Marsiglia-Lazio: Sensini ricorda la vittoria al Vélodrome del 1999

Marsiglia-Lazio: Sensini ricorda la vittoria al Vélodrome del 1999

L'intervista all'ex jolly biancoceleste: "Riscattammo il derby e ci preparammo per un grande finale di stagione. Eravamo davvero un gruppo unito"

Paolo Colantoni/Edipress

4 novembre

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Un solo anno in maglia biancoceleste. Anzi, sarebbe più giusto dire una stagione e due mesi, visto che dopo aver vinto lo scudetto nel 2000, e aver giocato la prima di campionato e tre gare di Champions League nell’anno post scudetto oltre alla Coppa Italia e la Supercoppa Italiana, l’argentino Nestor Sensini venne ceduto al Parma nel mercato autunnale. "Mi è dispiaciuto andare via. Alla Lazio stavo davvero bene, avevo vinto il campionato ed Eriksson aveva fiducia in me. Tornai al Parma dove ero stato sette campionati. Ma il ricordo dell’esperienza laziale rimarrà indimenticabile". A volte centrocampista e a volte difensore, per il tecnico svedese era un jolly da utilizzare in varie zone del campo. Con la sua esperienza e il suo carisma si è ritagliato uno spazio importante in una squadra eccezionale. Capace di lasciare il segno sia in Italia che in Europa. "Abbiamo vinto uno scudetto, la Supercoppa Europea, la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana, ma c’è mancata la Champions League. Potevamo vincerla. Avevamo una rosa di grandissimi giocatori".

In quella Champions League c’è stata la trasferta sul campo del Marsiglia.

"Una partita che non dimenticherò mai. Un ambiente caldo, un’atmosfera molto intensa. Noi venivamo da un periodo difficile: avevamo perso il derby e sai quanto vale a Roma. Dovevamo riscattarci ed Eriksson fece un po’ di turnover. È stata una gara difficile, contro un’ottima squadra, che la stagione precedente affrontai, quando ero al Parma, in finale di Coppa Uefa".

Il tecnico svedese schierò questa linea di centrocampo: Conceiçao, Sensini, Stankovic e Nedved.

"Mica male eh. Diciamo che gli altri tre erano davvero bravi. Se pensi che in panchina c’erano Almeyda e Veron. In quel centrocampo io ero quello che doveva correre e proteggere la difesa. Regalare equilibrio. Non sono stato un titolarissimo in quella squadra, ma sono sempre riuscito a ritagliarmi il mio spazio e a dare una mano. E credo di aver dato il mio contributo".

Con il Marsiglia c’era anche Ravanelli, che qualche settimana dopo vi siete ritrovati come compagno di squadra.

"Penna bianca, gran giocatore. Era in Francia già da un paio di anni. Mi ricordo che era squalificato nella finalissima di Coppa Uefa e per noi fu un vantaggio. Lo affrontammo e dopo un po’ arrivò alla Lazio. Anche lui diede il suo contributo".

Almeyda, Sensini, Simeone, Veron. Era una Lazio argentina.

"Poi c’erano Conceiçao, Couto. Nello spogliatoio si parlava molto spagnolo (ride, ndr). A volte si dice che quando ci sono troppi argentini in un gruppo possono accadere casini. Ma con noi non fu così. Eravamo molto uniti. Anche con chi veniva da altre parti del mondo, come Boksic, come Mihajlovic, o con gli italiani. Siamo riusciti a fare un bel gruppo".

Quando è arrivato, ha subito pensato che la squadra potesse vincere lo scudetto?

"In realtà lo pensavo già la stagione precedente. Ero all’Olimpico l’ultima giornata, quando si giocò Lazio-Parma e ricordo l’atmosfera molto triste di tutto l’ambiente. È stato bello, a distanza di un anno, vedere i tifosi passare dalla delusione alla gioia".

In quella stagione un solo gol.

"A Torino, di testa su assist di Mihajlovi? . Diciamo che gran parte del merito fu del suo cross. Io ci ho messo solo la testa".

Cosa ricorda del 14 maggio 2000?

"Lo stadio pieno, la vittoria con la Reggina. L’attesa del fischio finale a Perugia. Ricordo un’occasione incredibile fallita da Pippo Inzaghi (a Perugia, ndr). Era destino che vincessimo noi. Lo abbiamo meritato. Mai nella vita mi era successo di dover attendere mezz’ora con la radiolina per poter festeggiare".

Le faccio alcuni nomi: Boksic.

"Agile, forte, veloce. Se solo fosse stato più tranquillo sotto porta…".

Veron.

"Uno dei centrocampisti più forti e completi. Con la palla era capace di fare di tutto e correva tantissimo, anche più di quello che doveva fare".

Salas.

"Il Matador. Il miglior attaccante in area di rigore. Giocava bene e faceva migliorare anche chi gli giocava accanto".

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