Temi caldi
Giacomo Losi, per sempre "Core de Roma"

Paolo Marcacci/Edipress
Pubblicato il 10 settembre 2025, 08:58 (Aggiornato il 10 settembre 2025, 12:53)
Quando lo si incontrava a qualche cena ufficiale o raduno di tifosi, anche ai ragazzi di vent'anni veniva spontaneo chiamarlo "Capitano". Non lo avevano mai visto giocare, eppure si rendevano conto di chi avevano di fronte. Ogni storia che valga davvero la pena di essere raccontata, nel suo inizio contiene già il senso dell'epilogo: per questo va ripercorsa all'indietro, in un recupero di memoria e sentimenti.

Gli inizi di Giacomo Losi
Un ragazzo che riuscì a farsi subito farsi voler bene, che brillava per impegno e umiltà, che seppe aspettare il suo turno, il 20 marzo del 1955, contro l'Inter Campione d'Italia in carica: 3-0 per i giallorossi. Il giovane esordiente meritò le congratulazioni di compagni e avversari. Si chiamava Giacomo Losi: al suono di quelle cinque sillabe ogni romanista percepisce il fremito della solennità. Inizia da mezzala nella Soncinese, la sua storia calcistica, perché a Soncino, provincia di Cremona, aveva visto la luce il 10 settembre di novant'anni fa. Nel 1951 lo acquista la Cremonese per la somma di 500.000 Lire; nei due anni di Cremona il tecnico Bodini lo plasma nel ruolo di terzino, per far risaltare tutta la sua carica agonistica, che si nutre di corsa e tenacia, di uno spiccato senso dell'anticipo. A far da cornice a queste attitudini, l'illimitata disponibilità a sacrificarsi per i compagni.

Il passaggio in giallorosso
Dopo la promozione dei grigiorossi in Serie C nel 1954, Giacomo Losi sposa il suo destino calcistico a quello della Roma, per otto milioni di Lire. Non è, in questo caso, il costo di un cartellino: è un portale di appartenenza. Comincia una storia di fedeltà alla maglia, di legame con la gente mai messo in discussione. Oggi, che lui non c'è più, questo principio contenuto nel suo nome è ancora più saldo, se possibile. Il calciatore Losi si identifica con il club in un modo che nessuno, a cominciare probabilmente da lui, avrebbe mai potuto immaginare. 486 presenze ufficiali e quindici stagioni con e per i colori della Roma: quella maglia diventa una culla, come se in città e nella squadra fosse nato realmente. Una storia dell'altro ieri che non smette di commuovere, un'eternità calcistica difficilmente ipotizzabile anche nel calcio di ieri, a meno che non ci si chiami Francesco Totti.

Il 1959 è l'anno della trasformazione definitiva in marcatore centrale; quell'anno torna titolare dopo un paio d'anni di stagioni a mezzo servizio. Forse aveva pensato persino di lasciarla, la Roma, visto che sulla fascia gli veniva spesso preferito Corsini. Al centro del reparto si materializza la sua investitura da leader, poi arriva la fascia di capitano a cingergli il bicipite dalla stagione 1960-61, che è anche quella in cui la Roma mette in bacheca quello che fino alla conquista della Conference League del 2022 sarebbe rimasto l’unico unico alloro europeo, la Coppa delle Fiere. È in un pomeriggio di gennaio del 1961 che il legame con il popolo romanista da indissolubile diviene addirittura eterno; Giacomo diventa, nel “sempre” della fedeltà assoluta, il capitano pronto a morire per la squadra; di conseguenza, la squadra morirebbe per lui, se solo Losi lo chiedesse.

Il momento storico: Core de Roma
Quel pomeriggio scende all'Olimpico la Sampdoria di Brighenti e compagni. La gara si complica per la frattura di Guarnacci; Roma in inferiorità numerica - all'epoca non erano previste sostituzioni - e difficoltà che si moltiplicano: su un recupero in scivolata effettuato con la consueta generosità, Losi si provoca uno strappo all'inguine. Viene spostato all'ala, ormai soltanto per fare numero, come vuole l'usanza. Samp in vantaggio per 1-2, poi un preciso diagonale di Manfredini fa venire giù lo stadio, per il raggiungimento del pareggio. È già un mezzo miracolo, che si compie definitivamente quando proprio Losi, facendo perno sulla sola gamba "disponibile", riesce a svettare di testa su calcio d'angolo: 3-2, il fremito della rete è ancora in corso e il capitano è già diventato "Core de Roma". A dispetto di un commiato dai colori giallorossi malinconico e sottotono, otto campionati dopo, a causa dell'atteggiamento sprezzante di Helenio Herrera che alla scelta tecnica sovrappone una mancanza di tatto che Giacomino Losi meno di ogni altro merita, il capitano resterà per sempre “Core de Roma”. Anche domattina, anche tra mille anni. Ciò che conta, a dispetto di quell'amaro 1969, è però che per i romanisti di ogni generazione Giacomo Losi quella maglia non l'ha mai tolta di dosso. Da qualche parte, ovunque sia ora, l'uomo dal delicato accento settentrionale, dagli occhi grandi e dagli zigomi ossuti e sporgenti, che comunicavano una vaga somiglianza con Pier Paolo Pasolini (altro uomo del nord che di Roma s'era sentito figlio adottivo), sta ancora tuffandosi di testa con sprezzo del pericolo e del dolore, per il bene di Mamma Roma, a proposito di accostamenti. Ogni volta che i ragazzi delle varie società giovanili scendono in campo per il "Memorial Core de Roma" a lui dedicato, sul terreno dell' "ASD Nuova Valle Aurelia", dove per tanti anni si era divertito a impartire i fondamentali a generazioni di piccoli calciatori, sotto il grande stendardo con il suo volto sembra di sentirlo invocare proprio come facevano gli studenti nel celeberrimo film: “Oh capitano mio capitano…chi conosce questo verso?”. Sarebbe piaciuto anche al leggendario Professor Keating de “L’attimo fuggente” un eterno ragazzo come Giacomo Losi.
Iscriviti alla newsletter
Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail
Commenti
Loading
