Chi era Ruben Sosa: carriera, gol e leggenda del Principito tra Serie A e Sudamerica

Dalla Lazio all’Inter fino alla Coppa Uefa: numeri e storia dell'attaccante uruguaiano, talento puro degli anni ’90
Chi era Ruben Sosa: carriera, gol e leggenda del Principito tra Serie A e Sudamerica

Andrea Romano/EdipressAndrea Romano/Edipress

Pubblicato il 24 aprile 2026, 18:21

Fisico minuto, talento sconfinato. Nel decennio che collega la metà degli anni Ottanta con i Novanta, Ruben Sosa da Montevideo è stato molto di più di un corsaro del calcio sudamericano. El Principito, sessant’anni oggi, ha assunto presto i contorni del fiore sbocciato da un innesto. La tecnica sudamericana trapiantata nel calcio del Vecchio Continente, più chiuso, più tattico, meno sentimentale.

 

Dove tutto ebbe inizio

L’incipit della sua storia viene scritto a Piedra Blanca, un barrio difficile di Montevideo. Ma quella di Ruben non è la classica storia sui talenti sudamericani che piace raccontare agli europei. Non ci sono palloni di pezza da calciare. E il calcio non è un anestetico per sfuggire a una vita di povertà. La famiglia Sosa non se la passa male. Anche se Ruben può contare su dieci tra fratelli e sorelle. Una squadra di pallone vera e propria che usa il calcio come divertimento. A volte anche troppo. Un pomeriggio suo fratello si trova a raccogliere la palla spedita oltre un muro. Quando sta tornando urla: «Occhio che arriva». Ruben è pronto a colpire di testa. Solo che invece della palla si vede arrivare in testa un mattone. È una bambinata che rischia di costare cara. Ruben finisce in ospedale, ma il cranio è ancora integro. E quello che poteva essere un freno diventa invece un acceleratore. «Rubencito» inizia a giocare con i bambini più grandi di due anni. In cambio del suo talento gli offrono degli hot dog.  È uno scambio che al ragazzino sembra tutto sommato equo. Le sue capacità sono sovradimensionate rispetto all’ambiente. Così finisce al Danubio. Ci resta tre anni, fino a quando la sua squadra non affronta l’Huracan Buceo, un club che aveva il meglio alle spalle e che aveva scelto come propria mascotte nientepopodimenoché Topo Gigio. Ruben segna tre gol. E senza neanche rendersene conto finisce al Real Zaragoza.

 

 

 

 

L'arrivo in Europa: Real Zaragoza

L’adattamento al calcio spagnolo non è semplice. Però Ruben riesce ad avere dei picchi abbacinanti. Contro la Roma segna un gol fondamentale, che di fatto porta la sfida ai rigori e all’eliminazione dei giallorossi in Coppa Uefa. Vince una coppa del Re battendo in finale il Barcellona. Poi nell’ultimo anno in Spagna si inventa una prodezza che fa il giro del mondo. Sosa ruba palla a centrocampo, alza la testa, vede che il portiere è fuori dai pali. «Lo infilzai allo spiedo inventando il pallonetto carogna». È un gol che vale tanto. Perché è stato realizzato contro il Real Madrid. Nel 1988 arriva la svolta. Dopo tre anni in cadetteria la Lazio di Calleri torna in Serie A. Servono nomi importanti, giocatori capaci di mantenere la categoria, di puntare in alto. Così Juan Alberto Schiaffino consiglia l’uruguaiano a Carlo Regalia. Il costo è tutto sommato onesto. Fanno un miliardo e settecento milioni di lire. Sosa arriva a Roma il 24 giugno. Lui viene presentato alla stampa mentre la squadra è in bicicletta. I calciatori avevano fatto un voto: in caso di promozione sarebbero andati in bicicletta fino al Terminillo. Francesco Moser, primatista dell’ora, aveva promesso di accompagnarli. Il gruppo ha deciso di sciogliere il voto proprio in quel giorno. Partono alle sette del mattino. Con Fascetti in prima fila. Beruatto, Brunetti, Pin ed Esposito se la cavano bene. Il capitano Marino, invece, si arrende prima dell’arrivo al Terminillo. In conferenza stampa Sosa ostenta sicurezza. «Io non arrotondo il bottino dei gol con tiri dagli undici metri – dice – eppure sono riuscito egualmente a precedere Futre e altri presunti vip del calcio iberico». Il futuro è tutto da scrivere.

 

 

 

 

L'Italia e la Lazio

«La mia Lazio era una squadra povera, specie rispetto ai colossi del nord, ma piena di gente che voleva indossare quella maglia» dirà qualche anno dopo. I tifosi però sono entusiasti. Tanto che sotto la sede di via Margutta scrivono «Ruben Sosa vamos a matar». Le stagioni romane sono ondivaghe. La Lazio ondeggia a metà classifica. Poi, al quarto anno, arrivano gli exploit personali e collettivi. Sosa segna 13 reti. La Lazio chiude sesta. È il momento giusto per dirsi addio. Il Real Madrid si fa sotto con i biancocelesti. Solo che l’attaccante mancino costa troppo. Così alla fine l’asta sembra aggiudicarsela l’Inter. Sembra, appunto. Perché al momento delle firme l’affare sembra essere saltato. Ruben lascia un autografo alla figlia di Pellegrini. Solo che la moglie del presidente era una grafologa. L’esame della calligrafia non andò benissimo. «Capì che ero un donnaiolo, che non legavo con nessuno e che giocavo a calcio solo per soldi». Tutto sembra saltato, poi alla fine Sosa appone la firma giusta, quella sul contratto. Nessuna delle parti si pentirà di quell’accordo. Con Bagnoli in panchina Sosa gioca accanto a Schillaci. E l’uruguaiano segna venti gol in Serie A. L’intesa fra i due è forte. Molto. Ruben va a prendere Totò a casa e lo porta agli allenamenti. «A lui non piaceva guidare – dirà – per me è stato un fratello maggiore». L’anno successivo le cose cambiano. Il suo partner d’attacco si chiama Dennis Bergkamp. È una punta dalla tecnica affilata e un futuro da calciatore feticcio di una generazione intera. I due però non vanno d’accordo. Bisticciano in campo. E anche fuori. L’olandese non sembra essersi integrato a Milano. Sembra triste. Anche quando segna gol spettacolari non esulta. «Per lui era come un lavoro e non un divertimento», ricorderà. Al di là della simpatia i due parlano la stessa lingua. L’Inter chiude il campionato addirittura al tredicesimo posto. Ma vince la Coppa Uefa grazie alle invenzioni del Principito. Alla fine della competizione Sosa ha servito 6 assist. Tra cui i due passaggi decisivi nell’ultimo atto contro il Salisburgo. Il suo ultimo anno all’Inter è di transizione. La società passa a Massimo Moratti. Zenga e Ferri lasciano. Gli acquisti non sono ancora roboanti. Sosa segna 8 reti. Il suo bottino più basso  in nerazzurro. È arrivato di nuovo il momento di cambiare. Passa prima al Borussia Dortmund, con cui vince un titolo tedesco. Poi inizia a peregrinare: Logroñés, Nacional, Shanghai Shenhua, ancora Nacional e poi, a 40 anni, Racing Montevideo. È l’ultimo atto della carriera di un giocatore capace di trasformarsi in idolo. Per ogni piazza in cui ha giocato.

 

 

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