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Domenico Morfeo valeva il prezzo del biglietto

Alessandro Ruta/Edipress
Pubblicato il 15 gennaio 2026, 15:20
Il trequartista mancino è sempre qualcosa che ci tocca il cuore; se poi è un talento un po' sregolato, tanto meglio. Di Domenico Morfeo è rimasta soprattutto questa immagine, del genio con la bacheca relativamente vuota, ma che forse anche per questo motivo è ancora oggi impresso nella nostra memoria.

Felice all'Atalanta
Festeggeremo ogni compleanno di Morfeo, cognome pure molto evocativo, come quello di un Peter Pan del calcio italiano. Impossibile immaginarselo vecchio, lui che grazie al talento e alla classe negli assist, con quel piede sinistro che sembrava un pennello, ha rappresentato la gioventù scapestrata. Chiedere ai compagni, a quelli dell'Atalanta soprattutto, beneficiati dai suoi tocchi, più belli persino di un gol. Anche se poi ogni tanto "Mimmo" segnava, ci mancherebbe altro. Ma vuoi mettere il gusto quasi carnale dell'assist, del passaggio decisivo? Un ruolo che oggi viene interpretato, purtroppo, da sempre meno giocatori. L'Atalanta dove lui era giovane tra i giovani, talento fuori scala e costruito in casa, anche se Morfeo veniva dall'Abruzzo profondo. Lanciato da Cesare Prandelli in Primavera, la sfacciataggine di non avere paura di nessuno, ribaldo contro "gli adulti", pronti ad essere beffati. Dall'esperienza con la Fiorentina in avanti, però, una specie di parabola se non discendente di certo poco felice, in realtà. Nel grande club la libertà d'espressione era limitata, bisognava andare dritto al sodo e al risultato: per Morfeo quindi poche maglie da titolare, rigidità tattica, non come a Bergamo o con l'Under 21.

Quel rigore alla Spagna
Al Milan e poi all'Inter, due stagioni condite dall'unico titolo vinto in carriera, lo scudetto con i rossoneri nel 1999. Anche lì, però, comprimario, confinato nel 3-4-3 di Alberto Zaccheroni a riserva della riserva di uno dei tre attaccanti. "Mi chiedevano di andare sul fondo e crossare. A me?", sarebbe stato il ricordo di Mimmo di quell'esperienza. Non che all'Inter gli sarebbe andata meglio, quando invece lo schema di riferimento era il 4-4-2 di Hector Cuper. Via, meglio la provincia, squadre da far delirare con un gioco di suola, un tiro a giro, un assist vincente.

A Bergamo, di nuovo, ma anche a Verona con l'Hellas. Peter Pan nell'Under 21 di Cesare Maldini, decisivo il suo apporto nella vittoria dell'Europeo 1996 contro la Spagna e in Spagna: suo l'ultimo rigore segnato in finale, il timbro su un successo memorabile, portiere da una parte e pallone dall'altra. In quel gruppo con Nesta, Totti, Pippo Inzaghi, tutti affermatisi poi nei grandi club, a differenza di Morfeo, che con il tempo si sarebbe disinnamorato di un calcio troppo rigido negli schemi per un irregolare come lui. Uno per cui l'espressione "Vale il prezzo del biglietto" ha sempre calzato a pennello.
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