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Alvaro Recoba, il più mancino dei tiri

Alessandro Ruta/Edipress
Pubblicato il 16 marzo 2026, 17:25 (Aggiornato il 17 mar 2026 alle 14:27)
Come se fosse Peter Pan, non possiamo credere che il tempo per Alvaro Recoba sia passato. Per molti appassionati l'uruguaiano sarà sempre un ragazzino, anche se è arrivato a 50 anni. Il suo piede sinistro, la sua irregolarità, il suo talento evidente ma visto solo a sprazzi ne hanno fatto un calciatore di culto del nostro campionato, l'unico dove davvero sia stato efficace, con Inter, Venezia e Torino.

La doppietta al Brescia
Un ragazzino, appunto. L'Italia conosce Alvaro Recoba il pomeriggio del 31 agosto 1997. Poche ore prima è morta Lady Diana in un incidente stradale a Parigi, le luci a San Siro sono accese per vedere Ronaldo, il Fenomeno brasiliano, atteso all'esordio in Serie A. A un quarto d'ora dalla fine però l'Inter è sotto 0-1 contro il Brescia, gol di Dario Hubner. Sarebbe un esordio choc, il ko in casa con una neopromossa. Il tecnico Gigi Simoni ha già tolto l'esperto Ganz per mettere questo oggetto misterioso uruguaiano, di cui si dicono faville per il suo sinistro devastante. "El Chino" lo chiamano, per quegli occhi un po' a mandorla, orientali. Ci mette poco a far vedere al pubblico chi è. Minuto 80, Cauet gli appoggia un innocuo pallone sulla trequarti: Recoba alza gli occhi e quasi da fermo scocca un sinistro che sembra essere uscito da un cannone, e che finisce all'incrocio dei pali, con il portiere Cervone inutilmente proteso. Passano altri 5', calcio di punizione per l'Inter praticamente dalla stessa posizione ma sul lato destro della trequarti. E che problema c'è? Sinistro di Recoba all'incrocio dei pali opposto ed è 2-1, vittoria in rimonta all'ultimo minuto e goduria assoluta per i tifosi nerazzurri, che scoprono un nuovo idolo.

Concorrenza e irregolarità
Recoba all'Inter tuttavia sarà un enorme "vorrei ma non posso". Mai davvero titolare, difficile da collocare anche per via della robusta concorrenza davanti (Ronaldo, Vieri, Zamorano, Baggio, Crespo) nel periodo nerazzurro dell'argentino. Che forse, non a caso, ha dato sfoggio del suo enorme talento in una piazza dove era stato paracadutato per sei mesi in prestito: Venezia. Per farsi le ossa? Un po' offensivo forse per uno come lui, ma certo tra il gennaio e il maggio del 1999 in Laguna "El Chino" è un'iradiddio: 10 gol in 19 partite, una coppia pressoché perfetta con Pippo Maniero, bomber di razza ma mai con un partner davanti così tecnico, in grado di mettergli il pallone sulla testa come se avesse il telecomando. Venezia salvato da solo, prima di tornare all'Inter e all'irregolarità, l'alternanza tra campo e panchina, una piccola luce da esterno del 4-4-2 di Hector Cuper, ma con pochissima propensione difensiva. Anche Recoba finisce nel calderone delle critiche il 5 maggio del 2002, quando i nerazzurri si sciolgono all'Olimpico contro la Lazio buttando uno scudetto già vinto. Non sono bastati gli assist, i gol su punizione (formidabile uno alla Roma) o direttamente da calcio d'angolo. Reti che solo un fenomeno può pensare, tecnicamente parlando, come quello all'Empoli da centrocampo. Dieci anni all'Inter, da riserva di lusso e pupillo del presidente Massimo Moratti, che non ha mai potuto disfarsi di un giocatore la cui sola presenza riempiva il suo cuore, nonché di quello dei tifosi che forse rivedevano in lui "il più mancino dei tiri", quel Mario Corso che invece era l'idolo di Angelo Moratti. L'ultima annata in Serie A, una malinconica stagione al Torino, senza più i guizzi del passato. E in nazionale, sfortunato protagonista di un'epoca poco felice per l'Uruguay, appena prima della grande generazione dei Cavani, dei Suarez e dei Forlan.

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