Il 14 luglio del 1969 scoppiò la guerra del calcio

Il 14 luglio del 1969 scoppiò la guerra del calcio

52 anni fa, dopo una partita di qualificazione per il Mondiale messicano, iniziò un conflitto tra Honduras ed El Salvador 

Alessio Abbruzzese/Edipress

14 luglio

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«Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È semmai strettamente legato all’astio, alla gelosia, alla vanagloria, alla noncuranza di qualsiasi regola e al sadico piacere di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è come la guerra, ma senza l’esecuzione». Con queste parole George Orwell parlava, in chiave pessimistica, dello sport professionistico, paragonandolo alla guerra. A dirla tutta, non c’è mai stato nulla di tanto distante. Sin dall’alba dei tempi gli agoni e le competizioni sportive si sono sempre contraddistinte per la loro funzione pacifica. Nella Grecia classica ad esempio, ogni 4 anni si tenevano i Giochi di Olimpia, durante i quali tutte le guerre in corso venivano interrotte da una tregua. Verso la fine del diciannovesimo secolo Pierre de Coubertin, padre dello sport moderno, ha raccolto questo lascito e in nome di quello spirito ha creato le Olimpiadi moderne. C’è stato un preciso momento storico nel corso dello scorso secolo in cui però, le parole guerra e calcio sono state vicine come non mai.

La delicata situazione del Centro America

Centro America, 1969. I rapporti tra El Salvador e Honduras non sono mai stati idilliaci, i due piccoli Stati confinanti si portano avanti scaramucce e antipatie irrisolte sin dai tempi dell’indipendenza salvadoregna. Le dispute sono principalmente territoriali, El Salvador lamenta la sovranità honduregna sul Golfo di Fonseca, area riparata dagli uragani che spesso devastano l'America centrale, da sempre un punto nevralgico per le rotte commerciali che, costeggiando il Pacifico, fanno la spola tra il Nord e il Sudamerica. Altro punto cardine dell’astio tra le due nazioni è scaturito dall’arrivo di circa 300.000 salvadoregni in Honduras nel 1967, dovuto ad un accordo commerciale tra i due paesi, poi rispediti a casa dal governo honduregno nell’aprile del ’69, contravvenendo a tale accordo. Per un motivo o un altro, quel preciso pezzo di centro America è una vera e propria polveriera. 

Le qualificazioni mondiali, la situazione precipita

Ad inserirsi in questo clima e a far precipitare la situazione ci pensano le qualificazioni al Mondiale del 1970. Le nazionali di entrambi i paesi superano i propri gironi e si incontrano in semifinale in un doppio scontro. Il primo si gioca in Honduras dove la nazionale salvadoregna decide di giungere il più tardi possibile per evitare problemi. Ma i problemi arrivano lo stesso. L’albergo dove alloggiano i calciatori viene praticamente preso d’assalto, centinaia di honduregni passano la notte a suonare clacson e a urlare per impedire ai calciatori di El Salvador di riposare. La mattina seguente la nazionale salvadoregna trova il pullman con le ruote squarciate. È l’8 giugno del 1969, la partita, giocata in un clima tesissimo, finisce 1-0 per i padroni di casa. I maltrattati ospiti però giurano vendetta. Una settimana dopo si gioca il ritorno all’Estadio de la Flor Blanca di El Salvador. Anche qui la notte prima del match si trasforma in un inferno per la squadra ospite. I salvadoregni ripagano pan per focaccia, devastano l’albergo dove alloggia la nazionale dell’Honduras, uccidono addirittura il giovane accompagnatore salvadoregno costringendo ad intervenire l’esercito che scorterà i calciatori al campo dopo una notte completamente insonne. La partita non ha storia. Gli honduregni, stremati e concentrati esclusivamente sul riportare a casa la pelle, nemmeno la giocano, finisce 3-0 per El Salvador. In un calcio in cui non veniva contato il numero dei gol segnati ai fini della qualificazione, si rende necessario uno spareggio in campo neutro. La CONCACAF opta per lo Stadio Azteca di Città del Messico. Le squadre si affrontano così il 26 giugno. Lo stadio è preso d’assalto da migliaia di tifosi di entrambe le squadre e nonostante le autorità locali, al fine di evitare incidenti, dispongono ben 5.000 agenti di polizia a presidiare l’evento, le due tifoserie riescono a venire a contatto già dentro lo stadio, specie dopo la fine della gara. A spuntarla sul campo è la nazionale salvadoregna, grazie ad un gol nel primo tempo supplementare dopo che nei 90 minuti si era giunti sul risultato di 2-2. Al fischio finale i tifosi honduregni esplodono di rabbia, cercando di venire a contatto coi rivali. Da lì in poi si scatena una vera e propria guerriglia urbana nei dintorni dell’Azteca che dura per ore. 

L’interruzione dei rapporti diplomatici e il conflitto

L’Honduras vive la sconfitta come une vera e propria ingiustizia, nei giorni successivi al match si moltiplicano gli episodi di violenza nei confronti dei salvadoregni rimasti sul suolo honduregno. Tegucigalpa interrompe i rapporti diplomatici con El Salvador, la guerra è vicina. Il 14 luglio del 1969, El Salvador, conscio della netta superiorità delle sue truppe di terra, attacca simultaneamente sia a nord che a sud. Il presidente Fidel Sanchez Hernandez giustificherà l’attacco come “un atto necessario per difendere la propria dignità e la sovranità nazionale”. Dopo alcuni giorni di incontrastato dominio salvadoregno via terra, la superiore forza aerea dell’Honduras riesce a far perdere il terreno conquistato da El Salvador nei primi giorni di conflitto. Il 18 luglio l’OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, impone il cessate il fuoco. La guerra, di fatto, termina con il ripristino dello status quo ante bellum. Il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, in Honduras durante il conflitto, dirà: «I due governi sono rimasti soddisfatti della guerra, perché per qualche giorno Honduras e El Salvador hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e suscitato l'interesse dell'opinione pubblica internazionale. I piccoli Stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Strano ma vero».

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