Euro ’92: premesse di un torneo stravolto da guerra e geopolitica

Euro ’92: premesse di un torneo stravolto da guerra e geopolitica

Il 10 giugno di 30 anni fa al via l’Europeo svedese. Tra Nazionali scomparse, Comunità costituite e cambiamenti storici, nacque la favola della Danimarca

Paolo Valenti/Edipress

10 giugno

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Gli Europei di Svezia del 1992, la cui partita inaugurale si disputò il 10 giugno a Solna tra i padroni di casa e la Francia, furono un crocevia inimmaginabile tra l’atrocità della guerra e la meraviglia delle favole a lieto fine. Per capirne il senso è necessario procedere a ritroso nel 1991, quando in Jugoslavia esplose un sanguinoso conflitto interno che avrebbe portato alla dissoluzione della Repubblica Socialista Federale. Lo sviluppo degli eventi portò il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a definire, il 30 maggio 1992, la risoluzione numero 757 per la quale vennero escluse, con effetto immediato, tutte le rappresentativejugoslave dai tornei internazionali. Tra queste rientrava a pieno titolo quella di calcio, che si era qualificata alla fase finale degli Europei vincendo il suo girone eliminatorio, il Gruppo 4, con 14 punti, uno in più della Danimarca. L’Uefa non poté che prendere atto di quella risoluzione e il 31 maggio comunicò alla Federazione Jugoslava l’esclusione dalla manifestazione. E così la selezione danese venne chiamata d’urgenza a riempire sul tabellone quella casella rimasta improvvisamente vacante. Con i giocatori sparsi in giro per il mondo a godersi le vacanze al termine della stagione agonistica mentre il tecnico, Richard Møller-Nielsen, qualche tempo dopo ammise candidamente che in quei giorni stava “cambiando la cucina, ma mi chiamarono per giocare in Svezia. Mi sono rivolto a un arredatore professionista per finirla”. Aneddoti quasi da tornei amatoriali.

PODCAST - Europei 1992: l'incredibile trionfo della Danimarca

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Nell'edizione giocata in Svezia la selezione danese, che non doveva nemmeno partecipare, sconfisse la Germania in finale e si laureò campione

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Euro ’92: la speranza dell’Italia spazzata via dalla CSI

Per i futuri campioni fu un ripescaggio a tutti gli effetti. Una chance che, in qualche modo, aveva lambito anche le sorti dell’Italia. La nostra Nazionale, infatti, delusa dalla mancata vittoria ai Mondiali giocati in casa nel 1990, ripartì verso il traguardo della qualificazione agli Europei sospesa tra l’amarezza di quanto non era riuscita a conseguire e la presunzione di poter superare agevolmente gli avversari del girone. Una situazione ibrida, resa ancor più instabile dalle lotte interne che vedevano contrapporsi il CT Vicini e il Presidente Federale Matarrese, desideroso di portare sulla panchina azzurra Arrigo Sacchi, al fine di replicare in Nazionale il gioco brillante che aveva saputo far esprimere al Milan il tecnico di Fusignano. In questo clima difficile, nel Gruppo 3 delle qualificazioni, l’Italia venne preceduta dall’Unione Sovietica, che acquisì il diritto di partecipare agli Europei. La possibilità del ripescaggio si prospettò quando, alla fine del 1991, l’andamento della storia portò al dissolvimento dell’Urss. Un pensiero durato lo spazio di pochi giorni, dal momento che la costituzione della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) permise ai calciatori che in campo avevano meritato la qualificazione di essere regolarmente presenti in Svezia.

La prima Germania unita e le altre protagoniste di Euro ‘92

Le vicende della politica avevano avuto i loro riflessi anche sui campioni del mondo: a seguito della caduta del muro di Berlino, infatti, il processo di riunificazione delle due Germanie aveva portato alla fusione delle rappresentative calcistiche dell’Est e dell’Ovest, ricongiunte finalmente sotto una sola bandiera. Ovviamente con i favori del pronostico segnati sulle magliette. Come i tedeschi, la Francia, guidata in panchina da Michel Platini, è tra le legittime aspiranti al successo finale: Papin e Cantona in attacco e i futuri campioni del mondo Blanc, Petit e Deschamps danno ampie garanzie qualitative alla squadra transalpina. I detentori del trofeo dell’Olanda, seppur con qualche problema, si presentano coi soliti top player (Rijkaard, Gullit, Van Basten, Koeman) mentre i padroni di casa della Svezia, confidenti di potersi avvantaggiare del fattore campo, sperano di inserirsi tra le migliori grazie al gioco che a centrocampo sviluppa il bimotore Thern-Schwarz, capace di sostenere le invenzioni dell’asso del Parma Brolin.

Le premesse per un torneo avvincente ed equilibrato ci sono tutte ma quel 10 giugno 1992, quando l’arbitro Spirin fischia il calcio d’inizio della partita inaugurale, nessuno può immaginare che dall’orrore della guerra jugoslava sarebbe nata una delle favole più belle della storia del calcio. Una fiaba da affiancare nelle antologie scolastiche a quelle scritte da Hans Christian Andersen, capace di contenere anche il dispiegarsi di amore e speranza, vita e morte: i toni vissuti in dolorosa alternanza dal danese Kim Vilfort, encomiabilmente capace, nei giorni di quell’Europeo, di essere professionista esemplare negli stadi svedesi e padre presente per la figlia malata di leucemia in Danimarca.   

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