Kenny Dalglish, storia di un Cavaliere

Insignito del titolo di Sir nel 2018, prima calciatore e poi allenatore, ha legato la sua storia a quella del Liverpool, creando con la città e il club un legame profondo
Kenny Dalglish, storia di un Cavaliere

Paolo Valenti/EdipressPaolo Valenti/Edipress

Pubblicato il 4 marzo 2026, 07:22

Tra Liverpool e Celtic ci sono affinità e connessioni risalenti nel tempo, legate alle comunità irlandesi e cattoliche che innervano i rispettivi tessuti sociali. L’inno che i tifosi dei due club condividono, You’ll never walk alone, ne è la rappresentazione più evidente. Se si vuole trovare, invece, un elemento di congiunzione sul campo di gioco, la figura maggiormente rilevante non può essere che quella di Kenny Dalglish, che tra Glasgow e il club del Merseyside ha costruito vita e carriera.

 

 

 

 

L’arrivo a Liverpool

Il suo approdo ai Reds nell’estate del 1977 arrivò in un momento di passaggio per la storia del Liverpool. Dopo la Coppa dei Campioni vinta a Roma contro il Borussia Mönchengladbach, Kevin Keegan lasciava il club per trasferirsi all’Amburgo di Kaltz e Magath. Il ventiseienne scozzese era stato individuato come il miglior sostituto di King Kevin ma i tifosi erano perplessi: troppo grande il segno che aveva lasciato Keegan, troppo diverso il profilo di Dalglish per immaginare quello che l’attaccante del Celtic avrebbe dato alla squadra e alla città nel futuro. A cominciare da quello immediato: dopo un solo anno, la conferma del titolo continentale arrivò a Wembley contro i belgi del Bruges proprio grazie a un gol di quel ragazzo cresciuto a Dalmarnock che, da bambino, era un fervente tifoso dei Rangers.

 

 

 

 

Era stato il Celtic, però, a interessarsi a lui e a farlo entrare nelle giovanili testando per la prima volta un aspetto determinante del suo carattere: il pragmatismo che si fa azione, la razionalità che sa leggere la realtà e la declina sulla via dell’essenzialità. Concetti che hanno ispirato il modo di giocare di Dalglish, che nella metà campo avversaria sapeva mettere insieme le doti di un’ala, di un centrocampista e di un attaccante puro. Ian Rush, suo compagno nel decennio 1980-90 (con la sola eccezione della stagione 1987-88, che il centravanti gallese spese con la Juventus), disse: "Negli anni Ottanta solo Maradona e Platini erano più forti di lui”. La determinazione a emergere che, giovanissimo, lo aveva convinto ad abbracciare il Celtic nonostante il tifo per i Rangers era la stessa che lo aveva spinto a trasferirsi al Liverpool nonostante a Glasgow, a ventisei anni, fosse diventato un re. In Scozia aveva vinto sei campionati, cinque Coppe nazionali e tre Coppe di Lega. Quella squadra, però, non era più competitiva come una decina di anni prima, quando aveva vinto la Coppa dei Campioni contro l’Inter di Herrera. Lasciare la confort zone della sua città per intraprendere una sfida stimolante ma ardua come quella di sostituire Kevin Keegan rappresentava lo scalino da salire per passare ad un livello superiore. L’ambizione che ispirava le scelte di Dalglish non era permeata di individualismo narcisista quanto, piuttosto, di consapevolezza di quanto i suoi mezzi avrebbero potuto trovare piena espressione in un contesto di squadra come il Liverpool di quegli anni.

 

 

 

 

Da Ibrox a Hillsborough

Sotto la guida del leggendario mentore Jock Stein, Kenny, sin dalle esperienze giovanili, aveva imparato il valore del cameratismo senza ego. Un modo di relazionarsi con il gruppo e con il pubblico che si rivelerà in tutta la sua drammatica bellezza quando Dalglish, da giocatore-manager dei Reds, visse il terzo episodio di lutto collettivo della sua carriera. Già presente nella notte dell’Heysel, dove giocò la sciagurata finale di Coppa dei Campioni contro la Juventus e, prima ancora, a Ibrox nel 1971, quando sessantasei tifosi dei Rangers morirono schiacciati in una tromba delle scale mentre lasciavano l’impianto, fu anche testimone della tragedia di Hillsborough del 15 aprile 1989, nella quale novantasette tifosi del Liverpool persero la vita in occasione della semifinale di FA Cup tra i Reds e il Nottingham Forest. Un episodio che lasciò un segno profondo nell’animo di Dalglish: quel dolore acuto, quel dramma che colpì tante famiglie della città se lo portò sulle spalle, lo fece suo, sentendo la responsabilità di fare la sua parte e andare oltre per alleviare la sofferenza di tutta quella gente per cui il Liverpool era identificazione, segno distintivo e rappresentazione. In quel momento, Kenny smise di essere un semplice allenatore per diventare un leader empatico, di poche parole e di soli fatti. Il suo impegno fu colossale, quasi eroico: partecipò a innumerevoli funerali (fino a quattro in un solo giorno) e visitò costantemente i feriti, assorbendo il dolore della comunità fino a subirne lui stesso conseguenze fisiche e psicologiche. Durante una visita in ospedale, al ventenne Sean Luckett, in coma da due giorni, Kenny sussurrò: "Hi there, wee man. Come on, you'll be all right. We love your support" (Ciao, piccolo uomo. Forza, andrà tutto bene. Amiamo il tuo supporto). Poco dopo, il ragazzo si svegliò pronunciando il nome di quell’uomo che aveva trasformato il valore appreso in gioventù del cameratismo senza ego in un segno tangibile di umanità vera, sentita e responsabile che, però, gli inferse ferite profonde. Difficile pensare che le dimissioni da manager del Liverpool, arrivate nel febbraio del 1991 con la squadra in testa alla classifica, non fossero collegate al carico emotivo che, da due anni a quella parte, Dalglish aveva sostenuto in aggiunta allo stress che, ordinariamente, comporta la gestione di un club di vertice. L'herpes zoster e l'insonnia cronica erano la manifestazione più evidente di uno stato di salute generale che aveva bisogno di una pausa per potersi rigenerare. "Un manager che non può prendere decisioni deve andarsene" furono le parole (lucide, essenziali, ponderate come è sempre stato nel suo stile) che accompagnarono il suo addio al Liverpool dopo quattordici anni di ininterrotto servizio, durante i quali aveva raccolto innumerevoli trofei, sopra tutti le tre Coppe dei Campioni vinte da calciatore (nel 1978, nel 1981 e nel 1984).

 

La Premier con il Blackburn

Kenny aveva bisogno di staccare e riprendere fiato prima di ricominciare. Magari in un ambiente più rilassato, con meno pressioni e meno ricordi che potessero affondare le loro radici nell’animo di un uomo che si era lasciato prosciugare dall’amore e dal senso di responsabilità verso tutte quelle persone che nella squadra della città vedevano la proiezione delle loro vite e ad essa demandavano il compito di rappresentarle. Il Blackburn, in questo senso, costituiva una società ideale con cui rimettersi in gioco. Quando, il 12 ottobre 1991, ne prese le redini, il club occupava l’undicesimo posto della seconda divisione inglese. La voglia di fare era tornata e l’approccio con la nuova realtà fu subito positivo. Il Blackburn, a fine stagione, venne promosso e, nel 1995, vinse la Premier League ottantuno anni dopo l’ultima affermazione. Kenny allenò in seguito anche Newcastle e Celtic prima di tornare a dirigere i Reds, regalandogli, nel 2012, il suo ultimo successo, la Coppa di Lega, prima di entrare nel CdA del club l’anno successivo.

 

 

 

 

Il più vincente di sempre

Con 51 titoli (39 da calciatore e 12 da allenatore), Dalglish è il personaggio più vincente nella storia del calcio, insieme al connazionale Alex Ferguson. Per sua fortuna, più che ad essi, per raccontarne la grandezza è più utile fare riferimento a come quei successi ha costruito: una sana ambizione che non ha mai dimenticato l’importanza della collettività nella quale si vive e il grande rispetto verso l’amore del pubblico, ricambiato con professionalità, dedizione e senso di responsabilità, che dell’amore non sono che rappresentazioni tangibili. È per questo che, nel 2017, il Liverpool ha deciso di dedicargli ad Anfield quello che, fino a quel momento, si chiamava il Centenary Stand. Ed è per questo che, l’anno seguente, è stato insignito del titolo di Sir “per i servizi resi al calcio, alla beneficenza e alla Città di Liverpool”. Un uomo che ha insegnato a vivere dentro e fuori dal campo di gioco, un cavaliere di cui tramandare le gesta: Sir Kenneth Mathieson Dalglish.

 

 

 

 

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