire soltanto “signorsì”, scattando sull’attenti. Come un ragazzo perbene che sa distinguere il giusto dall’errore e soprattutto che sa cosa significa avere rispetto per un superiore. Insomma, il centravanti perfetto per la sua squadra.

Perché Francis non era uno di quei marcantoni da centro dell’attacco che a Clough non erano mai piaciuti, ma uno scaltro che in silenzio si staccava dalla marcatura e poi sapeva gettarsi sulla palla come un falco. Uno che lo cerchi e non lo trovi, ma poi ti tocca raccoglier la sua palla nella rete.

E anche perché, a Birmingham, Trevor Francis non faceva mistero di non volerci più restare. Troppo forte per quella squadretta priva di ambizioni in cui vincere andava al di là di quello che era legittimo sognare.  

Con la maglia bianca e blu del Birmingham City, Trevor aveva giocato fin da bimbo e fin da bimbo aveva esordito tra i campioni. A sedici anni era già attaccante titolare, con quindici reti in seconda divisione e in otto anni aveva superato di gran lunga il centinaio, conquistando la prima serie e la nazionale dei leoni.

Insomma, a ventitré anni Trevor Francis aveva già fatto tutto quello che poteva fare un centravanti a Birmingham. E per migliorare serviva andare altrove.

Il composto lamento con cui chiese la cessione valse a Trevor un biglietto andata e ritorno per gli Stati Uniti del 1978 e un contratto di prestito ai Detroit Express. Erano gli anni della NASL e dell’America che voleva comprare il calcio e che riempiva le sue squadre di George Best, Johan Cruijff, Gerd Muller, Franz Beckenbauer e Trevor Francis. E Trevor non fece meno di ciò di cui era capace: segnò più o meno sempre e lasciò gli States con 36 reti in 31 partite, tornandosene a casa con una fama intercontinentale e tanta voglia di una squadra con cui vincere qualcosa.

Brian Clough, uno che conosceva i tempi della scena del pallone meglio delle sue stesse tasche, capì che quello era il momento e affondò il colpo.

Le pretendenti intorno a Francis non mancavano davvero, ma il Nottingham era la squadra campione d’Inghilterra e Brian sapeva di disporre di un budget fuori dalla portata di ogni altra squadra, specie per quella sessione di calciomercato che si teneva a metà campionato e che di solito non registrava grandi movimenti.

Fece una telefonata a Birmingham e disse: “un milione”, chiudendo la partita in un istante. Anche perché il record di ogni tempo per un calciatore inglese non era neppure la metà, ed all’estero qualcosa di più caro si era visto soltanto per Savoldi a Napoli o per la valutazione di Paolo Rossi da parte del Vicenza.

Poi – beffardo come sempre – si corresse: “Anzi, 999.999 sterline”, come a dire che così non sarà giusto parlare di milione. Ben sapendo che lo avrebbero fatto comunque tutti, anche perché poi ci sono le gabelle federali che portano comunque il totale a sette cifre.

Da lì a poche ore di quell’inverno del 1979, si comprò un giubbino rosso e una racchetta da squash, fece portare Francis nelle Midlands e apparecchiò la scena intera per la stampa.

Trevor Francis sul tetto d'Europa

Soltanto quattro mesi dopo, a Monaco di Baviera, nel recupero del primo tempo di una finale di Coppa dei Campioni speciale come tutte, un attaccante con il sette sulla maglia tutta rossa si staccò in silenzio dal suo marcatore che guardava la palla dal lato opposto e – avventandosi sul cross – segnò la rete che assegnò al Nottingham Forest il titolo di campiona d’Europa.

Mentre lo speaker urlava il nome di Trevor Francis, a Brian Clough venne in mente il giorno in cui in una stanza tutta in legnò si udì domandare al suo nuovo acquisto: “Trevor quando pensi di giocare?”.

E lui, mentre Francis preparava la risposta, fu più lesto come sempre: “Quando lo scelgo”. E se ne andò a giocare squash.

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