Roberto Mussi, lo scudiero di Sacchi tra Parma, Milan e Nazionale

Roberto Mussi, lo scudiero di Sacchi tra Parma, Milan e Nazionale

Abile a interpretare i movimenti richiesti dal tecnico di Fusignano, il terzino fu tra gli artefici dei successi rossoneri degli anni Ottanta. Fu titolare anche nella finale mondiale di Usa 1994

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Pasadena, 17 luglio 1994. Alle 12:30 di una domenica d’estate dove il sole precipita i suoi raggi di debilitante calore sull’enorme catino del Rose Bowl, comincia la finale della quindicesima edizione della Coppa del Mondo. A leggere le formazioni ci si può stropicciare gli occhi coi nomi dei migliori giocatori del momento: Aldair, Dunga, Bebeto, Romario, Baresi, Maldini, Donadoni, Roberto Baggio. Il nome di Roberto Mussi sembra quasi un errore nella cartella stampa delle formazioni che vengono distribuite ai giornalisti, come quello di un intruso che si è ritrovato per vicende di occasionale fortuna a giocare una partita di calciotto tra professionisti in vacanza in un villaggio turistico. In realtà, la presenza di Mussi nella formazione titolare dell’Italia che contende alla Seleção il quarto titolo mondiale non ha niente di estemporaneo. È piuttosto il frutto di una carriera che, con quella partita, raggiunge il suo riconoscimento più elevato.


Dalla Massese al Parma

Nativo di Massa, classe 1963, Roberto si formò calcisticamente nella squadra della sua città, la Massese, con la quale, nella stagione 1982-83, vinse il campionato Interregionale: a suo dire la soddisfazione più grande della vita calcistica, raggiunta col vento dei vent’anni in poppa e un gruppo di vecchi filibustieri della serie A (Chiarugi, Zecchini, Speggiorin, Lido Vieri) che riusciva ancora a divertirsi col pallone. Un’altra stagione in C2 gli permette di consolidare un bagaglio tecnico che lo porta ad essere notato dal Parma, che nell’autunno del 1984 lo porta a vestire la maglia dei ducali. Non è un’annata fortunata: i gialloblù retrocedono in C1. Sembra che un periodo negativo si stia abbattendo sulla carriera di Mussi ma è solo una sensazione fuorviante, giacché nell’estate del 1985 Arrigo Sacchi diventa il tecnico degli emiliani e, insieme a lui, il giovane terzino dai capelli fulvi comincia la sua ascesa. È l’inizio di un percorso progressivo grazie al quale Mussi, il 17 luglio 1994, non si trova di passaggio al Rose Bowl di Pasadena.

L’incontro con Sacchi

Sacchi è un visionario, ha tanta voglia di arrivare: pensa al lavoro ventiquattro ore al giorno e vuole lasciare un segno. Per farlo, per mostrare al mondo il suo calcio, ha bisogno, oltre che dei campioni, della dedizione di calciatori come Mussi: attenti alle indicazioni dell’allenatore, precisi nell’applicarne le direttive in partita, fisicamente esuberanti. A Parma gli allenamenti sono già quelli che verranno praticati al Milan: massima concentrazione, ripetizione ossessiva degli schemi, fatica. Sacchi è incontentabile e per Mussi i richiami sono continui: diagonali, linea del fuorigioco, sovrapposizioni. Ogni imprecisione è un rimprovero che Roberto, intelligentemente, comprende che è finalizzato al suo miglioramento e a quello della squadra. Non si arrabbia e non si offende, cerca solo di progredire allenamento dopo allenamento, errore dopo errore. Forse è proprio per questa disponibilità che il rapporto professionale con il tecnico di Fusignano si consolida al punto che, quando Berlusconi lo chiama alla guida del Milan, nella lista dei giocatori da portare a Milano per costruire una delle squadre più belle della storia, il nome di Mussi è tra i primi. “Dissi al Presidente che sarebbe arrivato in Nazionale - è il ricordo che lascia oggi al Guerino il vate di Fusignano – perché era un ragazzo generoso, leale, educato, che dava tutto quello che poteva. Forse un po’ timido ma il gioco lo aiutava ad attenuare questo aspetto”.


Esperienze al Milan e al Torino

Per lui, proveniente da una famiglia rossonera da generazioni, è come toccare il cielo con un dito: le corse sulla fascia a San Siro, le incursioni e i recuperi, gli applausi e i fischi sono brividi che scendono sulla schiena. Col Milan, tra luci e ombre, in due stagioni conquista scudetto e Coppa dei Campioni. Anche se Roberto, nel pieno della maturità agonistica, giustamente vuole giocare di più e capisce che per farlo, avendo davanti mostri sacri come Tassotti e Maldini, deve andare altrove.
Dopo la vittoria di Barcellona decide quindi di lasciare i rossoneri e, addirittura, di scendere di categoria. Sceglie il Torino, senza sapere che proprio coi granata otterrà obiettivi importanti, oltre all’immediata risalita in serie A: la finale di Coppa Uefa contro l’Ajax del 1992, la vittoria della Coppa Italia nel 1993 e l’esordio in Nazionale, che arriva a trent’anni pieni proprio quando la squadra ha bisogno degli ultimi punti per qualificarsi ai mondiali americani. Sulla panchina dell’Italia non è un caso che ci sia proprio Sacchi, un mentore che non ha bisogno di provarlo per decidere se inserirlo nella lista dei ventidue da portare negli Usa.


I mondiali americani

Quando esordisce ai mondiali negli ottavi di finale contro la Nigeria, Mussi ha appena due presenze con gli azzurri, elemento che non rappresenta un limite al suo utilizzo in una partita determinante. Sacchi lo conosce bene, sa che può fidarsi ciecamente delle sue doti di affidabilità e conoscenza degli schemi: «Sapeva benissimo come fare i movimenti senza palla anche perché aveva una dote abbastanza rara per gli italiani: quella di pensare collettivamente» sottolinea ancora oggi il tecnico che portò il Milan in cima al mondo. Ed è proprio da una sua incursione nell’area avversaria a pochissimi secondi dalla fine che nasce il gol del pareggio di Roberto Baggio, che solleva l’esultanza quasi rabbiosa di solerti cronisti e degli italiani che hanno abbandonato gli uffici o riempito di ansia le loro giornate di vacanza per spingere la Nazionale oltre i limiti di una situazione che pareva irrecuperabile. Mussi sarà nuovamente titolare nella semifinale contro la Bulgaria e in quella finale col Brasile che per lui è doppiamente amara, dal momento che riesce a disputare solo i primi trentacinque minuti di gioco prima di dover lasciare il campo per infortunio e subire l’amarezza della sconfitta ai calci di rigore.


Il ritorno al Parma

Pasadena, però, non è l’ultimo traguardo che Mussi riesce a raggiungere. Dopo il mondiale ritorna al Parma, nelle cui ambizioni immerge nuovamente il suo gioco fatto di vigoria verticale e intelligenza tattica. Coi ducali vince ancora la Coppa Italia (1999) e conquista la Coppa Uefa per ben due volte (1995 e 1999) mentre con la Nazionale disputa da titolare lo sfortunato Europeo del 1996 che, a trentatré anni, conclude la sua storia con la maglia azzurra.

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