Hristo Stoichkov, genio e sregolatezza (ma non in Italia)

Il bulgaro fu grandissimo a Barcellona e con la sua nazionale, portata alla semifinale mondiale nel 1994: arrivò al Parma da Pallone d'Oro, ma fu un fiasco totale
Hristo Stoichkov, genio e sregolatezza (ma non in Italia)

Alessandro Ruta/EdipressAlessandro Ruta/Edipress

Pubblicato il 7 febbraio 2026, 19:05

"Dio è bulgaro", e come no? Solo uno come Hristo (nomen omen) Stoichkov poteva dirlo. Pallone d'Oro, attaccante atipico che giocava con l'8, catalano adottato, un passaggio in Italia e l'epiteto incredibile di bidone, al Parma. Un giocatore che comunque ha fatto epoca, negli anni Novanta, portando la Bulgaria migliore di sempre addirittura a un passo dalla finale del Mondiale.

 

 

Nè fantasista nè centravanti

Sì, senza dubbio il più grande calciatore bulgaro della storia, con le sue controindicazioni: "Non ha il minimo rispetto dei compagni, è stato formato in un regime dittatoriale, dove al migliore è concesso di tutto e gli altri, i meno dotati, non fanno che adularlo, se se ne va è meglio per tutti, non voglio bombe in spogliatoio", queste sono le parole con cui Stoichkov viene congedato dal Barcellona da parte del suo allenatore, Johann Cruijff, che non lo sopporta più. Eppure in blaugrana ha vinto tutto, diventando un idolo della piazza soprattutto per il suo anti-madridismo. Arriva in Catalunya nel 1990, dopo aver dominato in patria con il Cska Sofia: primo Clasico contro il Real, pestone all'arbitro per una decisione non corretta, dieci giornate di squalifica. Pazienza, il carattere è quello che è. Così come il piede sinistro, un autentico pennello che sa mettere il pallone dove vuole e come vuole.

 

 

Di potenza e di precisione, su punizione e su rigore; come detto Stoichkov è una punta molto particolare e non solo perché gioca con l'8, che sarebbe quello dell'interno di centrocampo. Centravanti? Più o meno, di sicuro in quanto a mania di protagonismo. Fantasista? Forse di più, sì, un numero 10 che però pensa innanzitutto a se stesso, al gol e non all'assist. Nel 1990 infatti quando arriva a Barcellona vince subito la Scarpa d'Oro anche grazie ai 38 gol segnati nel campionato bulgaro. Di difficile collocazione tattica, insomma, ma con un genio innato che lo rende imprevedibile. E i risultati arrivano, a cominciare dalla Coppa Campioni vinta dal Barcellona, la prima della sua storia, a Wembley nel 1992 contro la Sampdoria, anche se il gol decisivo lo realizza Koeman. Quell'anno arriva anche secondo al Pallone d'Oro dietro Van Basten e Hristo commenta così: "Ha deciso Berlusconi con le sue tv, mica France Football". Mai avuti peli sulla lingua, Stoichkov.

 

 

 

Meteora a Parma

Ma si rifarà alla grande, con quel premio, quando nel 1994 realizza il suo capolavoro. Quello di un'intera generazione di calciatori, in realtà, che trova il mese della vita tra giugno e luglio al Mondiale negli Stati Uniti: è la Bulgaria, naturalmente, che si spinge fino alla semifinale, perdendo contro l'Italia di Roberto Baggio. Stoichkov è il miglior marcatore del torneo assieme alla meteora Oleg Salenko: 6 gol per entrambi, con il russo che però ne fa 5 in un colpo al Camerun. Hristo realizza alcune gemme, come il pareggio su punizione contro la Germania ai quarti di finale, mentre contro gli Azzurri accorcia le distanze su rigore. E pazienza poi per la sconfitta netta nella finalina per il terzo posto, surclassato 4-0 dalla Svezia. Difficilmente si rivedrà di nuovo la Bulgaria così in alto in un Mondiale. Da qui il premio, il Pallone d'Oro del 1994. Ed è da vincitore in carica del trofeo che si presenta in Italia, all'ambizioso Parma di Calisto Tanzi e Nevio Scala in panchina, per la stagione 1995-96: 15 miliardi di lire per il cartellino, 2 miliardi di lire a lui, bruciata (si dice) la concorrenza dell'Inter. L'inizio è folgorante, la solita punizione mancina, pennellata, all'esordio contro l'Atalanta. Ma è una pia illusione, tra forma scadente e l'equivoco tattico dell'impossibile convivenza con Zola. Manca il centravanti, di fatto, perchè Hristo non lo è mai stato o forse non lo è più. E quindi panchine, nostalgia forse della bella vita di Barcellona, tutto il contrario della tranquilla Parma. Dura un anno in Serie A, segna appena 5 gol, prima di tornare proprio in Catalunya, dove fa in tempo a convivere per una stagione con un marziano chiamato Ronaldo e a vincere la Coppa delle Coppe, ultimo titolo conquistato in blaugrana. Ha già oltre trent'anni, però, la parabola discendente è abbondantemente presa. Un anno al Cska Sofia e poi campionati periferici, Giappone e Stati Uniti. Ma Dio è sempre bulgaro, nel dubbio...

 

 

 

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