Eraldo Monzeglio, l’elegante terzino due volte campione del mondo

Eraldo Monzeglio, l’elegante terzino due volte campione del mondo

Fedelissimo del Ct Pozzo, divise la sua carriera da calciatore tra Casale, Bologna e Roma. Dal 2013 è inserito nella Hall of Fame del calcio italiano

Alessio Abbruzzese/Edipress

3 novembre

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Eraldo Monzeglio rappresenta al meglio lo spirito di un calcio che non c’è più. Lo spirito di un calcio romantico, fatto di palloni di cuoio marrone, di maglie di lana con il collo a v, di uomini senza barba con la riga da una parte e la brillantina sui capelli. Un calcio in cui però, anche senza compensi milionari, senza sovraesposizione mediatica, senza showgirl da sfoggiare su fuoriserie da 6 zeri, i calciatori erano comunque degli eroi. 

La vita di Eraldo Monzeglio è una vera e propria enciclopedia calcistica dell’italico pallone, più di molti altri incarna la storia dei primi 50 anni di questo sport nel nostro Paese. La sua è una grande storia, che in quanto tale esula dalle gesta sul rettangolo verde, una storia che parla di guerra, di redenzione e di vittoria. 

Gli esordi al Casale e le vittorie a Bologna

Figlio del Piemonte, nasce a Vignale Monferrato nel 1906, e cresce inevitabilmente tra le fila del Casale, squadra con cui esordisce nella Divisione Nazionale nel 1924. Terzino celebre per la sua eleganza (il terzino dell’epoca corrisponde al difensore centrale dei nostri tempi), sapeva adattarsi sia al modulo del metodo che a quello del sistema, dimostrandosi un giocatore dall’eccellente intelligenza calcistica. Ad appena 20 anni viene prelevato dal Bologna dove collezionerà più di 250 presenze, uno scudetto e due Mitropa Cup prima di trasferirsi a Roma, sponda giallorossa e terminare la carriera. Una volta appesi gli scarpini al chiodo si siede in panchina, allenando tra le altre il Como, il Napoli, la Samp e la Juve. 

Le vittorie al Mondiale e le amicizie importanti

Il nome di Eraldo Monzeglio è legato alla nazionale più che alle sue vittorie con le squadre di club. Inizia ad indossare la maglia azzurra nel 1930, l’11 maggio ad essere precisi, in quell’Ungheria-Italia 0-5 che ammutolì il pubblico di Budapest. Impiega davvero poco a diventare insostituibile per il Ct Vittorio Pozzo. I due, simili per carattere e origini, condividono un profondo patriottismo, la stessa concezione di lavoro, sport e senso del dovere e stringono ben presto un franco rapporto cameratesco, di quelli che potrebbero nascere tra un ufficiale e un buon soldato. Insieme al Ct vincerà entrambi i Mondiali degli anni ’30, prima in Italia e poi in Francia, è uno dei tre calciatori italiani che può vantare questo record, gli altri due sono Meazza e Ferrari. Dopo la seconda Coppa Rimet vinta, ormai in pianta stabile a Roma, diventa intimo amico della famiglia Mussolini. Insegna le basi del calcio ai figli Bruno e Vittorio e spesso si trattiene con il capo del governo a Villa Torlonia a giocare a tennis, altra disciplina che pratica con destrezza. Pranza con Rachele, fa commissioni, diventa un vero tuttofare di casa Mussolini. Questa amicizia alla fine della guerra, che lo vede partecipare alla campagna di Russia, lo porta fino a Salò, facendogli rischiare di finire impiccato dai partigiani. La leggenda narra che un collettivo di operai di Sesto San Giovanni lo salva, in primis perché non aveva partecipato mai ad azioni armate o fatto del male a qualcuno, e in secondo luogo perché in fin dei conti era pur sempre un asso della nazionale di calcio e i calciatori, anche senza compensi milionari, senza fuoriserie da sei zeri, sono degli eroi. Scomparso il 3 novembre 1981, nel 2013 è stato inserito nella Hall of Fame del calcio italiano.

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