Lazio-Marsiglia, parla il doppio ex della sfida Alen Boksic

Lazio-Marsiglia, parla il doppio ex della sfida Alen Boksic

Arrivato in biancoceleste proprio dall'Olympique nel 1993, ha preso parte al ciclo d'oro biancoceleste: «Quella squadra era capace di dominare in Italia e in Europa»

Paolo Colantoni/Edipress

21 ottobre

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Sei stagioni in maglia biancoceleste, intervallate da un anno a Torino, dove si è tolto la soddisfazione di vincere uno scudetto, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa europea. Alen Boksic arrivò alla Lazio proprio dal Marsiglia ed è stato uno degli attaccanti più completi che hanno vestito la maglia del club capitolino: ha fatto stropicciare gli occhi dei tifosi a suon di progressioni, giocate, dribbling e numeri di alta scuola. Ha formato con Beppe Signori una coppia esplosiva. Ha vinto uno scudetto e diverse coppe, nonostante la poca freddezza sotto porta. Ancora oggi tifosi e addetti ai lavori sono convinti che, se avesse segnato con maggiore continuità, sarebbe stato uno degli attaccanti più forti del panorama calcistico internazionale. «Ma non è che lo facevo apposta. Evidentemente non ero così bravo a fare gol».

Boksic arriva alla Lazio a novembre del 1993. Cosa ricorda di quella trattativa?

«Lazio e Olympique Marsiglia si erano già accordate: sarei dovuto arrivare a Roma la stagione successiva, ma dopo la squalifica dei francesi in Coppa Intercontinentale, arrivai a Roma in anticipo».

Prima gara in maglia biancoceleste a Napoli. Al termine della sfida Ciro Ferrara, difensore azzurro, dichiara di non aver mai visto un giocatore così forte.

«Anche io non avevo mai visto un difensore così. Era la prima volta che giocavo contro gli stopper italiani e ho imparato a conoscerne l’aggressività. Ci ho rimesso anche un dente per una gomitata di Ferrara, diciamo casuale (ride, ndr.). Niente a che vedere con quello che accade oggi. Adesso ai difensori si chiede di impostare. In quegli anni sapevano difendere».

In panchina trova Dino Zoff.

«Una persona fantastica. Un uomo di calcio meraviglioso e un bravo allenatore. Io da ragazzino guardavo i Mondiali spagnoli e lui era un mito. Arrivo in Italia e me lo ritrovo come mio allenatore. Ero un po’ in soggezione, almeno all’inizio. Ma uno così, con quei valori, non poteva che diventare un grande allenatore».

In attacco gioca al fianco di Beppe Signori.

«In quegli anni Beppe era la Lazio. Tanti si dimenticano di quello che ha fatto: tre volte capocannoniere, facendo sempre più di 20 gol a stagione, che in quel calcio erano tantissimi. Un grande, troppo sottovalutato per me. Un giocatore meraviglioso».

Con Zeman invece come è andata? Molti pensano che lei sia stato ceduto per colpa sua.

«A Roma tante cose si amplificano. Non sono andato via per colpa sua, ma perché mi ha richiesto una big come la Juventus. Sono andato a giocare la Champions League e la Coppa Intercontinentale a Torino. Con Zeman ho avuto un rapporto buono, direi di rispetto reciproco».

Ma che allenatore era Zeman?

«Un innovatore. Aveva una filosofia di calcio che in Italia non si conosceva. Ma chiedeva tanto ai suoi calciatori, soprattutto a livello fisico. Era molto difficile sostenere i suoi allenamenti. Ma praticava un calcio offensivo che faceva divertire la gente. Ricordo la vittoria 8-2 con la Fiorentina e altre goleade inusuali in quegli anni».

Boksic lascia la Lazio, va alla Juventus, ma dopo una stagione torna a Roma. Perché?

«Sempre per lo stesso motivo: ho fatto pochi gol (ride, ndr.). A parte gli scherzi, sono tornato perché mi ha voluto fortemente il presidente Cragnotti. Mi ha richiamato e ci siamo messi d’accordo in cinque minuti».

Cragnotti alla Lazio e Tapie, recentemente scomparso, al Marsiglia. Che presidenti erano?

«Persone, e non me ne voglia nessuno, che nel calcio di oggi non ci sono. Presidenti tifosi che amavano i loro club. E infatti sono quelli che, nella Lazio e nel Marsiglia, hanno ottenuto risultati che nessuno è mai riuscito ad ottenere».

Torna alla Lazio, l’estate del 1997, realizza il suo record di gol in Italia, andando in doppia cifra e la Lazio vince la Coppa Italia, riaprendo la bacheca.

«Un anno importante, peccato che per me non finì bene. Mi infortunai ad aprile, non ho potuto giocare la parte finale della stagione e sono stato un anno fermo. La mia carriera ha subito un brusco stop e il ginocchio da quel momento non è stato più lo stesso. Ho perso il Mondiale, le due finali e l’intera stagione successiva. Per fortuna che Guerino Gottardi, con una partita da fenomeno, ci ha dato la vittoria in Coppa Italia contro il Milan. Mi resta il rammarico di non esserci stato nel momento decisivo».

In due dei quattro derby però c’era.

«E ho fatto due gol. Uno in Coppa Italia e uno in campionato».

Il suo gol più bello?

«Con la Sampdoria all’Olimpico, dopo un’azione personale e un pallonetto da fuori area. Con il portiere Ferron che mi applaudì. Quasi non sembravo io».

Su di lei ci sono tante leggende, che è giusto chiarire. Cominciamo con Dortmund.

«L’ho spiegato mille volte. Avevo una caviglia gonfia, ma sono sceso in campo. All’intervallo ho chiesto un antidolorifico, ma il dottore mi ha detto di evitarlo e che giocando sarei stato meglio. “Se hai dolore la facciamo in un attimo”, mi disse. A un certo punto non ce la facevo più e ho fatto segno alla panchina di preparare la puntura. Purtroppo ci volle un po’ più di tempo e sono rimasto fuori quasi sette minuti. Molti pensano sia una cazzata, ma è andata così».

Lazio-Perugia nell’anno dello scudetto. È vero che si rifiutò di scendere in campo perché la maglia era troppo stretta?

«Questo è vero. Oggi la moda è cambiata e le maglie sono strette, ma all’epoca le divise erano larghe e comode. Per la prima volta in quella gara ci portarono maglie strettissime. L’ho messa e non mi stava per niente bene: così mi sono lamentato. Eriksson mi disse: questa è la maglia. Vuoi giocare? Io stupidamente risposi di no. E mi lasciò fuori».

A fine stagione arrivò lo scudetto.

«Una grande soddisfazione, soprattutto per me che avevo iniziato quel ciclo. Un percorso straordinario. La Lazio iniziò comprando giocatori importanti come Favalli e i tre campioni Under 21, poi ogni anno un pezzo più importante. Nelle ultime due stagioni era diventata una squadra capace di dominare in Italia e in Europa».

Dove avete portato a casa una Supercoppa Europea e una Coppa delle Coppe.

«Feci gol a Mosca in semifinale, dopo un anno che non giocavo. Tornai in campo e segnai, sfruttando un assist fantastico di Mancini di tacco: quello proprio non potevo sbagliarlo».

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