Una vita da mediano nelle mille sfide tra Inter e Roma

Una vita da mediano nelle mille sfide tra Inter e Roma

Come cantava Ligabue, tante carriere spese "a recuperar palloni". Nell’album dei ricordi delle due tifoserie, l'elogio per chi vive il calcio sudando a centrocampo

Redazione Edipress

23 aprile

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Quella porzione di campo, anzi: di territorio; da proteggere cercando di ragionare sempre di corsa, ben sapendo che sarai sempre ritenuto al massimo un geometra, anche quando hai pensieri da architetto. Il mediano non viene mai considerato a prescindere dalla sua dose di fatica, come se tutto il resto fosse accessorio; è per questo che soltanto un po’ di anni dopo si è soliti osservare che: “Però aveva anche i piedi buoni...” di chi ha vissuto in quella porzione d’erba tra la lunetta dell’area e il cerchio di centrocampo, sempre soggetta all’esproprio da parte di chi confida nell’acido lattico che rallenta le gambe, che appanna i riflessi. Il mediano può entrare solo come un imbucato nella sala degli specchi degli highlights; non viene mai esposto nella vetrina lussuosa delle fasi salienti; se aspira a tanto gli tocca fare (anche) gol, raddoppiando le zolle della sua sofferenza.

I grandi mediani di Inter e Roma

I tifosi dell’Inter e della Roma custodiscono una storia di grandi faticatori di centrocampo, sovente sottovalutati proprio perché identificati soltanto all’esposizione bidimensionale dell’equilibrio tattico e dei cosiddetti compiti di copertura. Canta Luciano Ligabue che quando ti va bene “...vinci casomai i Mondiali...”, come è successo a Gabriele Oriali, Leleoriali per ogni fischio d’inizio che Eupalla mandasse in terra: uno di quei nomi e cognomi che vanno pronunciati per esteso senza soluzione di continuità, come Brunoconti e Gigirriva. Più che un ex, ormai un luogo dell’anima per la mitologia interista: cinque anni nelle giovanili, dal 1966 al 1971; tredici poi in prima squadra, dove aveva nel frattempo esordito, fino al 1983. Dateci un euro per ogni pallone recuperato, per ogni anticipo, per ogni contrasto vinto e andiamo di corsa a ordinare la Porsche. E quelle 43 reti distribuite nel corso delle sue 392 presenze complessive le ha comunque segnate lui, non un suo omonimo. Campione del mondo in Spagna nel 1982, come vuole l’eccezione messa in musica da “Liga”. Quante volte i suoi parastinchi avranno fatto scintille sfregandosi contro quelli di Carlo Ancelotti? Uno della Bassa, Carletto, venuto alla luce a Reggiolo, in Via Vallicella, nel giugno del 1959, quando i bambini ancora si facevano nascere in casa. Figlio di mezzadri, guardava col naso all’insù il padrone che veniva a spartire il raccolto e le bestie, tracciando una riga sul grano e scegliendo per sé le pollastre più pasciute. La vita era già allora, dunque, come una diga di metà campo: occorrevano sopportazione, buon senso, fatica e grande attenzione per tenerle testa. Dino Viola lo portò a Roma, prelevandolo dal Parma, nell’estate del 1979, per la cifra di 750 milioni di Lire. Secondo Nils Liedholm proprio l’utilizzo da mediano ne esaltava appieno le doti. Fino al 1987, alla Roma ha dato un contributo di lucido agonismo, di geometrie nitide anche quando infuriava la battaglia, di gol dalla media e lunga distanza. Parlare di lui in maglia giallorossa, prima della cessione al Milan, vuol dire raccontare di un Tricolore, di quattro Coppe Italia, di entrambe le ginocchia devolute alla causa. Perché è questione di spigoli, spesso, la vita del mediano, così come spigoloso era il profilo del lodigiano Gianpiero Marini, interista come (e negli stessi anni di) Oriali, più ruvido nei piedi e molto meno biondo nella chioma rispetto al compagno, ma sempre strategico nella corsa, per quanto non certo aggraziata, tanto da meritarsi da Gianni Brera il soprannome di “Pinna d’oro”. All’Inter dal 1975 al 1986, anche lui si fregia del titolo mondiale, avendo disseminato le sue presenze in Nazionale dal 1980 al 1983. Può anche capitare che al mediano, vista la propensione naturale alla corsa incessante, venga proposto di ricoprire altri ruoli, occupando porzioni di campo diverse, proprio in ragione di quel moto perpetuo. È per questo che quando arrivò a Roma nell’estate del 1975 Loris Boni, bresciano di Remedello, si sentì proporre da Nils Liedholm di provare a ricoprire il ruolo di tornante. Proveniva da quattro stagioni più che positive con la maglia della Sampdoria e la società giallorossa lo acquistò per 800 milioni di Lire. A Genova si era messo in luce come inesauribile cursore di centrocampo, votato indifferentemente tanto ad accompagnare la spinta quanto al ripiegamento subitaneo nelle fasi di contenimento. L’utilizzo da tornante non dà i frutti sperati e Liedholm lo riporta lì, lì nel mezzo per continuare con la citazione dotta; i suoi anni in maglia giallorossa, fino al 1979, potremmo dire che sono contraddistinti da un costante rendimento senza picchi, connotato anche da una vena realizzativa inesistente, poiché in 80 presenze in Serie A da romanista non mette a segno nemmeno una rete. Si ricorda invece un suo gol nell’edizione 1975- 76 della Coppa Uefa, contro gli svedesi dell’Osters IF. E son cambiate le epoche, le mode, con l’andare degli anni e delle evoluzioni del gioco, ma i mediani non hanno mai conosciuto una fatica diversa da quella di sempre, come hanno dimostrato nei decenni successivi il romanista Damiano Tommasi, l’interista Benoît Cauet e tutti quelli che lì nel mezzo hanno fatto legna a beneficio dei loro compagni.

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