Cinque giocatori di culto della Norvegia pre-Haaland (figlio)

Cinque giocatori di culto della Norvegia pre-Haaland (figlio)

Da Haaland padre agli "italiani" Carew, Flo e Riise, alcuni giocatori indimenticabili di una nazionale che una volta faticava a entrare a mondiali ed europei
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Facile essere sul pezzo con la Norvegia oggi che questa nazionale è ricca di talento e di fuoriclasse, a cominciare da Haaland. In passato la squadra scandinava è sempre stata nel mucchione di chi si qualificava ai mondiali o agli europei con discontinuità e adesso è davvero a un centimetro da Usa-Messico-Canada 2026. Abbiamo preso cinque calciatori norvegesi mitici o di culto tra quelli "prima di Haaland", visto che l'attaccante del Manchester City sta segnando davvero un'epoca, oltre che valanghe di gol.

 

 

 

 

 

Tore André Flo

Non si può non cominciare da lui, che non è stato - attenzione - il primo norvegese in Serie A, ma senza dubbio il più efficace, nei suoi due anni al Siena. Palla lunga e pedalare per il gioco aereo di questo pennellone biondo quintessenza del giocatore nordico, ma anche dai piedi non proprio rudi. Una carriera spesa soprattutto in Inghilterra, con il Chelsea come punto più alto forse, senza dimenticare le belle stagioni oltre che in Toscana anche ai Glasgow Rangers. E quel Mondiale 1998 in cui segnò al Brasile nella fase a gironi e poi quasi anche contro l'Italia, agli ottavi di finale. Gli oltre venti centimetri di differenza tra Flo e Fabio Cannavaro furono quasi decisivi, ci volle un grande intervento di Pagliuca per evitare il peggio e sfangare l'1-0 azzurro.

 

 

 

 

Alf-Inge Haaland

Ecco il papà di Erling, capello biondo e fluente, tutt'altro tipo di giocatore: centrocampista di pura tigna perfetto per il gioco della Premier League degli anni Novanta, inizio Duemila. Fino all'episodio più celebre che lo riguarda, il fallaccio di Roy Keane nell'aprile 2001 in un derby di Manchester in cui l'allora medianone del City si prese un'entrataccia da parte dell'irlandese. Dritto per dritto, gamba tesa sul ginocchio sinistro, rosso diretto per il giocatore dello United. Fallo premeditato di Keane come vendetta (parole sue) per una giocata di tre anni prima in cui Haaland papà quando era al Leeds era andato a muso duro su di lui mentre era a terra, infortunatosi gravemente al ginocchio. Altri tempi davvero, nella vulgata il fallaccio di Keane sembra sia stata la sentenza di fine-carriera sul norvegese: in realtà Haaland senior avrebbe giocato altre partite, non tantissime. In Inghilterra Alf-Inge non ha solo giocato, ma ha anche assistito alla nascita di suo figlio Erling, che in effetti è nato a Leeds, quando papà era una delle colonne dei Whites capaci di arrivare fino alla semifinale di Champions, nel 2000.

 

 

 

 

 

Jahn Ivar "Mini" Jakobsen

Facile pensare allo stereotipo del calciatore norvegese: un armadio a due ante forse poco abile tecnicamente, grande corsa e grande fisico. Così chi non arriva al metro e settanta, per esempio, rischia di non trovare posto. Una volta non era così, come dimostrato da "Mini" Jakobsen, mai soprannome fu più azzeccato: intoccabile attaccante della generazione della precedente "Grande Norvegia", quella capace di qualificarsi a due mondiali di fila, tra 1994 e 1998, con due partite giocate contro l'Italia, peraltro. Piccolo, ma imprendibile, quasi 100 gol segnati in carriera con la maglia del Rosenborg, un altro degli spauracchi delle squadre italiane in quegli anni Novanta in cui andare nella sconosciuta Trondheim provocava paura, oltre che brividi di freddo. Fuori da casa sua, dalla Norvegia, "Mini" Jakobsen ha trovato gloria soprattutto allo Young Boys, in Svizzera.

 

 

 

 

John Carew

Lo si notava di più per i lineamenti fisici un po' diversi rispetto a quelli che si immagina per un ragazzo del nord Europa oppure per il suo gioco moderno, di centravanti di manovra, forte e tecnico? John Carew è stato una sorta di "freak" del calcio continentale, masticato a un livello più che discreto. Papà gambiano, una sorella destinata a diventare una cantante r'n b, John misurava quasi due metri, ma aveva movenze da ballerino. Poteva segnare di più? Sì, ma sarebbe stato un giocatore diverso, meno efficace. La trafila in Norvegia, dal solito Rosenborg il salto a Valencia e la vittoria (storica) della Liga nel 2002, dopo aver raggiunto l'anno prima nientemeno che la finale di Champions League, persa ai rigori a San Siro contro il Bayern Monaco. Nel dubbio lui a bersaglio nella lotteria dagli 11 metri dopo l'1-1 tra tempi regolamentari e supplementari. E poi la Roma, voluto da Fabio Capello, sempre attratto calcisticamente dai calciatori alti, grossi, ma al contempo bravi con il pallone tra i piedi. Una stagione strana quella, in prestito dal Valencia, quarta opzione offensiva dopo Totti, Cassano e Montella, ma autore comunque di 8 gol. Infine, un girovagare tra Francia e Inghilterra, soprattutto, e il ricordo di un gol segnato all'Italia, nell'amichevole del giugno 2000 che valse ai norvegesi un 1-0 di prestigio e obbligò gli azzurri a un ribaltone in porta, visto che Buffon per cercare di evitare il colpo di testa vincente di Carew finì col fratturarsi una mano. Dentro Toldo, e sappiamo tutti come sarebbe finita all'Europeo, poche settimane dopo.

 

 

 

 

John Arne Riise

l curioso rapporto della Roma con i norvegesi: con questo terzino sinistro dalla grande propensione offensiva il rapporto sarebbe andato tutto sommato meglio rispetto a Carew, quantomeno a livello di stabilità. Tre anni ad arare la fascia sinistra, a fornire palle-gol semplicemente con le rimesse laterali, in cui era un vero specialista, oppure segnando su calcio di punizione, lui arrivato nella Capitale dopo sette stagioni indimenticabili al Liverpool, con tanto di Champions League vinta. Il giocatore norvegese con più presenze in nazionale? Lui, 110. Calciatore molto peculiare, in realtà, oggi sarebbe il classico esterno a tutta fascia nel 3-5-2 con dietro di sé un "braccetto" bravo a coprirgli le spalle. Di certo nella storia della nazionale norvegese.

 

 

 

 

 

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