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Giorgio Chinaglia: eroe da vivo, campione per sempre

Francesco Troncarelli/Edipress
Pubblicato il 1 aprile 2026, 08:29
Arrivò la notizia a molti sembrò uno scherzo. Chinaglia? Possibile? L’invincibile guerriero? Era il primo aprile del resto e poteva starci un “pesce” anche se macabro, magari diffuso da qualche stupido buontempone appartenente ad altre sponde del tifo. Ma la notizia, drammatica ed incredibile, era purtroppo maledettamente vera. Era il primo aprile del 2012, Giorgio Chinaglia se ne era andato all’improvviso, la morte era avvenuta a Naples, un piccolo centro a sud della Florida davanti al Golfo del Messico e nella Roma biancazzurra quel lancio d’agenzia subito diffusosi sui social era stato avvertito come un lutto familiare. Una reazione emotiva ed affettiva naturale per il popolo biancoceleste, perche Giorgio era stato il calciatore più amato dai tifosi, quello che aveva restituito con i suoi gol e la sua voglia di vincere sempre, l’orgoglio di essere laziali, di essere i tifosi della prima squadra della Capitale, quella che aveva portato il calcio e il tifo a Roma. Un mito assoluto.

Eroe biancoceleste
Chinaglia tanto amato ma anche il più temuto dagli avversari perché il più forte di tutti, il più grande di tutti, il più laziale di tutti. Era quello infatti che segnava sempre, quello che spezzava le dita ai portieri con le sue bombe da fuori area, quello che trascinava i compagni alla vittoria, quello che li scuoteva quando le cose andavano male in campo. Quello che “nun ce voleva sta” come si dice a Roma e perciò era sempre pronto a combattere col coltello fra i denti. Quello che aveva portato per mano la squadra alla conquista del suo primo scudetto. Quello che per tutti era Giorgio Chinaglia, il grido di battaglia. Quello che anche quando perdeva vinceva lo stesso e che quando vinceva stravinceva, sfidando la curva nemica correndo spavaldo sotto la stessa ed esultando all’impazzata come testimoniato dalla splendida foto di Marcello Geppetti che ha fatto il giro del mondo, scattata in un famoso derby vinto da lui e dalla Lazio.

Chinaglia era quello che al cinema agli sberleffi e alle offese dei tifosi avversari, replicava a suon di cazzotti. Quello che andava a dormire con gli scarpini ai piedi. Quello che non faceva finire gli allenamenti al campo di Tor di Quinto finchè la sua formazione non batteva la rivale. Quello che i rigori li doveva battere sempre e solo lui, come l’indimenticabile e storico penalty tirato il 12 maggio del 1974, che assegnò il tricolore alla banda Maestrelli. Su Long John ho scritto un libro, "Chinaglia per sempre" che racconta la sua vita e carriera fatta di successi, eccessi ed anche di insuccessi, errori compiuti per la sua ingenuità, tipica delle persone buone che si fidano di tutti e non vedono la malafede di chi spesso li adula per approfittarsene. La biografia di un campione vero, di un goleador acclamato bomber dei Due mondi, ma anche di un uomo come tutti noi, con le fragilità e insicurezze che ciascuno ha pur essendo un vincente nella vita. Lo racconto attraverso testimonianze di chi l'ha conosciuto e con foto e documenti inediti che fanno capire perchè il suo mito sia passato da generazione in generazione, da padre in figlio arrivando ai giorni nostri, senza essere minimamente scalfito. C'è la sua infanzia a Carrara con la nonna, figura chiave della sua vita, il viaggio 8 anni con la sorellina su un treno destinazione Inghilterra per ricongiungersi ai genitori emigrati li per lavorare. Un episodio da libro "Cuore". C'è la sua storia con Maestrelli, prima rifiutato e contestato poi diventato il suo papà adottivo, l'unico che sapeva capirlo, frenarlo e stimolarlo al momento giusto. Ci sono i suoi gol che facevano impazzire i tifosi, le sue battaglie sul campo, le sue vittorie, tante, e le sue sconfitte, poche. C'è il suo ultimo giorno prima della fine di una vita all'attacco trascorso in malinconica solitudine. Con "Chinaglia per sempre" chiudo la trilogia sugli anni Settanta biancocelesti, per tanti tifosi i migliori della nostra vita da laziali, iniziata con "Come eravamo" in cui raccontavo la nascita del tifo organizzato e proseguita con "Caro maestro" il volume dedicato a Tommaso Maestrelli, il mister dello Scudetto.

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