L’importanza delle origini nel calcio di Romário

Il talento brasiliano, campione del mondo a Usa 94, visse una carriera fuori dalle regole, nella quale si proiettarono i tratti distintivi che lo portarono a uscire dalle favelas
L’importanza delle origini nel calcio di Romário

Paolo Valenti/EdipressPaolo Valenti/Edipress

Pubblicato il 30 gennaio 2026, 06:59

Quanto faceva caldo a Pasadena quel 17 luglio 1994. Le sensazioni di campo di quel mezzogiorno di fuoco inquietano ancora i ricordi dei protagonisti di quel Brasile-Italia, finale della Coppa del Mondo diventata gioia imperitura per i sudamericani e incubo ricorrente per gli azzurri che la giocarono. Come Roberto Baggio, che il suo rigore, l’ultimo, lo calciò verso il sole, disgregando le residue speranze che erano rimaste in lui (e a tutta l’Italia) di realizzare quel sogno che aveva coltivato sin da bambino. I brasiliani avevano iniziato male la serie dei rigori, proprio come noi: l’errore di Franco Baresi era stato pareggiato da quello di Marcio Santos. Errori da difensori, se vogliamo, dei quali Romário si fece beffa realizzando il suo con fare sicuro, guardando in faccia Pagliuca prima del tiro, senza il timore che il nostro portiere potesse intuire, in quell’incrocio di sguardi, dove l’attaccante avrebbe scelto di indirizzare il pallone. Nella rincorsa rallentata con la quale Romário attese la mossa dell’avversario per poterlo spiazzare, c’erano tutte le caratteristiche che lo rendevano un attaccante letale, dalla confidenza nei propri mezzi alla capacità di spingere in rete qualunque pallone si trovasse in area di rigore.

 

 

 

Romário e l’area di rigore

Sì, perché era in quel rettangolo di campo che lui viveva le sue partite, fluido e fatale come un serpente che nutre poco interesse a spostarsi dal suo territorio. Una confort zone che per i difensori che provavano a fermarlo si trasformava spesso in un campo di battaglie perse. Billy Costacurta, che in quella finale mondiale non giocò perché squalificato, ne aveva saggiato le doti affrontandolo con la maglia del Milan, rimanendone impressionato: «Quando tocca il pallone emette un suono magico, tum tum tum, lo tocca tantissime volte in pochi metri e poi ha la capacità di capire quando il suo avversario si muove ma soprattutto di capire prima i movimenti dei suoi compagni per passare il pallone. Dentro l’area è immarcabile». L’area di rigore, in fondo, poteva rappresentare per lui la proiezione calcistica di ciò che era a Rio de Janeiro la favela di Jacarezinho, quella nella quale era cresciuto: uno spazio limitato della grande città nel quale, per vivere e raggiungere i propri obiettivi, era indispensabile affinare l’astuzia se la natura non ti aveva dotato di forza bruta.

 

 

 

 

La voce delle favelas

Del resto, Baixinho (il soprannome che lo accompagnò per tutta la carriera, che significa piccoletto) lo era sempre stato e, per riuscire a superare i compagni più grandi di lui, aveva dovuto ricorrere a istinto e rapidità di pensiero sin dalle prime partite giocate per strada. Quelle partite dove si formano carattere e mentalità in funzione del proprio dna e del contesto circostante, in un’interazione continua che spesso porta fuori strada. Romário, però, nella miniera inesauribile di talento che sono le favelas brasiliane, si ergeva sopra gli altri, tanto che il Vasco de Gama lo notò e lo fece entrare nel suo settore giovanile. Un momento determinante per sottrarlo alle possibilità di deviazione di cui i contesti emarginati sono portatori insani. Contesti che, proprio per l’intensità dei loro connotati, lasciano impronte indelebili nell’anima di chi li ha vissuti. Romário lo ha esplicitamente affermato nella sua vita dopo il calcio quando, una volta dedicatosi alla politica, ha affermato di voler portare “la voce delle favelas nel mondo”. A quella voce, in realtà, aveva già dato spazio sui campi di gioco. Non poteva non accorgersene un uomo intelligente e raffinato come Jorge Valdano, che del Baixinho seppe dare un affresco descrittivo che combina al meglio l’evoluzione calcistica di Romário, dalle sue origini sociali all’estetica del suo modo di esprimersi in partita: «Romário è il calcio, perché il calcio è soprattutto inganno e nessuno inganna meglio di Romário. Durante il gioco, lui è menzogna che cammina. I movimenti lenti sono la corda di un arco che si tende per scoccare una freccia inattesa, improvvisa e letale. Freccia precisa per ogni bersaglio».

 

 

 

 

Legibus solutus

È per questo che l’area di rigore era l’ambito quasi unico nel quale preferiva muoversi. Pressing alto, movimenti associativi e partecipazione al gioco di squadra non erano esattamente i concetti che definivano il modo di giocare del Baixinho, decisamente pigro, quando non del tutto refrattario, ad assecondare le richieste degli allenatori che gli chiedevano di essere più presente nell’elaborazione delle manovre offensive. Il suo modo di vedere il calcio era semplice: datemi la palla e farò gol. In qualsiasi modo: di punta, rubando il tempo al portiere, di potenza, con entrambi i piedi, talvolta anche di testa, nonostante i soli 169 centimetri di cui disponeva. Una questione di postura mentale sfrontata. Si potrebbe dire, mutuando le celebri parole del Marchese del Grillo: io sono io e voi non siete un…, a cui faceva seguire caterve di gol. Un’interpretazione delle regole del gruppo da sovrano legibus solutus, per la quale le tipiche restrizioni che ogni tecnico impone alla squadra venivano disattese. La sua filosofia era chiara e spesso ripetuta: «La notte è sempre stata mia amica. Quando esco, sono felice e quando sono felice segno gol». In un'altra occasione affermò che «i bravi attaccanti segnano solo se hanno fatto sesso il giorno prima». Confessioni che hanno avuto la conferma di Hristo Stoichkov, che del compagno ai tempi del Barcellona ebbe a dire: «Romário era interessato solo a due cose: il calcio e fottere».

 

 

 

 

Il rapporto con il calcio italiano

Forse fu anche per questa impostazione caratteriale («Non mi sono meritato tutto ciò che ho ottenuto. Non mi sono mai comportato da professionista, non sono mai stato un atleta» fu ciò che disse di sé anni dopo l’addio al calcio giocato) che una stella come lui non entrò nella galassia del campionato italiano, che negli anni Novanta veniva considerato il più bello del mondo. Avrebbe retto nel nostro sistema, costruito anche su molte ipocrisie, l’affronto continuo rappresentato dalle sue inclinazioni? L’anarchia della sua estetica, refrattaria a tatticismi esasperati e al comune senso del pudore, avrebbe sostenuto le fustigazioni che il pensiero italico gli avrebbe inflitto? I casi di due suoi illustri connazionali, Renato Portaluppi e Edmundo, indirizzano verso una risposta negativa. Il calcio italiano, in quell’anno di grazia 1994 (nel quale vinse il Mondiale con il Brasile, Liga e Supercoppa di Spagna con il Barcellona, titolo di capocannoniere spagnolo, Pallone d’oro dei mondiali e Fifa World Player), oltre che a Pasadena lo incrociò in finale di Champions League con un Barcellona che aveva abbracciato la prosopopea della superbia nell’affrontare un Milan privo di mezza difesa (Costacurta e Baresi). Un rammarico pesante perché, come ha ammesso lo stesso Romário di recente, «non funzionò nulla, fu una batosta molto dolosa». Ma che gli seppe dare le motivazioni giuste, due mesi più tardi, per affrontare quella finale ancora più importante, che ha portato il suo nome a brillare per sempre nella storia del calcio. Che talvolta, più che di un atleta, per esprimere un campione ha bisogno solo del suo talento.

 

 

 

 

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