La Danimarca del 1992 e il gol di Faxe

La Danimarca del 1992 e il gol di Faxe

John Jensen passò alla storia come uno dei marcatori nella finale degli Europei svedesi, una rete che definirà la sua carriera come il nome della marca di una birra

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Faxe, in antico norvegese, significa “criniera”. Ma questa non è una storia di cavalli. Faxe è anche una cittadina di circa quattromila abitanti nell'isola di Selandia, la stessa che comprende la capitale danese Copenhagen per intenderci, ma in queste righe entrerà solo per aver dato il nome a una marca di birra. La tipica pils chiara e rinfrescante che i tifosi del Nordeuropa amano ingurgitare boccale dopo boccale prima, durante e al termine delle partite di calcio.

John “Faxe” Jensen, tra gli eroi del vittorioso Europeo 1992 vinto dalla Danimarca, pare si sia guadagnato il suo appellativo alcolico da ragazzo, perché nel Brøndby i suoi compagni più esperti lo avevano inondato con la loro marca di birra preferita in una sorta di rito d'iniziazione. La birra si lava, un soprannome efficace è per sempre.

Dove l'ha colpito Jensen?

Nell'intervista più famosa a cui ha partecipato, nel bel mezzo dei festeggiamenti per l'Europeo, il buon Jensen teneva appiccicata alle labbra una bottiglia di spumante. Non era un beone, più uno a cui piaceva concedersi qualche sfizio, tipo una sigaretta tra un tempo e l'altro. Un po' alterato, aveva risposto al cronista che gli chiedeva un commento sulla sua rete in finale: “L'ho colpito dritto nel culo...”. Gelo, ma parlava del pallone.

È il 26 giugno 1992. Diciottesimo minuto della finale di Göteborg tra la cenerentola del torneo – la Danimarca – e i campioni del mondo in carica della Germania. La palla, scagliata da Jensen di destro appena varcata l'area di rigore, ha superato Bodo Illgner per l'1-0 scandinavo.

Non possono crederci i compagni. Non possono crederci i tifosi. Non possono crederci “Faxe” e neppure il cronista danese, Flemming Toft, che si lancia in un commento diventato epico in patria ma incomprensibile per i suoi stessi connazionali: “Hutlihut!”. Non sono in molti ad aver sentito quel termine prima di allora, ma pare che Toft lo abbia recuperato nella memoria da un film del 1931, Copenhagen. Si riferisce a un “goccetto”, a qualcosa di forte. Un sorso di liquore che scotta buttato giù tutto d'un fiato, che ti fa fare una smorfia e poi ti dà la carica rendendoti euforico.

Jensen, che di solito è un tiratore mediocre, uno di quelli che arrivano a rimorchio al limite dell'area come assatanati e quindi sparacchiano male oltre la traversa, ha appena trovato il gol che definirà per sempre la sua carriera.

Nel 1987 è stato nominato miglior giocatore di Danimarca, ma è un portatore d'acqua, non un primattore. All'Europeo svedese, era già andato vicinissimo a segnare nello 0-0 contro l'Inghilterra nei gironi, fermato dall'interno del palo, ma non sono quelle le situazioni in cui si disimpegna meglio. L'incursione non è il suo pane e qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo ai tifosi dell'Arsenal.

Il passaggio all'Arsenal

Dopo il trionfo con la nazionale, Jensen passa infatti ai Gunners, e i suoi nuovi supporter sono sicuri che il loro manager, lo scozzese George Graham, abbia pescato un centrocampista dal pedigree internazionale e con parecchi gol nei piedi. Mai previsione si rivela meno azzeccata.

A partire dal sonoro schiaffone rifilatogli dal suo nuovo capitano Tony Adams, per caricarlo prima della sua gara d'esordio in Premier, Jensen capisce che non sarà semplice adattarsi alla nuova realtà. Un campionato che può contare su una decina di stranieri appena e in cui calci, intimidazioni e violenza sono tollerate dagli arbitri e apprezzatissime sugli spalti. Cercherà di mettersi in pari.

Alla sua seconda partita, si prende una gomitata rimediando sette punti di sutura e scopre perché le squadre inglesi tengano sempre a bordocampo enormi scorte di vaselina, come fanno i pugili: serve a ridurre l’attrito e permettere ai colpi di scivolare sulla pelle.

Più che a segnare, Graham gl'insegna ad affondare i tackle spingendo a tutta forza sul pallone con i tacchetti. Gli spiega come colpire la sfera dall'alto verso il basso, travolgendo tibie: “In questo modo si faranno male loro e non tu”.

“Faxe” si lancia nella mischia contro “terrier” come David Batty e delinquenti prestati al mondo del pallone come Roy Keane – che ogni volta che Jensen riesce a buttarlo a terra in un contrasto si complimenta – o il famigerato Vinnie Jones.

Se oggi è un attore apprezzato, tra Ottanta e Novanta il più cattivo della “Crazy gang” del Wimbledon è un vero e proprio macellaio. Prima di una partita, decide d'intimidire Jensen accogliendolo fuori dallo spogliatoio con sguardo truce, indosso solo un paio di mutande troppo strette, e una serie di minacce xenofobe irriferibili. Poi in campo attenta alla sua salute in più occasioni durante i novanta minuti.

Tra botte date e prese, l'inadeguatezza al tiro dell'eroe di Göteborg diventa proverbiale: “Più ci provavo e peggio andava”. I suoi tifosi, a un certo punto, cominciano a urlargli in modo ironico “Tira! Tira!” ogni volta che ha il pallone tra i piedi. Quando finalmente – l'ultimo dell'anno del 1994 – trova il gol contro il Qpr in una sconfitta 3-1, più di novanta partite giocate dopo il suo esordio, fanno stampare delle magliette con scritto “Io c'ero quando ha segnato Jensen”. Si possono trovare ancora in qualche mercatino dell'usato.

A fine febbraio 1995, Graham viene licenziato in tronco e subisce la squalifica di un anno perché ha intascato quattrocentomila sterline nel corso delle trattative per l'acquisto di Jensen. Scoppia uno scandalo e si apre una crisi. Il “boring boring Arsenal”, “noioso noioso Arsenal” com'è ricordata quella squadra, chiude la stagione dodicesimo e “Faxe”, senza più l'uomo che aveva creduto in lui – lautamente ricompensato – può far ritorno nell'amata Brøndby, città e squadra di una vita.

Se un gol può definire un calciatore, non si può dire che la rete in finale a Euro 1992 sia il modo migliore per raccontare John Jensen. Tuttavia, il tiro che si è infilato alle spalle di Illgner resterà per sempre nell'immaginario collettivo come il momento culmine – o uno dei momenti culmine, poiché importantissimo è anche il 2-0 di Vilfort – di una delle più grandi imprese calcistiche del secolo scorso. Il gol, imprevedibile e inatteso, di un giocatore che non avrebbe mai dovuto essere giudicato da quel particolare. I tifosi dell'Arsenal ci ridono ancora su, mentre per i danesi sarà sempre “Faxe”, l'uomo della finale.

 

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