Gli 80 anni della schedina, sogno e rito collettivo

Era il 5 maggio del 1946 e l'idea del giornalista Massimo Della Pergola iniziava a circolare tra gli italiani del dopoguerra: 30 lire costava, il prezzo di un aperitivo, e bisognava indovinare l'esito di 12 partite
Gli 80 anni della schedina, sogno e rito collettivo

Alessandro Ruta/EdipressAlessandro Ruta/Edipress

Pubblicato il 5 maggio 2026, 15:22 (Aggiornato il 5 maggio 2026, 14:57)

Uno, "X", due: fare tredici o dodici, indovinare l'esito delle partite. In una parola, la schedina. Compie ottant'anni il 5 maggio 2026 uno dei maggiori passatempi degli italiani del dopoguerra, e che anche oggi in cui le scommesse si sono evolute rappresenta sempre una sorta di sogno. Naturalmente, quando si vince.

 

 

 

 

L'amico di Nereo Rocco

Quante cose sono successe il 5 maggio, vero? Data evidentemente magica o comunque storica. Nel 1946, in un'Italia ancora devastata dalla ricostruzione del dopoguerra, a poche settimane dal referendum per stabilire la forma di governo, Monarchia o Repubblica, ecco spuntare la prima schedina del "totocalcio". L'idea era venuta a Massimo Della Pergola, ex giornalista della "Gazzetta dello Sport", dove era vice-capo della redazione del calcio. Le circostanze non favorevoli (era ebreo) lo avevano costretto ad abbandonare il quotidiano, radiato persino dall'albo dei giornalisti. Scappato prima a Firenze e poi in Svizzera, vicino a Sion, durante la seconda guerra mondiale aveva continuato a lavorare sul suo progetto, mentre viveva in una modesta baracca di legno in un campo profughi: ad esempio, appunto, la schedina. Triestino, amico e coetaneo di Nereo Rocco, Della Pergola quando il conflitto finisce lancia assieme a un paio di soci una società chiamata Sisal per promuovere questo nuovo gioco a premi: 30 lire per giocare una schedina, la stessa cifra di un aperitivo nei bar della Galleria del Duomo. Lo Stato del resto aveva bisogno di soldi e quell'idea, in cui si veniva a formare un grosso montepremi, potenzialmente, in cambio di un sogno, era stata fin da subito approvata. "Tentate la fortuna al prezzo di un vermouth", era lo slogan. Segno uno per la vittoria in casa, segno "X" per il pareggio, segno 2 per la vittoria in trasferta: dodici partite, quelle della Serie A e il resto della Serie B.

 

 

 

 

Gli avanzi per i barbieri

L'inizio? Così così. Per promuovere la schedina gli organizzatori affittano l'atrio della Stazione Centrale di Milano per fare lo spoglio, dopo aver stampato 5 milioni di schedine. I tanti fogli di carta invenduti (giocarono infatti appena 34mila) finiscono ai barbieri per pulire i rasoi. Ci vuole tempo perché questa iniziativa diventi un rito collettivo, nei bar, nelle tabaccherie e in seguito nelle ricevitorie. Un rito da consumarsi la domenica mattina, il giorno delle partite, almeno fino a quando il campionato è rimasto in contemporanea. Il montepremi sempre più ricco, che negli anni Novanta arriverà a miliardi e miliardi di lire, sarebbe diventato veramente il sogno della vita di ogni giocatore, cercando di sbancare indovinando una combinazione che nel frattempo su 12 partite era stata aumentata a 13. Fare tredici, molto meglio (come abilità perlomeno) anche della lotteria. Senza disdegnare il dodici, il secondo premio, corposo anch'esso in molti casi. La schedina del Totocalcio, il successivo nome del concorso a premi, col tempo è diventata protagonista anche di film di culto come "Al bar dello sport" con Lino Banfi e Jerry Calà, e in generale continua ad accompagnarci nonostante tutto sia cambiato. Merito dell'ingegno di Massimo Della Pergola, quel giornalista che ci aveva visto lungo, ma che anche quando è morto è rimasto in disparte, senza clamori. Forse ricordando le battaglie legali, poi vinte, contro il Coni che aveva nazionalizzato la Sisal.

 

 

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