Il cuoio

El Pibe Valderrama, un inimitabile genio per la Colombia

Nato a Santa Marta il 2 settembre 1961, è il calciatore andino più amato di sempre grazie agli assist geniali e al look stravagante

Chi pensa che l’Olimpo del calcio sia destinato solo a chi porta in dote titoli, chi afferma che senza vittorie si finisca presto nel dimenticatoio, compie un grave errore. Tra i tanti esempi che smentiscono questa teoria se ne trova uno lampante, o sarebbe più corretto dire luccicante, come la sua chioma leggendaria, forse anche più dei suoi piedi vellutati. Sembra che giochi scalzo Carlos Alberto Valderrama Palacio, conosciuto come El Pibe Valderrama, semplicemente uno dei numeri 10 più iconici della storia del calcio, sicuramente il più amato calciatore colombiano di tutti i tempi, un uomo che nel Paese andino viene idolatrato come un Dio.

Icona di un calcio che non esiste più

 

Raffigurazione emblematica di una nostalgia mai così attuale: sono pochi i calciatori di quegli anni a simboleggiare in egual modo nei ricordi globali, a essere presenti allo stesso livello di Valderrama in murales, immagini, videogiochi, t-shirt, gadget e quant’altro… forse solo Diego Maradona, il più grande di tutti, supera a livello iconico il Pibe colombiano. In Sudamerica certamente, ma anche in Europa, nonostante ci sia transitato in punta di piedi per vestire le maglie di due club sicuramente non tra i più blasonati: Montpellier in Ligue 1 e Real Valladolid ne La Liga. Tutti conoscono Valderramma, anche i Millenials, ne siamo certi. Se non lo conoscono avranno visto almeno una volta una sua istantanea che, sicuramente, avranno zoomato con lo smartphone… probabilmente è proprio il suo look unico e stravagante – folta chioma bionda, voluminosi baffi neri, sempre ornato da orecchini, collanine e braccialetti colorati – ad aver attratto la scia di attenzione e curiosità che si porterà dietro per sempre. Il “Gullit Biondo”, icona pop di un calcio che non esiste più. Una figura leggendaria. Chi non ha mai sentito o pronunciato la frase rivolta a qualcuno che si è dimenticato di pettinarsi, o magari è contraddistinto da una chioma crespa, arricciata, ondulata: “Ma chi sei Valderrama?”.

Come giocava El Pibe Valderrama

 

Ma come giocava El Pibe? Come scritto qualche riga sopra, giocava a piedi scalzi. Una lentezza imbarazzante, colmata da una velocità di pensiero unica. Nonostante i capelli che gli battevano sulla fronte e sulle guance, il colombiano vedeva corridoi inimmaginabili per i comuni mortali. Una divinità nel fornire assist per i compagni. In fase difensiva le squadre in cui ha militato giocavano con un uomo in meno, ma quando riceveva palla diventava il nemico pubblico numero uno: “Un mago dell'intelligenza, che conosce la posizione dei suoi compagni quasi senza guardarli e che gli consegna il pallone come se lo facesse con le mani”. Bastano queste parole di un’istituzione del calcio sudamericano, allenatore della prima Argentina campione del mondo come Cesar Luis Menotti, per descrivere il gioco del 10 colombiano. Non sembrava quasi tenersi in equilibrio, quando difendeva la sfera chiuso nelle gabbie avversarie in ogni momento dava l’impressione di poterla perdere: “Il colombiano Carlos Valderrama ha i piedi storti, e la stortura gli serve per nascondere meglio il pallone”; disse lo scrittore uruguagio Eduardo Galeano. Ma Valderrama usciva sempre da quelle gabbie, e non importa se gli occhi guardassero il pallone o il campo aperto: i suoi compagni dovevano solo buttarsi dentro, nello spazio, al resto ci pensava lui.

Le vittorie in patria e la maglia Cafeteros

 

Il suo modo di interpretare il calcio ha fatto innamorare generazioni di bambini colombiani, cresciuti tra l’ammirazione della selezione Cafeteros da lui capitanata e la difficile situazione che il Paese viveva in quegli anni, con guerriglie urbane e narcotrafficanti a farla da padroni. Ha vestito svariate maglie in patria vincendo due campionati con l’Atletico Junior (1993 e 1995) ed è stato uno dei pionieri in MLS, la lega americana che nacque nel 1996, nella quale militò fino al 2002, quando appese gli scarpini al chiodo alla veneranda età di 42 anni. L’altro titolo che figura nella sua bacheca lo vinse proprio in Europa: una Coppa di Francia con il Montpellier nel 1990. Il ’90 è anche l’anno in cui abbiamo potuto ammirarlo nel nostro Paese durante i Mondiali. Debutto con tanto di gol (non segnava molto) nel 2-0 agli Emirati Arabi Uniti del Dall’Ara, per poi uscire agli ottavi contro il Camerun. Suicida fu il dribbling tentato dall’altro capellone Higuita su Roger Milla, che ringraziò il portiere e siglò il 2-0. A nulla servì il solito assist del Diez per il 2-1 di Redin (tutto questo durante i tempi supplementari). Con i Cafeteros ha scritto le pagine più importanti della sua carriera: tre Mondiali disputati (Italia ’90, Usa ’94 e Francia ’98), altrettanti bronzi in Copa America (Argentina 1987, Ecuador 1993 e Uruguay 1995) e un record di presenze (111) strappato solo recentemente dal portiere del Napoli David Ospina.