Sara Simeoni, la leggerezza del talento

Sara Simeoni, la leggerezza del talento

Oro e argento olimpico per la ragazzina troppo alta per la danza e che "saltando" rese orgoglioso un Paese che non si pensava capace di tanto

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In principio, fu la grazia: quella di un delicato accento veneto, nella pronuncia timida di una ragazzina che cullava, all’inizio, sogni un poco diversi da quelli, immensi quanto inconsapevoli, che poi avrebbe effettivamente realizzato. Rivoli Veronese, 1953: viene alla luce una bambina che in pochi anni di vita si rivelerà sottile e affusolata un po’ come tutta quell’Italia che ancora aveva bisogno di tempo per risollevarsi, per ricostruire se stessa, per tornare ad entusiasmarsi o a sorridere, dopo aver completato lo sforzo di placare tutta la fame del dopoguerra. Sara a dieci anni è già più alta della media; però per rendere meglio l’idea dovremmo dire che è lunga, lunga e con gambe come giunchi; profilo sottile, con le fibre muscolari che già sembrano una premessa, o una promessa, di leggerezza. Sara ha talento per la musica; un orecchio naturale, come si diceva un tempo; le piace anche dipingere, a testimonianza di una predisposizione naturale per l’arte in generale. Ma, più di ogni altra cosa, la bambina ama la danza: al centro artistico comunale di Verona non hanno dubbi sulla sua bravura, sulla leggerezza, sulla naturalezza con cui esegue i volteggi. Nessuno può comprendere fino in fondo la delusione di una bambina veronese alla quale dicono prima che la sua classe di danza è stata scelta per il coro dei “Moretti” dell’Aida sul palco dell’Arena e, poco dopo, che lei però è stata scartata solo perché è troppo alta. Solo e soltanto perché è troppo alta.

Sara Simeoni, dalla danza all'atletica

Per sublimare quella delusione, la cui cicatrice sarebbe comunque rimasta visibile ogni in volta in cui Sara avrebbe ripensato a quei sogni di ragazzina, lei decise di ascoltare i consigli di una sua insegnante, che nell’estate del 1965 la esortò a frequentare un campo scuola per apprendisti sportivi che si teneva a Verona. Era attirata, non sapeva nemmeno spiegare perché, dal salto in alto. Prima gara, al suo debutto da dodicenne: salta un metro e venticinque, con una rudimentale tecnica “frontale”, ossia basata soltanto sulla proiezione del suo corpo oltre l’asticella. Da affinare la tecnica; indiscutibile la predisposizione alla disciplina. Nel 1970, facendo un piccolo salto - è proprio il caso di dirlo - nel tempo, la bambina che voleva danzare ha lasciato il posto a una promettente atleta adolescente, che sui tabelloni vede i propri nome e cognome comparire sempre più spesso e sempre più in alto. Padova, primato italiano: uno e settantuno. È forse quello il momento in cui Sara Simeoni passa dall’essere una speranza dell’atletica al rappresentare una certezza per gli anni a seguire.

Sara Simeoni, l'orgoglio italiano che sbaragliò il mondo

1971 e 1972: gli Europei di Helsinki, i Giochi Olimpici di Monaco: Sara ha già cominciato a volare e la sua prima Olimpiade le vale un salto da un metro e ottantacinque: quinto posto nella graduatoria finale e, soprattutto, nuovo record italiano. Senza ancora essere arrivata a sfiorare i vent’anni, ma senza più farsi trattenere dalla soglia dell’asticella: sia quella reale che quella simbolica delle sue possibilità, divenute ormai illimitate. Quando si nasce campionessa, il destino ti dona prima il talento, poi si fa ancora più prodigo nel tenerti da parte una grande avversaria, che ti migliora, ti stimola, ti perseguita e proprio per questo ti porta ancora più su, mentre tu fai lo stesso con lei.
Si chiama Rosemarie Ackermann, è un’atleta della Repubblica Democratica Tedesca: Sara stravede per lei, l’ha ammirata per anni; nel frattempo, l’ha raggiunta. Saltano in modo differente: la Simeoni usa lo stile Fosbury, praticamente a gambero; la tedesca dell’Est invece è l’ultima e più prestigiosa esponente dello stile cosiddetto “ventralista”, per mezzo del quale ha raggiunto i due metri a Montreal nel 1976. Brescia, 1978, un raduno tra Italia e Polonia: forse è quello il vero giro di boa, la consacrazione definitiva; forse è persino più importante di ciò che accadrà due anni più tardi. Sara Simeoni sorvola i 2,01; Rosemarie è stata scavalcata, il record del mondo ha cambiato regina. Sempre sorridendo timidamente, salutando il pubblico con le braccia magre e affusolate, sottile ed elegante con naturalezza, Sara Simeoni arriva a Mosca, nel 1980, per recitare il ruolo di favorita nell’Olimpiade del boicottaggio statunitense. I favori del pronostico sembrano caricarle le spalle di responsabilità; le aspettative di tutto il mondo le provocano crisi d’ansia. Il giorno della finale, 26 luglio 1980, ci si mette anche la pioggia a darle tensione. Oppure gliela toglie di dosso? Fatto sta che Sara chiede l’asticella a 1,91, sorvolandola con nonchalance. Si sale a 1,94 e il mondo si sorprende per l’eliminazione della Ackermann. Simeoni, Kirst e Kielan si giocano tutto a 1,97. La soglia dell’Oro. Tutte e tre falliscono il primo tentativo. Al secondo, riccioli scuri e canottiera azzurra, il vento moscovita soffia un po’ più forte per lei che per le altre: è la sola ad andare oltre, quasi piegandosi ad angolo, come gli accenti circonflessi delle parole in cirillico che scorrono sui tabelloni. Quando Sara atterra l’Italia si scopre un po’ più fiera e orgogliosa. E anche più donna, si scopre la nazione: era dalla medaglia di Ondina Valla a Berlino nel 1936 che sul gradino più alto del podio olimpico il Tricolore attendeva di sorridere con grazia.

La storia d'amore con Erminio Azzaro

Sara Simeoni salirà sul secondo gradino del podio olimpico a Los Angeles, quattro anni dopo, per i Giochi che devono fare a meno degli atleti sovietici. Al suo fianco, in pedana come nella vita, sempre Erminio Azzaro, suo allenatore e marito, al quale affidò aveva deciso di affidare vita e allenamenti sin dal record italiano di 1,85 del 1972: "Quella volta mi son detta: 'altri tre centimetri e salgo sul podio, dunque è ora di fare sul serio, di allenarmi in modo specifico'. La tecnica di gara nel fosbury era semplice, ma come allenarsi era un mezzo mistero. Fin lì avevo preso tutto come veniva. Per una ragazza era più dura, sempre in coda ai maschi. Volevo continuare e migliorarmi. Così ho detto a Erminio: 'o mi alleni tu o smetto'". Sono ancora lì, loro due, innamorati come il primo giorno. E noi di lei, ancora oggi, senza dimenticare di ringraziare quel maestro di danza che un giorno le disse che era troppo alta, per fare la ballerina.

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