Temi caldi
Marco Osio: la carriera punk di un numero 9 fuori dagli schemi

Andrea Romano/Edipress
Pubblicato il 13 gennaio 2026, 08:00
Una carriera tutta controcorrente. Sì perché Marco Osio da Ancona, sessant’anni oggi 13 gennaio 2026, è stato un calciatore capace di rappresentare tutto e il suo contrario. A volte allo stesso tempo. Fantasista, ma con il nove sulle spalle. Bambino con la passione per la Juventus, ma calciatore convertito alla fede granata. Amante della musica, ma a patto che non si trattasse di artisti italiani. Un’anima essenzialmente punk nascosta sotto i capelli lunghi da rocker. Su una cosa, però, Osio non è mai cambiato. In diciassette anni di carriera non ha segnato poi molti gol (almeno per un calciatore che giocava nel suo ruolo), ma ne ha sempre realizzati di importantissimi. Una tendenza che lo ha fatto entrare nel cuore di tutte le tifoserie che si è trovato a rappresentare in campo: Torino, Empoli e, soprattutto, Parma.

Dal settore giovanile del Torino alla fede granata
L’incipit della sua storia viene scritto nel 1976, quando entra a far parte del settore giovanile granata. È lì che il ragazzo comincia a coltivare il mito di Renato Zaccarelli, un altro anconetano partito alla conquista dello Stivale. Giorno dopo giorno la fede granata gli si appiccica addosso. Senza possibilità di svicolare. È lì che il giovane Marco inizia a mostrare tutte le sue contraddizioni. Una sera esce per andare a vedere un concerto dei Cure. A Milano. Torna che sono già passate le quattro del mattino. Moggi è furioso. Il giorno dopo lo convoca e minaccia di cacciarlo. Poi tutto si risolve. Nel 1983 Osio incontra per la prima volta il suo destino. Sulla panchina del Toro c’è Eugenio Bersellini, uno che con l’Inter aveva vinto scudetto e due coppe Italia. Marco lo vede come un maestro. E l’allenatore diventa subito un estimatore dell’attaccante. A febbraio del 1984 il Torino affronta l’Avellino. Solo che i granata sono decimati. «Non avevo neanche fatto un allenamento con la prima squadra – dirò anni dopo a “Il pallone racconta” - Vivevamo tutti in un collegio-pensione, arrivò una telefonata la domenica mattina: non ero stato convocato per il ritiro, avevamo un unico telefono con cui rispondere, mi svegliò un compagno, avvisandomi della chiamata del mister. C’erano state defezioni, ero impreparato anche solo psicologicamente». Bersellini la pensa diversamente. A venti minuti dalla fine lo chiama a sé. «Ora entra in campo – ordina - e fai vedere come si gioca al calcio».

L’Empoli, l’Inter e il gol che cambia una carriera
A vent’anni il Toro decide di spedirlo in prestito all’Empoli neopromosso. È la prima volta che i toscani approdano in Serie A. Tutti sono convinti che si tratti dell’ennesima meteora del calcio tricolore. Invece il campionato racconta una storia diversa. L’Empoli si salva per un punto. Ma quella stagione verrà ricordata soprattutto per un altro motivo. L’Empoli, infatti, riesce addirittura a battere l’Inter. Il risultato finale dice 1-0. Gli almanacchi aggiungono il nome dell’autore della rete: Marco Osio. Per il fantasista la A è una gioia effimera. L’anno successivo, infatti, viene girato ancora in prestito. Stavolta al Parma. In B. All’inizio di quell’avventura Osio si trova a lavorare con Zeman. Gli allenamenti sono pesantissimi. Marco arranca. Eppure il «Boemo» diventa una figura che va oltre il paterno. Il mister lo fa correre nonostante le vesciche ai piedi. È uno strazio insopportabile, ma alla fine il ragazzo vola in campo. «Quando Zeman è stato esonerato eravamo tutti in lacrime per quell’uomo apparentemente rude invece molto protettivo» ricorderà qualche tempo dopo. La Serie B sembra un limbo infinito. Poi nel 1989 ecco che in panchina arriva Nevio Scala. È l’incipit di una storia incredibile, un’avventura che trasforma una squadra provinciale in un club europeo.

Wembley e la Coppa delle Coppe: Osio nella storia del Parma
Al primo anno arriva la promozione. Poi ecco un sesto, un settimo e un terzo posto. Tutto condito da una Coppa Italia e da una Coppa delle Coppe. La finale della coppa internazionale si gioca a Wembley, contro l’Anversa. La mattina prima della partita Marco esce e si infila alla Tower Records. Ascolta i suoi dischi preferiti. Poi scende in campo con più consapevolezza che adrenalina. Gli anni di Parma sono il picco della sua carriera. Società e giunta comunale non riescono proprio a mettersi d’accordo per i lavori di ammodernamento dello stadio locale. Così i tifosi gialloblù esporranno lo striscione «Osio Sindaco». È prosa che diventa poesia.

Torino, Brasile, provinciali e il ritiro dal calcio giocato
L’estate del 1993 la sua storia cambia di nuovo. Il Toro tratta a oltranza Gullit. Poi quando arriva il «no» definitivo dell’olandese ecco che punta tutto su Osio. «Torno a casa» dice il fantasista. Le cose non vanno troppo bene. Prima si rompe un piede. Poi, nel marzo del 1994, crolla a terra durante la partitella di allenamento al Filadelfia. Quello che sembrava un banale contatto con Pastine si trasforma in un incubo. Osio si è rotto il perone. Alla fine della stagione successiva lascia il granata. Si accasa al Palmeiras. È una scelta esotica. Soprattutto per gli standard dell’epoca. Ma è soprattutto la fine della sua avventura nel grande calcio. Nel 1996 torna in Italia. Ma solo in squadre «minori»: Saronno, Pistoiese, Faenza. I titoli di coda sulla sua carriera scorrono nel 2000. Il sindaco si ritira. È l’uscita di scena di un calciatore che ha contribuito attivamente a trasformare la periferia di calcio in centro. E il suo ricordo non è stato intaccato dallo scorrere del tempo.
Iscriviti alla newsletter
Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail
Commenti
Loading
