L'intervista impossibile: Eusebio

L'intervista impossibile: Eusebio

Abbiamo immaginato di poter scambiare due chiacchiere con la Pantera Nera, il più grande calciatore portoghese della storia prima dell'avvento di Cristiano Ronaldo

Paolo Valenti/Edipress

2 ottobre

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“Era l'anno dei Mondiali quelli del sessantasei, la regina d'Inghilterra era Pelé”: cantava così Antonello Venditti vent’anni più tardi, dimenticando forse che, in quell’ottava edizione della fase finale del campionato del mondo, più che O Rei fu il portoghese Eusebio il giocatore che riuscì a ritagliarsi lo spazio di protagonista assoluto di quella manifestazione. Grazie alla sua spinta trascinante (concretizzatasi nelle nove reti che gli conferirono il titolo di capocannoniere) i lusitani raggiunsero il terzo posto, miglior prestazione di sempre della nazionale ai Mondiali. Ma Eusebio non si limitò a illuminare i campi inglesi in quell’estate: per 15 anni fu l’uomo simbolo del Benfica, col quale segnò centinaia di reti che portarono la squadra a vincere, tra i vari trofei, una Coppa dei Campioni, 11 campionati portoghesi e 5 coppe nazionali. Un giocatore moderno, un dieci e un nove combinati, capace di partire da dietro, calciare di destro e sinistro e dare la profondità. Un mito della storia del calcio, non solo europeo, che ha dato origine alle frasi ispirate di scrittori come Eduardo Galeano, che per lui vergò queste parole, riportate anche sulla targa che accompagna la statua che lo ritrae nell’atto di calciare davanti allo stadio Da Luz: ”Fu un africano del Mozambico il miglior giocatore di tutta la storia del Portogallo: Eusebio, gambe lunghe, braccia cadenti, sguardo triste”. Anche José Mourinho, in occasione della sua scomparsa (avvenuta il 5 gennaio 2014), volle celebrarne la figura imponente definendolo “un punto di riferimento importante, non tanto per quello che ha fatto nel calcio ma per i valori, per i principi, per i sentimenti che ha trasmesso anche dopo aver chiuso la carriera” e affermando: ”Se Eusebio oggi avesse venti o trenta anni, sarebbe qualcosa di meraviglioso”.

Eusebio, ci racconti come ebbe inizio la sua storia.

«Nacqui in una famiglia povera a Lourenco Marques, in Mozambico, nel gennaio del 1942. So che la stampa riporta che il mio giorno di nascita fu il 25 ma in realtà io stesso non ne ho alcuna certezza: l’anagrafe, a quei tempi, non funzionava benissimo e io sono sempre stato convinto, diversamente da quanto si scrive, di essere nato il 5. Comunque sono dettagli. Quello che ricordo di più è la povertà, la mia famiglia numerosa e il dolore della morte di mio padre quand’ero ancora bambino».

E i primi ricordi di calcio?

«Polverosi. Giocavo nelle spianate spesso a piedi nudi prendendo a calci degli oggetti simili a palloni fatti di calze e carta di giornale. Con i miei amici avevo costituito una squadra che si chiamava I Brasiliani, in onore della nazionale verdeoro. E poi, essendo piuttosto rapido, mi cimentavo anche nelle gare di velocità: 100, 200 e 400 metri. Mi piaceva muovermi: il mio fisico rispondeva bene. Ed era un modo per distrarmi dai problemi».   

Quando cambiò la sua vita?

«Quando Carlos Bauer, un allenatore brasiliano che aveva giocato anche in Nazionale, venne in Mozambico. Andò da un barbiere che gli parlò di me in termini entusiastici. Quando Bauer mi vide giocare, mi segnalò immediatamente a Bela Guttmann, all’epoca allenatore del Benfica. E questo, inizialmente, fu un problema».

Perché?

«Perché io ero tesserato con una squadra affiliata allo Sporting Lisbona».

Non poteva andare a giocare per loro?

«Le proposte che mi avevano fatto erano completamente diverse. Lo Sporting voleva portarmi in Portogallo come un giocatore junior per fare esperienza, oltretutto senza pagarmi. Il Benfica, al contrario, mi proponeva un contratto remunerato: i suoi rappresentanti vennero a parlarne con mia madre e mio fratello. Per convincerli, offrirono un accordo per tre anni. Quando accettarono la richiesta di mio fratello di raddoppiare lo stipendio, mia madre firmò immediatamente. Diciamo che il Benfica ebbe un approccio decisamente migliore».

E quindi volò a Lisbona.

«Sì, ma per via di questa faccenda non potei giocare subito. Il Benfica temeva che lo Sporting mi venisse a prendere, per cui mi nascose in un villaggio di pescatori dell’Algarve fin quando non ebbe la certezza di potermi tesserare».

Quando disputò la prima partita col Benfica?

«Sul finire della stagione 1960-61. La squadra doveva giocare un match di Coppa del Portogallo contro il Vitoria Setubal. Ma proprio il giorno prima aveva disputato e vinto la finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona: era impensabile che i giocatori potessero scendere nuovamente in campo a 24 ore di distanza. Nonostante ciò, la Federazione non aveva voluto spostare la partita col Vitoria Setubal, pertanto dovettero giocare le riserve e io ebbi modo di esordire. Perdemmo 4-1 e venimmo eliminati ma almeno io, oltre a giocare la mia prima partita ufficiale, segnai anche il primo gol della carriera. E, a essere sincero, sbagliai pure un rigore…».

Se vado a leggere le date, passarono solo pochi giorni da quella partita al momento in cui lei finì sulla copertina de L’Èquipe.

«È vero, fu incredibile! Il 15 giugno venimmo invitati a Parigi per giocare contro il Santos di Pelé. Ricordo bene che stavamo perdendo 4-0 quando mister Guttmann decise di farmi entrare. Alla fine perdemmo 6-3 ma io realizzai quei tre gol e mi procurai anche un rigore che venne sbagliato da un compagno. Fu così che andai su L’Èquipe. E, alla fine del 1961, raccolsi anche una preferenza nelle votazioni del Pallone d’Oro».

Ecco, il Pallone d’Oro. Un premio col quale lei instaurò una buona frequentazione...

«Sì, è vero. Sono riuscito a vincerlo nel 1965 mentre sono arrivato secondo nel 1962 e nel 1966. Chissà: se l’Inghilterra quell’anno non avesse vinto i Mondiali, avrei potuto fare il bis. Invece, per un solo voto, vinse Bobby Charlton. Nel 1968 e nel 1973 vinsi anche la Scarpa d’Oro».

A livello internazionale ha avuto due grandi palcoscenici: la Coppa dei Campioni e i Mondiali del 1966. Da quale vuole cominciare?

«Dalla Coppa dei Campioni: innanzitutto perché l’abbiamo vinta. E poi perché ho avuto la possibilità di giocarla più volte. La prima finale che ho disputato col mio Benfica nel 1962 è quella che ricordo con più piacere: perché vincemmo e perché lo facemmo contro il grande Real di Gento, Di Stefano e Puskas, che quella sera fece tre reti. Io riuscii a essere decisivo segnando il rigore che ci portò sul 4-3 e chiudendo la partita col quinto gol. Fu bellissimo, un’emozione incredibile: a soli vent’anni avevo appena vinto la Coppa dei Campioni!».

Perché la soprannominarono la Pantera Nera?

«Perché ero agile, potente e veloce allo stesso tempo. E sotto porta sapevo graffiare».

Torniamo alla Coppa dei Campioni: le altre partecipazioni andarono meno bene.

«Purtroppo è così. Nel 1963 giocammo nuovamente la finale, questa volta a Wembley contro il Milan. Dopo venti minuti faccio gol ma poi nella ripresa il Milan ribalta la situazione con una doppietta di Altafini e ci batte. Nel 1965 andiamo in finale a Milano contro l’Inter ma perdiamo ancora. E nel 1968 ci castiga lo United di Best: forse delle finali perse è quella che ricordo con più dispiacere perché, a pochi minuti dal 90', Stepney (il portiere del Manchester United, ndr) fece una gran parata su una mia conclusione che permise ai suoi di andare ai supplementari. Mi complimentai con lui perché compì davvero una prodezza decisiva. Evidentemente l’Italia e l’Inghilterra non mi hanno mai portato molta fortuna».

Sbaglio o ci fu anche la possibilità che lei venisse a giocare in Italia?

«Sì, ci fu questa possibilità perché un allenatore italiano che per qualche tempo venne ad allenare in Mozambico, Ugo Amoretti, mi segnalò a varie squadre, tra le quali la Juventus. Ma alla fine non se ne fece nulla».

Fu l’unica volta in cui fu vicino ad approdare nel nostro Paese?

«No, a dire il vero ci fu un secondo momento nel quale ero pronto per venire da voi: nel 1966 dovevo andare all’Inter. Col presidente Moratti, in primavera, avevamo trovato un accordo che avremmo formalizzato dopo i Mondiali. Ma poi, per l’Italia, le cose andarono come sapete e la Federazione decise di chiudere le frontiere. Maledissi i nordcoreani, dimenticai quel contratto e rimasi al Benfica».    

Destini sempre divergenti con l’Italia: i Mondiali del 1966 per noi furono disastrosi mentre per lei e il Portogallo andarono alla grande.

«È vero. Anche se pure la mia nazionale stava per uscire dalla competizione per colpa della Corea del Nord. Incredibile a pensarci adesso, soprattutto considerando che avevamo battuto il Brasile di Pelécampione in carica: 3-1 per noi con una mia doppietta. Fantastico! Forse non avemmo l’approccio giusto alla partita coi coreani, magari ci sentivamo di non doverci sforzare troppo. Fatto sta che dopo 25 minuti loro erano avanti per 3-0. Decisi che dovevo fare qualcosa: non potevamo uscire con la Corea dopo aver sconfitto il Brasile. Cominciai a correre su tutti i palloni, a puntare la porta, a tirare ogni volta che mi era possibile: ribaltai il risultato con quattro gol e, alla fine, vincemmo 5-3. La gente andò in visibilio, i giornali arrivarono a dire che io fossi meglio di Pelé che, poveretto, in quel Mondiale venne massacrato dai difensori. A quel punto tornò in gioco la mia sfortuna contro gli inglesi».

Cosa successe?

«In semifinale dovevamo giocare a Liverpool, dove già alloggiavamo, contro l’Inghilterra ma all’ultimo momento venne deciso che la nostra partita, quella più attraente (l’altra era Germania Ovest-Unione Sovietica), dovesse essere giocata in uno stadio più grande, Wembley, per poter aumentare le entrate e la capienza di pubblico. Fummo così costretti a fare un lungo viaggio in pullman e a non poterci allenare e riposare come avevamo programmato. E, alla fine, perdemmo 2-1. Fu una grande delusione anche se alla fine, arrivando terzi, raggiungemmo il miglior risultato ai Mondiali mai ottenuto dal Portogallo e io vinsi la classifica dei cannonieri».

Il calcio, oggi, è molto diverso da quello nel quale lei fu protagonista. Cosa pensa a riguardo?

«Nel periodo in cui giocavo c’erano grandissimi campioni: Di Stefano, Gento, Puskas, Garrincha, Rivera solo per citarne alcuni. Il calcio è sempre quello e, da che mondo è mondo, lo fanno i calciatori. Uno come Pelé farebbe oggi quello che ha fatto fino al ’70. Idem Di Stefano, che per me resta il più grande, il più completo. Oggi mi pare che ci siano molti meno campioni in giro e forse è anche per questo che si tende a privilegiare il gioco collettivo. Ma i paragoni con me e i miei tempi, alla fine, non hanno senso, non aiutano a guardare avanti».   

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