José Mari, il primo spagnolo del Milan che non convinse mai i rossoneri

José Mari, il primo spagnolo del Milan che non convinse mai i rossoneri

L'attaccante venne strapagato nel gennaio del 2000 e segnò quasi subito contro la Roma. Da lì in poi non combinò molto altro

Alessandro Ruta/Edipress

16 gennaio

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Chissà cosa ci aveva visto di speciale il Milan in José Maria Romero Poyòn, in arte José Mari. Una certa esuberanza atletica, del resto oggi lo spagnolo è un influencer del body building a nemmeno 50 anni con un fisico scolpito, e sicuramente la capacità di giostrare in più ruoli dell'attacco, che nel 3-4-3 dell'epoca proposto da Zaccheroni era manna dal cielo.

Per il resto José Mari fu un acquisto sbagliato o più probabilmente illusorio, costoso e poco redditizio, come qualità-prezzo forse il peggiore nella storia del Milan nel mercato di gennaio.

 

José Mari al posto di Shevchenko

Pronti via, nemmeno un minuto in campo e gol di testa contro la Roma con una girata di nuca. Cross di Boban felpato dalla sinistra e pareggio di José Mari, entrato da una manciata di secondi al posto nientemeno che di Andriy Shevchenko.

Vista con gli occhi di oggi, una sostituzione impensabile, assurda, da non crederci. E invece lo spagnolo si rivela subito decisivo, nel 2-2 con cui il Milan esce imbattuto da San Siro la sera del 9 gennaio 2000.

Fenomenale esordio per uno costato 35 miliardi di lire (18-19 milioni di euro), incassati con grande piacere da un Atletico Madrid in debito d'ossigeno e destinato a retrocedere, invece, in quella stagione 1999-2000. Un Atletico Madrid in cui aveva occupato un ruolo importante, quello di allenatore, Arrigo Sacchi, ex tecnico rossonero e scopritore di José Mari prima di essere esonerato. Non c'è dubbio che "Il Vate di Fusignano" un consiglio alla dirigenza rossonera l'avesse dato.

 

Mai più protagonista

José Mari è stato il primo spagnolo a vestire la maglia del Milan. Curioso per un club che ha sempre fatto del gioco spumeggiante il suo stile di vita, specie con Berlusconi presidente. Del resto nel dubbio meglio i brasiliani, si sono sempre detti a Milanello.

Tuttavia lo spagnolo, esuberante attaccante esterno con velleità da centravanti, non ha mantenuto le promesse. A quel gol contro la Roma ne sarebbero seguiti ben pochi nei due anni e mezzo trascorsi a Milano: coi suoi capelli lunghi da ribaldo, lui andaluso di Siviglia, non riuscirà mai a integrarsi né con Zaccheroni né con Cesare Maldini né con Terim né con Ancelotti.

In alcune partite della successiva stagione andrà a comporre una improbabile coppia di attaccanti iberici assieme a un vero “bidone”, fatto e finito, come Javi Moreno, per la disperazione dei tifosi del Diavolo.

Verrà via via emarginato nonostante sulla carta fosse un attaccante molto duttile, buono per un tridente o un attacco a due, in coppia con Shevchenko. Però 14 gol in 75 presenze complessive, di cui 5 in Serie A, rimangono un bottino esile per uno arrivato in corsa. Se non avesse segnato subito, chissà.

 

 

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