Gilles Villeneuve, l’immortale

Gilles Villeneuve, l’immortale

Una vita per le corse, quella del pilota canadese della Ferrari, scomparso sulla pista di Zolder l’8 maggio 1982: ritratto di uno dei più grandi protagonisti emotivi nella storia della F.1

Daniele Drago/Edipress

8 maggio

  • Link copiato

Era partito da Maranello in direzione Montecarlo con l’elicottero. Arrivato in mezzo alle nebbie piemontesi di Tortona, con la vista appannata e la stanchezza dettata dall’orario notturno, decise di fermarsi a dormire in un paesino. Ma non in albergo, bensì nel bel mezzo di una piazza, dove parcheggiò il velivolo. L’indomani mattina si risvegliò circondato dalle bancarelle: era il giorno del mercatino settimanale. Venditori e ambulanti rimasero stupefatti, come Polizia e Carabinieri, che però lui riuscì a intortare con quella sua faccia da monello. Un episodio che racconta molto, se non tutto, di una persona buona e ingenua. Che però era anche il pilota della scuderia più prestigiosa al mondo. Un bambino con le sembianze di un adulto e un unico desiderio, correre. E andare più veloce di tutti. Lo amava tutta l’Italia, Tortona compresa. E aveva convinto tutti di essere immortale. Una credenza che venne smentita un pomeriggio di maggio del 1982. Quando tutti rimanemmo orfani di Gilles Villeneuve.

Gilles Villeneuve, l’Aviatore

Sin da bambino sviluppa un grande talento per la tromba. Viene addirittura preso dal Conservatorio del Québec. Ma Gilles ha voglia di suonare solo nelle pause tra una corsa e l’altra. Perché nel suo Canada è un campione di motoslitte, viatico per l’approdo tra le auto. Nel 1977 Enzo Ferrari lo sceglie di persona per sostituire un campionissimo come Niki Lauda. Il Grande Vecchio deve aver visto qualcosa che a tutti gli altri è sfuggita, perché in F.1 Gilles fino ad allora ha corso solo una volta, a Silverstone con una McLaren. Alla sua seconda gara con la Rossa, al Fuji, tocca la Tyrrell a 6 ruote di Ronnie Peterson e spicca il volo contro le barriere di protezione. Lo soprannominano l’Aviatore, e i tifosi della Ferrari hanno già capito l’antifona. 

Gilles Villeneuve, anima pura e coraggio ardente

Non avrebbe mai vinto un Mondiale. Lo intuiscono subito anche in Ferrari. Gilles non è un pilota da calcoli, da piazzamento, uno di quelli che guarda la classifica o che sta ore a impostare l’assetto della macchina. Vive per la corsa, per quel singolo momento di adrenalina. Ed è un’anima pura, che involontariamente o meno si distingue dal resto. Quando corre, va in giro per i circuiti di tutta Europa con il suo motorhome. Assieme a lui, la moglie Joann e i figli Jacques e Melanie. Quel camper dove il barbecue della famiglia Villeneuve intrattiene amici e giornalisti (questi ultimi però invitati senza scarpe, così si sentono a disagio e vanno via prima...) diventa una sorta di isola felice, separata da una F.1 che stava per diventare lo show milionario che è oggi. Del resto, il suo viso è rimasto quello di un bimbo, innocente ma dal grande coraggio. E i tifosi lo amano. Gilles è un temerario con la tendenza a non staccare mai il piede destro dall’acceleratore. Il pubblico ama questo atteggiamento, che è un po’ quello che chiunque sogna di avere al volante. L’Italia lo sente come uno di famiglia. Non fa semplicemente il tifo, va oltre, lo accompagna di gara in gara. Gara che il più delle volte Gilles non conclude neanche. Gli incidenti in pista non si contano. Distrugge pneumatici, accartoccia alettoni: chiunque abbandonerebbe la gara, lui chiede ai meccanici se possono riparare il danno e farlo ripartire. È un mondo a parte. E ogni volta che va a sbattere, e succede spesso, ne esce illeso. Sotto sotto, lo pensano tutti: uno così come fa a morire? Sarà immortale.

Zolder, 8 maggio 1982

Che poi Gilles non è solo velocità, cavalli, cordoli. I suoi numeri - 67 Gran Premi, 6 vittorie -, l’epico duello con la Renault di Arnoux a Digione, il Grand Chelem di Long Beach 1979 e le vittorie di Monaco e Spagna ’81 non bastano a far recepire i valori umani del canadese. Una sensibilità morale che si esprime nelle sue amicizie con Jody Scheckter e Didier Pironi. La prima non conosce alterchi, porta alla Ferrari un titolo costruttori e al sudafricano il suo unico Mondiale piloti, “scortato” dal fedele compagno di squadra. La seconda è degna di un romanzo, con un finale inaspettato solo per coloro che non vivono la F.1 di quegli anni. Gilles e Didier, una coppia in pista e fuori. Poi Imola, il sorpasso improvviso di Pironi, Villeneuve che si sente tradito, una rabbia difficile da mandare giù e da gestire. E Zolder, 8 maggio 1992, la voglia di rivalsa, una smania eccessiva di riprendersi ciò che gli è stato tolto. L’ennesimo incidente, e Gilles che stavolta si ritrova a fare i conti col destino.

Quarant’anni dopo, sono cambiate le macchine, le tecnologie, il numero di gare, soprattutto lo stile di vita dei piloti. Ogni 8 maggio però sale ancora la “febbre”, la nostalgia di un tempo passato ma infinito. E tutti vorrebbero rivedere quel camper di seconda mano parcheggiato fuori dal circuito. E allora si solleva un dubbio. Forse l’incantesimo non si è spezzato. Forse avevano tutti ragione. Gilles Villeneuve è veramente immortale.

Condividi

  • Link copiato

Commenti