L'intervista impossibile: Santiago Bernabeu

L'intervista impossibile: Santiago Bernabeu

Torna l'appuntamento con la nostra rubrica in cui immaginiamo di intervistare i grandi uomini di sport che non ci sono più. Con l'inizio della Champions League, "scambiamo due chiacchiere" con uno degli ideatori della competizione

Paolo Valenti/Edipress

14 settembre

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“Mio padre è più madridista di Santiago Bernabeu”: in Spagna è la frase che certifica in termini assoluti il senso di appartenenza e il tifo per il Real Madrid, la squadra più amata e potente della penisola iberica e oggi brand internazionale con la vocazione ineluttabile all’estetica del successo. Un’eredità raccolta dall’instancabile lavoro svolto per una vita intera da Santiago Bernabeu, che per le Merengues è stato tutto: calciatore, capitano, tecnico ma, soprattutto, presidente. Il più grande di tutti (con buona pace di Florentino Perez), colui che seppe dare, a partire dalla metà del secolo scorso, l’impronta alla squadra che oggi tutti conoscono. Laureato in legge senza mai esercitare la professione di avvocato, sotto la sua presidenza, durata ininterrottamente per 35 anni (dal 1943 al giorno del decesso, avvenuto nel 1978), i Blancos vinsero 16 campionati nazionali, 6 Coppe del Re, 6 Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Un visionario (fu tra coloro che sostennero la nascita della Coppa dei Campioni) che seppe costruire la potenza del Real Madrid partendo dal momento più buio di tutta la sua storia, quando correva addirittura il rischio di scomparire. Il giorno della sua morte, il 2 giugno 1978, era in corso di svolgimento il mondiale in Argentina e la FIFA, per onorarlo, decretò tre giorni di lutto. Abbiamo immaginato di chiedere a lui di raccontare le vicende di due esistenze, quella personale e quella del club, che sono andate a sovrapporsi quasi sempre alla perfezione.

Salve Presidente, vuole raccontarci come iniziò la sua storia col Real Madrid?
«Io sono nato ad Almansa, un paese della provincia di Albacete, nel 1895. La mia famiglia si trasferì a Madrid qualche anno più tardi e nel Real cominciai a frequentare le giovanili nel 1909: avevo 14 anni. Se vuole ho anche un aneddoto che la può interessare visto che lei è italiano».

Dica pure.
«Sempre in quell’anno uno dei miei fratelli, Antonio, si ritrovò in mezzo al gruppo dei fondatori del Bologna: studiava in città nel Collegio di Spagna e si divertiva a giocare a calcio. In patria tornò nel 1912, l’anno nel quale io esordii in prima squadra. Da quel momento in poi la camiseta blanca fu la mia seconda pelle per tutta la vita».

Le cronache, però, raccontano anche di un suo tradimento piuttosto grave…
«È vero: nel 1920 sono stato nelle file dell’Atletico Madrid. Ero legato da un’amicizia con il presidente Julian Ruete, peraltro ex calciatore nonché ex socio del Real. Non fu un’esperienza significativa».

Quando smise di giocare?
«Nel 1927. Avevo 32 anni e all’epoca erano tanti. Ma continuai a rimanere nei ranghi del Real con ruoli direttivi fino allo scoppio della guerra civile, alla quale partecipai anche io. Quando finì, nel 1939, la società era completamente disgregata: l’Atletico era la squadra più in voga e io feci molta fatica a rimettere in piedi la struttura dirigenziale e a reperire i giocatori».

Quando cominciò la sua presidenza?
«Nel 1943. La nomina fu la conseguenza di un episodio spiacevole: le violenze perpetrate dai tifosi dopo una vittoria del Real sul Barcellona in seguito alle quali il governo impose ai presidenti di entrambi i club di dimettersi. Da quel momento, fino al 1978, fui il numero uno del Real Madrid: un onore, un onere e un privilegio che ho sempre cercato di gestire al meglio delle mie capacità. La maglia del Real Madrid è bianca: può essere macchiata di fango, di sudore e persino di sangue. Ma mai di vergogna. Questo è sempre stato il monito che ho seguito mettendomi al suo servizio».

È vero che il suo Real era la squadra del regime?
«Questa affermazione mi fa venire voglia di ca**** sul padre di chi lo dice. La squadra del regime fu sempre l'Atletico. Quando la guerra finì, lo provano i documenti, i loro dirigenti erano tutti colonnelli. Il Real Madrid è popolare tra la gente, è la squadra del popolo. L’Atletico sta lì perché ci deve essere un po' di tutto nel calcio come nella vita».

Su di lei girava anche la voce che non amasse molto la Catalogna…
«Chi dice che non ho amato la Catalogna si sbaglia. L’ho amata molto, nonostante i catalani… Una persona che ho ammirato veramente è stato Vilà Reyes: solo per presiedere un club della Catalogna che si chiama Español, meritava tutto il mio rispetto! Insomma, i castigliani sono storicamente gli spagnoli più completi. La lingua castigliana si è diffusa in tutto il mondo e ha dato vita a idee che hanno reso grande la Spagna. E mi dispiace per i catalani, come per i galiziani e i baschi, ma i castigliani sono sempre stati più intelligenti di tutti».

Molti sostengono che lei sia stato un visionario.
«È un giudizio che devono dare gli altri. Io le azioni che ho intrapreso nella mia attività di presidente le ho perseguite inseguendo l’obiettivo di rendere il Real sempre più forte. Per farlo ho lavorato su tre fattori decisivi: le persone, le strutture e la ricerca dello spettacolo».

Può entrare più nel dettaglio?
«Accingendomi alla ricostruzione della società dopo la guerra civile, cominciai dalle strutture organizzative interne, mettendo le persone migliori al posto giusto. Le volevo ambiziose, che pensassero in grande. Poi ho fatto costruire lo stadio: la squadra, per raggiungere i massimi livelli di competitività, deve avere una sua casa. E i giocatori devono potersi preparare in un centro apposito: per questo ritenni necessaria la Ciudad Deportiva, per dare agli atleti un posto dove si potessero solo allenare. Un luogo diverso dallo stadio dove si giocano le partite ufficiali: quello deve essere il salotto buono, dove si ricevono gli ospiti e poi si dà spettacolo per il pubblico. Dare spettacolo è fondamentale: il calcio è il principale veicolo di divertimento collettivo a livello mondiale. Ecco perché sostenni con forza anche la nascita della Coppa dei Campioni: una competizione tra le migliori squadre d’Europa era un’opportunità di spettacolo che andava necessariamente organizzata».

È per questo che il suo Real divenne una parata di stelle?
«Io mi vanto di aver imposto per primo questa linea guida nella cultura del club. Il Real Madrid era un insieme di campioni ai miei tempi, lo è oggi e lo sarà domani. I migliori giocatori del mondo devono indossare la camiseta blanca. Io ho voluto Di Stefano, Kopa, Puskas, Gento, Amancio, Pirri. Oggi è giusto che il Real ambisca a Mbappè».

Pensa che sia meglio puntare sui calciatori giovani?
«Non ne faccio una questione di giocatori giovani o vecchi. Ci sono calciatori bravi e scadenti. Questa è l’unica cosa da valutare».

Lei che rapporto aveva con loro?
«Essendo stato anche io un calciatore, non mi sentivo in imbarazzo a trattarli con confidenza: conoscevo le difficoltà che incontravano, i loro difetti, la loro mentalità. Essendo più anziano, li consideravo come dei figli: questo significa che spesso ero anche severo, pronto a ricordargli la responsabilità che significa vestire la maglia del Real. Essendomi guadagnato tutto ciò che ho avuto solo grazie al mio lavoro, ho sempre avuto la piena libertà di dire quello che pensavo, anche coi giocatori».

Cosa amava oltre al calcio?
«La musica. E il mare, la spinta che ti dà a guardare oltre l’orizzonte».

La sua è stata una vita piena. Le è rimasto qualche rammarico?
«Quello che dissi a mia moglie poco prima di morire: avrei voluto vincere la settima Coppa dei Campioni».

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