Da Euro 1960 all'Italia campione nel 1968: viaggio nella tattica

Da Euro 1960 all'Italia campione nel 1968: viaggio nella tattica

Prima puntata del nostro appuntamento nell'evoluzione del calcio continentale attraverso schemi e moduli delle nazionali protagoniste nelle diverse edizioni

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Spesso, nell’immaginario collettivo (soprattutto italiano), l’europeo calcistico è sempre stato considerato come una sorta di manifestazione “figlia di un dio minore”, sicuramente molto più effimera e meno impattante rispetto ai momenti di epicità totale che può riservare la Coppa del Mondo. Questa considerazione è sicuramente dovuta in primo luogo alla scarsa fortuna che gli europei di calcio nella loro storia hanno riservato ai colori azzurri, se si eccettua l’europeo del 1968, passato alla storia come “quello della monetina” e l’ultimo inaspettato successo sotto la gestione Mancini del 2021. Questa scarsa considerazione dell’Europeo è anche dovuta a fattori più “nobili”, che toccano da vicino gli aspetti tecnici e tattici del gioco del calcio, in effetti. I mondiali di calcio infatti sono sempre stati eventi spartiacque dal punto di vista tattico del gioco ed hanno regalato autentiche pietre miliari nell’evoluzione delle strategie adottate nello sport più popolare al mondo. Pensiamo alla Grande Ungheria del 1954 con il suo centravanti arretrato, il Brasile del 1958, che per la prima volta ha fatto conoscere i moduli zonali declinati con i famosi “numerini” tanto in voga oggi (il 4-2-4) oppure quello del 1970 con i “cinque numeri dieci”. Per non parlare dell’Olanda del Totaalvoetball del 1974 o la Spagna del tiki-taka del 2010, senza contare altre squadre, come l’Argentina del 1986, che non può essere considerata solo Maradona, la quale ha imposto per la prima volta su scala globale la difesa a tre, tanto in voga oggi.

Un discorso simile non può essere sicuramente applicato alle squadre che sono state protagoniste nelle varie rassegne del Campionato Europeo, sia per il carattere maggiormente episodico della kermesse, che per la oggettiva minor importanza della manifestazione stessa.

 

Francia 1960: l’innovazione tattica dell’Urss

 

I primi europei della storia si sono disputati in Francia dal 6 al 10 luglio 1960. Se i mondiali del 1958 hanno mostrato con il Brasile per la prima volta nella storia il verbo calcistico del futuro, ovvero il 4-2-4 zonale, l’europeo francese si è dimostrato molto più conservativo sotto questo aspetto. Tutte e quattro le finaliste (Unione Sovietica, Jugoslavia Francia e Cecoslovacchia) utilizzano la classica impostazione sistemista ad M in difesa dimostrandosi quindi sotto questo aspetto estremamente tradizionaliste. L’Unione Sovietica, la squadra vincitrice, è fra queste la squadra più evoluta dal punto di vista tattico in difesa, in quanto, almeno nella finale contro la Jugoslavia, il mediano e capitano Igor Netto, gioca assai arretrato, a proteggere la linea difensiva, nella quale Lev Jashin fungeva già da portiere libero. Per il resto i sovietici attaccano in modo tradizionale, sfruttando molto le fasce, oppure con rapide triangolazioni per vie centrali dove Ivanov è il giocatore più mobile in questa fase di gioco. La Jugoslavia, invece, è una nazionale che per certi aspetti rappresenta l’opposto di quella sovietica. In difesa, infatti, i plavi rischiano più spesso l’uno contro uno con i due terzini (soprattutto Jusufi a sinistra) che si sganciano spesso sulla fascia, proponendosi in avanti. Nel quintetto offensivo, inoltre, la Jugoslavia adotta la formula del centravanti arretrato di matrice magiara, con il numero 7 Matuš che agisce da trequartista a tuttocampo, alle spalle di una linea offensiva a quattro composta da Šekularac, Jerkovi?, Gali? e Kosti? che spesso si scambiano i ruoli creando un vero e proprio tourbillon di difficile lettura per le difese avversarie. Fedeli al vecchio modulo inventato da Herbert Chapman nel 1925 sono anche Cecoslovacchia e Francia che però, nel settore offensivo, adoperano anch’esse la tattica del centravanti di manovra, anche se in maniera meno marcata rispetto alla Jugoslavia. Molto particolare la tattica di gioco utilizzata dai cecoslovacchi, di chiara ispirazione collettivista, dove tutti i dieci giocatori di movimento agiscono compatti come una fisarmonica su tutto il campo di gioco, con i terzini ed i mediani che spingono nell’azione offensiva, mentre in fase di non possesso sono gli uomini della prima linea a retrocedere, per dare man forte alla difesa. La Francia padrona di casa è invece rimasta ferma a un gioco molto individualista, che diede i suoi frutti migliori al Mondiale in Svezia due anni prima, mescolando intensità fisica a tecnica, ma privi di Just Fontaine, mattatore in Scandinavia, i transalpini non andarono lontano.

 

SPAGNA 1964: Furie Rosse a WM integrale

 

La fase finale della seconda edizione degli europei, disputata in Spagna dal 17 al 21 giugno 1964, ha visto il trionfo della squadra di casa in quello che, fino ad Euro 2008, è stato l’unico successo delle Furie Rosse ad una kermesse internazionale. Anche in quest’edizione domina il “vecchio”, infatti la Spagna di José Villalonga è una delle ultimissime nazionali a schierarsi ancora con il WM declinato nella sua forma integrale ed originaria. Gli iberici, infatti, difendono ancora con tre difensori puri in difesa (Rivilla-Olivella-Calleja) mentre in mezzo al campo c’è un quadrilatero che più classico di così non si può. Molto interessante è la posizione di Luis Suárez che all’Inter gioca di fatto come mediano basso sul centrosinistra, mentre con la sua nazionale viene impiegato nella posizione di interno destro (anche se sempre con la dieci), defilandosi spesso anche sulla fascia destra. Per il resto, come stile di gioco, la nazionale spagnola pratica un calcio orizzontale che fa molto enfasi sul controllo del gioco a centrocampo (di qui la difficoltà degli spagnoli a liberarsi del Sistema) con Suárez unico giocatore in grado di verticalizzare verso le punte. L’Unione Sovietica, finalista sconfitta, rispetto a quattro anni prima è impostata invece con un 4-2-4 molto ortodosso con Shesternev che gioca in linea al fianco dello stopper Shustikov, in attacco Ivanov agisce da seconda punta atipica, mentre l’altra mezzala (solo nominale) Korneyev staziona stabilmente in mediana al fianco di Voronin, il motore della squadra. Immutato resta invece il gioco sovietico, molto quadrato e meccanico, già visto all’opera in Francia. L’Ungheria, terza classificata, schiera anch’essa il 4-2-4, con Albert-Tychy temibile coppia d’attacco, mentre in difesa Sipos è il secondo centrale a fianco dello stopper Mészöly. L’impronta di gioco è sempre quella dell’Aranycsapat del decennio precedente, ovvero un calcio che abbina fraseggi corti a frequenti verticalizzazioni, anche se questa squadra non disponeva dei picchi di qualità della generazione precedente. Infine la sorpresa Danimarca, giunta quarta, con una formazione di soli dilettanti (e quindi senza i professionisti come Harald Nielsen del Bologna). I danesi giocano un 4-2-4 abbastanza scolastico che in fase difensiva diventa un 4-4-2, molto quadrato e simmetrico, di chiara ispirazione britannica.

 

ITALIA 1968: Libero e marcature di Valcareggi

 

Dopo la Spagna è turno dell’Italia ad organizzare e vincere gli europei del 1968. Se i venti del Catenaccio italico spirano già dal 1962-63, anno in cui il Milan si laurea campione d’Europa a Wembley contro il Benfica, i Campionati Europei conoscono questa tattica di gioco appena nel 1968. L’Italia di Ferruccio Valcareggi, infatti, gioca con libero staccato (Castano o Salvadore) e rigide marcature a uomo nel settore difensivo, mentre in attacco ci sono solo due punte, una più mobile al centro (Mazzola o Anastasi) e una più di peso sulla fascia (Prati o Riva), con Domenghini che agisce da ala tattica a centrocampo. L’Italia nelle tre partite dell’Europeo quasi mai incanta per il suo gioco, venendo imbrigliata prima dall’Unione Sovietica e poi per due volte in finale dalla Jugoslavia, però, una superiore organizzazione difensiva e gli spunti degli attaccanti azzurri (con un pizzico di buona sorte) riescono a fare la differenza. La Jugoslavia seconda classificata, a forte trazione serba, è forse la squadra che ha fatto vedere il miglior gioco della rassegna, anche se pure loro sono una squadra più fisica che tecnica, rispetto a quelle delle edizioni passate. I “Plavi” comunque cercano sempre di giocare con fraseggi bassi dominando spesso il settore nevralgico del campo. La squadra allenata da Miti? gioca con un 4-3-3 abbastanza quadrato dove le due ali Petkovi? e Džaji? sono gli attori migliori della squadra e fanno breccia ruotando attorno al pachidermico centravanti-boa Musemi?. L’Inghilterra, terza classificata e campione del mondo in carica, si presenta alla rassegna italiana con uno schieramento ancora più difensivo e per certi versi “catenacciaro” di quello visto in patria due anni prima. Il tecnico Alf Ramsey mantiene il 4-4-2 senza ali, ma lo irrobustisce ancora di più schierando come esterno destro nominale il difensore Hunter che gioca spesso in marcatura sulla mezzala avversaria più pericolosa. Nella semifinale contro la Jugoslavia Ramsey abbandona addirittura la doppia punta escludendo l’eroe del mondiale del 1966 Hurst, surrogato dal tuttofare Ball. A livello di gioco i Three Lions giocano un calcio molto pratico ed essenziale portando molti uomini nella propria metà campo e cercando di imbeccare gli attaccanti con lanci lunghi e ribaltamenti di fronte. Infine l’Unione Sovietica si conferma in piena deriva difensivista, schierandosi con un 4-4-2 molto abbottonato con due sole punte (Bani?evski e Yevryuzhikhin), in difesa Shesternev gioca quasi da libero staccato, con gli altri tre difensori che applicano una marcatura a uomo nella propria zona di riferimento, un embrione di quello che sarà il calcio collettivo sovietico degli Anni Settanta e Ottanta.

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