Lazio-Lokomotiv Mosca: Pancaro ricorda l'impresa in Coppa delle Coppe

Lazio-Lokomotiv Mosca: Pancaro ricorda l'impresa in Coppa delle Coppe

L'ex terzino biancoceleste ripercorre la semifinale contro i russi e l'esaltante cammino nella competizione europea

Paolo Colantoni/Edipress

30 settembre

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«Giocare contro la Lokomotiv Mosca non fu affatto semplice. Né all'andata, né al ritorno. Erano una squadra forte, ben organizzata e abituata a vincere. Noi soffrimmo molto, ma alla fine riuscimmo a passare il turno e ad arrivare in finale di Coppa delle Coppe». Giuseppe Pancaro era una delle colonne della difesa biancoceleste nel triennio più esaltante e felice della storia della Lazio. Una squadra che, con Sven-Göran Eriksson in panchina, vinse uno scudetto, una Supercoppa Europea, la Coppa delle Coppe, due Coppe Italia e due Supercoppe italiane e arrivò in finale di Coppa Uefa. «Per me eliminare la Lokomotiv e approdare in finale fu una piccola rivincita per la Coppa Uefa della stagione precedente. Arrivammo alla finalissima con l'Inter in grandissima emergenza. Al termine della stagione e decimati da tanti infortuni. Anche io ero fuori e non ho potuto aiutare i miei compagni contro i nerazzurri. Eliminando i russi della Lokomotiv Mosca mi sono guadagnato la possibilità di giocare la mia prima finale europea. Che poi vincemmo».

La sfida però fu più difficile del previsto.

 

«Ricordo che passammo il turno attraverso due pareggi: 1-1 in Russia e 0-0 allo Stadio Olimpico. Gare tiratissime e molto equilibrate. Nonostante noi fossimo superiori a livello tecnico, loro ci misero molto in difficoltà. Ci resero la vita difficile. Ricordo che in Russia c'era un ambiente molto caldo e loro sfruttarono la loro abitudine a giocare gare di un certo livello. Avevano una mentalità vincente frutto di tanti successi nel campionato russo. All'Olimpico fu diverso, ma altrettanto complicato».

La sfida di ritorno disputata allo Stadio Olimpico fu caratterizzata da poche occasioni da gol. Colpa della posta in palio che bloccò mentalmente le due squadre o frutto di una gara arrivata al termine di una stagione molto dispendiosa?

 

«Non credo che la stanchezza abbia influito. Noi facemmo un ottimo finale di stagione e arrivammo a giocarci i nostri obiettivi fino all'ultimo, inanellando anche una serie di vittorie consecutive. Eravamo molto forti, una specie di macchina da guerra. Le poche occasioni e il risultato di 0-0 furono la conseguenza fisiologica di una semifinale. Giocare partite con una posta in palio così alta possono anche bloccarti. E poi non dobbiamo dimenticarci che eravamo anche in corsa per lo scudetto».

La semifinale di ritorno contro la Lokomotiv Mosca arrivò nel momento decisivo del campionato, dopo la sconfitta casalinga contro la Juventus e con il Milan a meno uno, a cinque turni dalla fine.

 

«Non mollammo nulla. Il nostro obiettivo principale era vincere lo scudetto, tant'è vero che, soprattutto nella gara d'andata Eriksson fece un po' di turnover, ma una semifinale era una gara troppo importante. E infatti ci permise di raggiungere la finale di Birmingham».

Come preparò Eriksson quella partita? Cosa vi disse?

 

«Il mister la preparò con naturalezza, come sempre. Era consapevole di avere tra le mani una squadra forte, sia a livello tecnico che in personalità. E sapeva come farci arrivare ad appuntamenti di questo tipo senza troppe pressioni».

La forza di quella squadra era la coppia d'attacco formata da Salas e Vieri. Molti tifosi ancora oggi pensano sia stata la coppia offensiva meglio assortita della storia biancoceleste.

 

«E hanno ragione. Si completavano a meraviglia. E facevano parte di una squadra eccezionale. Penso a Boksic, che se era in giornata era imprendibile. Fu lui a segnare il gol del pareggio nella gara d'andata contro la Lokomotiv. L'azione la iniziai io, con un lancio per lui. Alen la spizzò per Stankovic, che servì Mancini, che con un assist mise Boksic davanti al portiere. Fu un gol importante che festeggiò a lungo. Un gol che ci spalancò le porte della finale».

Tra le mosse di Eriksson di quella stagione ci fu l'arretramento di Mancini a centrocampo.

 

«Solo un visionario come Eriksson poteva inventarsi una cosa del genere. Fu una mossa che gli permise di confermare la coppia d'attacco e di lasciare un genio come Mancini in campo. Eriksson non si privava mai dei giocatori di maggior spessore. Davanti agli schemi e ai sistemi di gioco, metteva sempre i calciatori. Sceglieva il modulo in base agli undici che gli davano maggiori garanzie. Fu un precursore».

Vieri-Salas coppia eccezionale, che ha saputo sfruttare anche gli assist di Giuseppe Pancaro.

 

«Soprattutto con Vieri si era creato un bel feeling. Gli ho servito tanti palloni che lui ha trasformato in gol. Ci frequentavamo anche fuori dal campo e tra di noi c'era una bella intesa».

 

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