Superbowl: 56 anni di storia e non sentirli

Superbowl: 56 anni di storia e non sentirli

Nato nel 1966, è l'evento sportivo più seguito al mondo. Nell'edizione disputata nel 2002 contro i Rams iniziò la leggenda di Tom Brady e dei New England Patriots

Gianluca Boserman/Edipress

13 febbraio

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L’America, soprattutto quella sportiva, vive di tradizioni molte delle quali legate al football americano. Il venerdì, ad esempio, è conosciuto come Friday Night Lights, soprannome che riporta alle luci degli stadi illuminati per le gare liceali. Ma, ovviamente, la tradizione per eccellenza si materializza tra fine gennaio e i primi di febbraio quando è in programma il Superbowl, la finale del campionato NFL. La storia dell’evento sportivo più seguito al mondo nasce nel 1966 quando le due leghe dell’epoca, American Football League e National Football League, decisero di sfidarsi per decidere la squadra campione. Nel 1971, alla vigilia del Superbowl numero 5, la partita assunse una unica denominazione perché l’American Football League era stata inglobata dalla NFL. Nel corso degli anni, il Superbowl ha scritto pagine epiche non solo per il football americano ma per la storia dello sport in generale: trionfi annunciati, soprese incredibili, rimonte che hanno portato nell’olimpo sportivo giocatori e allenatori. Come la leggenda Vince Lombardi, allenatore italo americano che vinse i primi due Superbowl con i Green Bay Packers e al quale è dedicato il trofeo assegnato alla squadra vincitrice dopo l’improvvisa scomparsa del coach nel 1970. Oppure Jim Plunkett, quarterback dei Los Angeles Raiders, che sul punto di ritirarsi, a 33 anni, dopo una carriera molto al di sotto delle aspettative vide la sua vita cambiare come nelle più classiche sliding doors: quando, nell’autunno del 1980, Dan Pastorini, titolare dei Raiders, si infortunò, Plunkett prese per mano la squadra portandola fino alla vittoria, con tanto di premio come MVP della gara, nel Superbowl contro i Philadelphia Eagles. Un vero Underdog Plunkett al pari di Doug Williams, leader dei Washington Redskins, che nel 1988 divenne il primo QB di colore a vincere il campionato.

Il Superbowl 2002 e la nascita della leggenda di Tom Brady

I quarterback hanno da sempre la lente d’ingrandimento addosso e, sebbene il detto più in voga nel football americano sia che “l’attacco fa vendere i biglietti, la difesa fa vincere le partite”, rimangono la stella polare del gioco. Non a caso, in 55 edizioni del Superbowl, sono stati 31 i QB premiati con il titolo di MVP della gara. E proprio il 3 febbraio 2002, al Superdome di New Orleans, iniziò la leggenda non solo del più grande Underdog della storia di questo sport ma anche del più forte giocatore ad aver mai calcato i campi di football americano: Tom Brady. I New England Patriots, squadra di Boston, non avevano mai vinto un Superbowl, nonostante ne avessero giocati due, nel 1986 e nel 1997, persi malamente contro Chicago Bears e Green Bay Packers. Nel 2000 avevano assunto Bill Belichick come nuovo capo allenatore vincendo la miseria di 5 partite. Nessuno quindi si aspettava miracoli per la stagione successiva che vedeva anche Drew Bledsoe nel ruolo di QB titolare con un ragazzo nativo di San Mateo e scelto solo con il numero 199 nel Draft di due anni prima come sua riserva: Tom Brady. Quando Bledsoe si infortunò il 23 settembre 2001 contro i New York Jets, il numero 12 dei Patriots prese le redini della squadra inconsapevole, lui come tifosi e addetti ai lavori, di ciò che sarebbe successo nei mesi, e negli anni, a seguire. Brady guidò la squadra alla conquista dei playoff dove sconfisse Raiders e Steelers per approdare al Superbowl contro i favoritissimi St. Louis Rams, campioni due stagioni prima. I Rams, guidati da Kurt Warner, MVP della stagione e della vittoria al Superbowl del 2000, erano dati favoriti addirittura di 14 punti dai bookmaker che ritenevano l’arrivo dei Patriots al Superbowl XXXVI una sorta di miracolo. Inoltre il 18 novembre St. Louis aveva già sconfitto i bostoniani per 24-17 con Warner che aveva sfoggiato una prestazione da 401 yard lanciate e 3 touchdown. Insomma le stelle erano tutte rivolte verso la franchigia gialloblù ma nessuno aveva fatto i conti con il ragazzo di San Mateo. La partita, illuminata dalla voce di Mariah Carey che cantò l’inno nazionale e dagli U2 protagonisti dello show di metà gara, venne aperta da un field goal, dalle 50 yard, di Jeff Wilkins. I Patriots ci misero un po’ a entrare in gioco ma nel secondo quarto suonarono un paio di colpi: prima Ty Law intercettò Warner riportando la palla in end zone e poi Brady lanciò il pallone nelle mani di David Patten per un facile TD. Al momento dell’entrata in scena di Bono e compagni, il punteggio recitava 14-3 per gli sfavoritissimi Patriots. Il terzo quarto venne dominato dalla difese con Warner ancora intercettato da Otis Smith e con il kicker di New England, Adam Vinatieri, a siglare il momentaneo 17-3. Con soli 15 minuti da giocare, i Rams tirarono fuori tutto l’orgoglio guidati dal loro quarterback. Kurt Warner entrò in end zone con una corsa di due yard e poi trovò, a 90 secondi dalla fine della partita, il TD del pareggio con un perfetto lancio per Ricky Proehl. Tutti si stavano già preparando per l’overtime anche perché i Patriots avevano esaurito i time out. Tutti si stavano preparando, tranne uno, Tom Brady. Il numero 12 prese per mano la squadra e la portò fino alle 30 yard avversarie con soli 7 secondi da giocare. Il resto lo fece Vinatieri il quale realizzò il field goal decisivo dalle 48 yard che decretò il finale di 20-17 per New England. Per la seconda volta nella storia del Superbowl la gara venne decisa da un kicker: l’unico precedente era quello del 17 gennaio 1971 quando Jim O'Brien regalò la vittoria ai Baltimore Colts contro i Dallas Cowboys. I Patriots festeggiarono il loro primo anello, con Tom Brady premiato MVP soprattutto per il drive finale, inconsapevoli che quella vittoria sarebbe stato solo il primo passo verso la leggenda interamente griffata da quel ragazzo di San Mateo, scelto con il numero 199, e che, secondo molti, sarebbe stato al massimo un buon QB di riserva. I venti anni successivi avrebbero raccontato altro: ma questa è un’altra storia. 

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