Sebastiano Nela, il terzino che corse nello scudetto ’83

Dal Genoa alla Roma di Liedholm fino al Napoli: la carriera di Sebastiano Nela racconta un calcio fatto di velocità, carattere e fedeltà giallorossa
Sebastiano Nela, il terzino che corse nello scudetto ’83

Paolo Marcacciu/EdipressPaolo Marcacciu/Edipress

Pubblicato il 13 marzo 2026, 11:33

Ancora oggi, quando lo si chiama al telefono per chiedergli un'intervista, la persistenza del cantilenante accento ligure si mescola, nelle sintetiche risposte, all'essenzialità della componente sarda del suo dna: il tempo che passa non scalfisce in nulla il modo di essere di Sebastiano Nela, per tutti Sebino, nemmeno oggi che passa sotto il traguardo dei sessantacinque anni.

 

 

 

Sotto il segno dei Pesci

Nato a Rapallo sotto il cielo dei Pesci, il 13 marzo del '61; svezzato dal Genoa, adottato dalla Roma per undici stagioni, apprezzato a Napoli per il biennio conclusivo della sua carriera quasi ventennale ad alto livello, dal 1978 al 1994. Se un ligure può sentirsi a casa ovunque avverta il profumo del mare non troppo distante, un mancino può giocare abitualmente a destra, quando il rientro sul piede sinistro riporta a casa il pallone. Nela (capace di giocare su entrambe le fasce e in seguito anche da centrale, visto il fisico poderoso e la propensione non solo all’azione di spinta ma anche all’anticipo in chiave difensiva) veniva adattato a destra da Nils Liedholm, visto che a sinistra agiva Aldo Maldera, in quella Roma che prima ancora di laurearsi Campione d'Italia nel maggio '83 era assurta allo status di più degna antagonista della Juventus, mantenendolo poi perlomeno per la prima metà degli anni Ottanta e questo era un dato persino più sorprendente della vittoria di un Tricolore arrivato dopo quarantuno anni.

 

 

 

 

- Picchia Sebino! - cantava per lui la Curva Sud, ma non perché fosse uno che faceva male agli avversari: era una metafora che celebrava la sua insistenza, l'intensità crescente di ogni caparbia accelerazione; tutta l'intensità che i suoi quadricipiti scaricavano a terra. Assieme a quella squadra Nela diventa grande, vincendo oltre a quello scudetto tre Coppe Italia, raggiungendo una finale di Coppa dei Campioni e una finale UEFA. 397 le presenze, bagnate da 19 reti. Un mancino naturale anche lui, che proprio per questo ha saputo rintuzzare più di un tiro mancino da parte della vita.

 

 

 

 

In mezzo alla tempesta

Come la malattia, una di quelle che, quasi da un momento all'altro o comunque con poco preavviso, mandano in frantumi l'orizzonte di chiunque. È stato in quei duri, durissimi frangenti raccontati anche in un libro che Sebino il calciatore, così autorevolmente presente negli almanacchi del calcio italiano, ha lasciato il posto all'uomo Sebastiano Nela; quello stesso uomo al quale tanti anni prima Antonello Venditti aveva dedicato "Correndo correndo", grato per quelle ricorrenti percussioni sulla fascia che erano anche, già all'epoca, una metafora di ostinazione, di caparbietà, di quella rara fame che caratterizza quelli che continuano ad avere fame anche dopo aver raggiunto il successo; anche quando il mondo li considera "arrivati". Nela, al contrario, continuava a partire. E ogni volta ripartiva, come fosse un modo di essere prima ancora che di giocare.

 

 

 

 

 

 

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