Zavarov, il campione sovietico che doveva sostituire Platini

Protagonista a Messico 86 e a Euro 88, approdò alla Juventus per raccogliere l’eredità di Le Roi. Schivo e riservato, non riuscì ad ambientarsi, deludendo le aspettative dei bianconeri
Zavarov, il campione sovietico che doveva sostituire Platini

Paolo Valenti/EdipressPaolo Valenti/Edipress

Pubblicato il 25 aprile 2026, 08:29

Nella seconda metà degli anni Ottanta i termini glasnost e perestroika furono quelli più utilizzati per descrivere sinteticamente il processo di rinnovamento dello Stato che Michail Gorbačëv portò avanti quando era segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Un periodo di apertura che toccò anche il mondo del calcio, consentendo ai giocatori migliori, osservati dai grandi club dell’Europa occidentale, di poter lasciare più facilmente le loro squadre di provenienza per potersi misurare con campioni che, abitualmente, riuscivano a vedere solo in televisione o, se convocati, prendendo parte agli incontri della Nazionale. Tra questi merita l’attenzione di un racconto Oleksandr Zavarov, punta di diamante della rappresentativa all’epoca guidata da Valerij Lobanovskij, che nell’estate del 1988 venne acquistato dalla Juventus con grandi aspettative.

 

 

 

 

Erede di Platini?

I bianconeri, infatti, dopo l’addio di Platini, erano alla ricerca di un nuovo campione che potesse non far rimpiangere troppo il fuoriclasse francese. In quel minuto centrocampista avanzato, che nella Dinamo Kiev e in Nazionale faceva faville, Boniperti pensò di aver trovato una tessera fondamentale per ricostruire un mosaico juventino vincente. In realtà, la sua esperienza italiana si rivelò un fallimento, più per la sua incapacità di adattarsi a una società diversa da quella di origine che per carenze tecniche. Nato il 26 aprile 1961 a Vorošïlovgrad, l’odierna Luhansk, situata nel cuore del bacino minerario del Donbass, Zavarov era cresciuto in una famiglia proletaria: il padre e uno dei fratelli, infatti, lavoravano in una fonderia metallurgica. Come tanti compagni, iniziò a dare calci al pallone nelle strade della periferia industriale, prima di entrare nelle giovanili dello Zorya. Fin da piccolo si distingue per un tratto insolito: ama leggere e giocare a scacchi, interessi che probabilmente faciliteranno l’assimilazione degli schemi di gioco che Lobanovskij gli chiederà di attuare. Debutta in Soviet Top League il 27 aprile 1979, in trasferta contro la Dinamo Tbilisi, partita terminata 3-0 per i georgiani. Pochi giorni dopo, il 9 maggio — festa nazionale sovietica — segna una doppietta contro lo SKA Rostov. Proprio allo SKA Rostov finirà poco tempo dopo, per assolvere agli obblighi del servizio militare. Al termine del periodo di leva, i vertici vogliono trattenerlo, offrendogli il grado di sottufficiale e la prospettiva di trasferirsi al CSKA Mosca, il club dell’esercito. Zavarov, però, rifiuta. Vuole tornare nella sua terra, in quell’ambiente familiare dal quale le lusinghe del successo non riescono a distoglierlo. È un elemento rivelatore del suo carattere, utile anche a comprendere le difficoltà che incontrerà anni dopo quando diventerà il primo calciatore sovietico a giocare in Serie A. Il suo rifiuto, in un tempo in cui glasnost e perestroika non vanno ancora per la maggiore, non viene preso bene. La ritorsione è immediata: dieci giorni di cella di rigore militare, la cosiddetta “Gauptvakhta”. Ma poi può tornare al suo amato Zorya.

 

 

 

 

Il laboratorio di Lobanovskyi 

Nel 1983 Valeriy Lobanovskyi – il “colonnello” del calcio sovietico, con il suo approccio scientifico fatto di analisi computerizzate, carichi atletici misurati e universalizzazione dei ruoli – chiama Zavarov alla Dinamo Kiev. È l’inizio di un sodalizio fruttuoso per entrambi. Lobanovskyi vede in quel trequartista dal baricentro basso la scheggia creativa utile a dare a un collettivo che sembra basato sugli algoritmi quella luce di imprevedibilità che può disorientare gli avversari. L’arretramento di qualche metro in mezzo al campo si rivela una mossa azzeccata: da quella posizione, Zavarov diventa l’architetto del calcio sovietico progettato da Lobanovskyi. Il paragone che l’allenatore traccia è netto: “Come Maradona, Zavarov ha una tecnica incredibile, può decidere una partita in qualsiasi momento, sa organizzare il gioco e difendersi.” In una squadra costruita sulla disciplina e sull’intensità atletica, è lui a dover accendere la scintilla della fantasia.

 

1986, l'anno d'oro 

Il 1986 è l’anno della consacrazione. Nella finale di Coppa delle Coppe contro l’Atlético Madrid, a Lione, è lui ad aprire le marcature. Ma è ai mondiali messicani che la sua visibilità internazionale si amplifica al massimo. L’URSS attraversa la fase a gironi con un calcio di rara qualità, e Zavarov ne è il fulcro creativo. Negli ottavi di finale contro il Belgio, serve due assist per i gol di Belanov. Ma a venti minuti dalla fine, con l’URSS in vantaggio, Lobanovskyi decide di sostituirlo. Senza di lui, la squadra perde il controllo del centrocampo e subisce la rimonta belga: 4-3 ai tempi supplementari. È uno dei rimpianti più grandi del calcio sovietico, e la misura più eloquente del peso che aveva in quella squadra. Alla fine della stagione viene eletto miglior calciatore sovietico e ucraino e arriva sesto nella classifica del Pallone d’Oro di France Football, vinto dal compagno Belanov che, qualche anno più tardi, dichiarerà che sarebbe stato Zavarov a meritare quel riconoscimento.

 

 

 

 

1988, l'Italia e la Juventus 

Due anni dopo, agli Europei del 1988 in Germania Ovest, Zavarov è di nuovo protagonista: nella semifinale contro l’Italia firma l’assist per Protasov, l’autore del 2-0 che manda a casa gli azzurri di Vicini. I vertici della Juventus vedono in lui l’uomo che può raccogliere l’eredità di Platini e decidono di portarlo a Torino. La trattativa viene gestita dalla Sovintersport, l’agenzia statale che detiene il monopolio sui trasferimenti degli atleti sovietici. Il cartellino costa cinque milioni di dollari: tre finiscono nelle casse dello Stato, due alla Dinamo Kiev. Zavarov, a Torino, percepirà lo stipendio di Stato girato dal Partito Comunista, equivalente a poco più di un milione di lire al mese: un compenso che, paragonato a quello dei compagni, sembra surreale. Lui vive nella villa che era stata di Ian Rush (col quale, peraltro, aveva condiviso la sesta posizione nella classifica del Pallone d’Oro 1986) ma la sua auto è una Fiat Tipo. Eredita la maglia numero dieci di Platini, una responsabilità eccessiva per un ragazzo che nel calcio italiano e nello stile di vita occidentale fa una fatica enorme a inserirsi, non essendo portato, evidentemente, a comprenderne i codici comportamentali. Zoff cerca in tutti i modi di insegnargli ad essere il leader del centrocampo bianconero: lui, per carattere e caratteristiche, dimostra di poter essere un buon solista, abile tecnicamente ma in sofferenza quando viene chiamato a interpretare la fase difensiva del gioco. Ma sono soprattutto le attitudini individuali a renderlo inadatto alle aspettative: chiuso in se stesso, restio ad aprirsi e a sforzarsi a comprendere una cultura diversa dalla sua, Zavarov nei due anni a Torino colleziona complessivamente 76 presenze e 13 gol, contribuendo a vincere la Coppa Italia e la Coppa UEFA nel 1990. Un po' poco per un giocatore che avrebbe dovuto sostituire Platini nei cuori e nelle menti degli esigenti tifosi della Vecchia Signora. Pasquale Bruno, suo compagno di squadra, ha ricordato anni dopo quanto fosse a disagio Zavarov ai tempi della sua esperienza italiana con un aneddoto esplicativo: "Sasha non parlava un parola di italiano, viveva in un isolamento totale. Aveva un debole per il bicchiere: ricordo che nei viaggi di ritorno dalle trasferte spuntavano sempre bottiglie di vino sul fondo del bus, dove si andava a sedere”. Nell’insuccesso che rappresentò per lui Torino, si riflessero gli echi di quel rifiuto a trasferirsi al CSKA che, anni prima, gli era costato la punizione del regime sovietico.

 

Nancy e la pace ritrovata

Per ironia della sorte, fu proprio Michel Platini a fargli ritrovare una zona di confort nella quale potersi esprimere meglio. Fu il fuoriclasse francese, infatti, a raccomandarlo al Nancy, il club della Lorena dove Le Roi aveva posto le fondamenta della propria leggenda. Lontano dai riflettori della Serie A, Zavarov ritrovò una dimensione umana più consona al suo carattere. Restò nel club per cinque stagioni, venendo apprezzato dal pubblico e dimostrando che il suo talento non era completamente svanito. Chiuse la carriera agonistica nel 1998 nelle serie minori francesi, al Saint-Dizier, dove iniziò ad avviare anche la carriera di allenatore. Chiuso nella sua timidezza, Zavarov ha dimostrato che, per essere protagonisti nel calcio professionistico, il solo talento non basta. Un’osservazione che potrebbe aprire una discussione su quali siano i valori che permeano uno sport che, già negli anni Ottanta, stava vivendo la sua perniciosa transizione verso lo show business.

 

 

 

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