L'intervista impossibile: Pietro Mennea

L'intervista impossibile: Pietro Mennea

Torna la nostra rubrica in cui immaginiamo di poter intervistare i campioni del passato che non ci sono più. Il protagonista di questo appuntamento è la "Freccia del Sud", uno dei più grandi atleti italiani di sempre

Paolo Valenti/Edipress

7 agosto

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In tempo di Olimpiadi è impossibile non pensare a intervistare ancora uno degli atleti che, più di altri, della massima manifestazione sportiva mondiale ha fatto un simbolo della sua carriera. Stiamo parlando di Pietro Mennea, ribattezzato la Freccia del Sud, che, tra il 1972 e il 1988, ha partecipato a ben cinque Olimpiadi nelle quali ha dato al mondo l’immagine di un italiano per molti versi atipico, lontano dallo stereotipo del latin lover dedito più ai piaceri che sa offrire la nostra terra che ai doveri che impone la ricerca dell’affermazione professionale e del successo. Oro olimpico a Mosca nel 1980, detentore del record del mondo sui 200 metri dal 1979 al 1996 (record che resiste tutt’oggi come miglior tempo assoluto in ambito europeo), Mennea è stato l’emblema della passione incondizionata, quasi ascetica, per l’atletica e per l’allenamento che si rende necessario per ottenere risultati di livello assoluto. Immaginiamo di conversarci oggi per riproporre i principi sui quali ha impostato la sua vita anche al di fuori della pista sulla quale ha bruciato decine di avversari.    

Ciao Pietro, quando capisti che la velocità avrebbe fatto sempre parte della tua vita?
«Devo dire che già da ragazzino avevo compreso di avere delle qualità fuori dalla media. E lo avevano intuito anche i miei amici, i miei compagni, chi mi conosceva. A volte mi chiamavano addirittura a tarda sera per chiedermi di raggiungerli sul viale di Barletta per sfidare le macchine di grossa cilindrata sui 50 metri. Alle undici, a mezzanotte: ”Vieni, è arrivata una Porsche da Brescia, ti vuole sfidare”. Io magari stavo già dormendo, avevo un’interrogazione il giorno dopo. Ma andavo lo stesso e vincevo: mi premiavano con 500 lire. Il confronto coi motori l’ho sempre sostenuto: quando mi allenavo con Vittori lui si metteva in Vespa e io lo inseguivo. Quando gli saltava la marcia lo superavo anche…»

Già, Vittori: un rapporto controverso il vostro.
«Eravamo due personalità spiccate, due uomini che amavano il loro lavoro, con le proprie idee: ambiziosi, orgogliosi, spigolosi. Soprattutto persone di poche parole. Quand’è così è inevitabile che si abbiano degli attriti. Però il nostro è stato un rapporto proficuo, che ha portato risultati incredibili, raggiunti proprio grazie all’interpretazione simile che avevamo della nostra professione: dare il massimo fino allo sfinimento. Lui diceva di aver inventato i metodi di allenamento che mi hanno fatto progredire: ma se non c’erano il mio cervello, il mio carattere, le mie gambe, certi risultati non sarebbero mai arrivati».

Com’erano i tuoi allenamenti?
«Lavoravo tanto. Una volta partecipai a un convegno scientifico dove feci vedere come mi allenavo: rimasero tutti impressionati, qualcuno addirittura sosteneva che allenandosi in quel modo si poteva morire. Io gli dissi che ero assolutamente vivo e continuavo a gestirmi in quel modo. Un’altra volta feci vedere a Steve Williams il mio programma di allenamento. Lui ci dette un’occhiata e poi commentò: ”Mi sembra perfetto da distribuire lungo l’arco della settimana”. Gli risposi: ”Steve, guarda che io questi carichi li faccio in un giorno…”».

Quanto ti allenavi mediamente?
«5-6 ore al giorno per 350 giorni l’anno. La fatica non mi ha mai spaventato, anzi: se avessi potuto tornare indietro mi sarei allenato anche 8 ore, magari di più: perché quello è il segreto per ottenere il massimo».

Perché amavi così tanto la fatica?
«Perché senza lavorare duramente non si arriva da nessuna parte, in nessun campo della vita, che sia lo sport o un lavoro “normale”. La fatica è una strada senza scorciatoie ma, se la segui, hai la certezza di raggiungere un risultato prima o poi. Per non parlare della longevità agonistica che mi ha concesso: mai avuto uno strappo muscolare, mai saltato un evento importante».

Per sostenere quei ritmi che tipo di alimentazione seguivi?
«Quando feci il record italiano allievi a Salerno nel 1969, a mezzogiorno avevo mandato giù tre piatti di pasta al forno! Quando ho fatto il record di 19’’72 a Città del Messico, per venti giorni mangiai solo pasta al pomodoro, parmigiano, carne e acqua minerale. Due episodi che raccontai una volta a un convegno di nutrizionisti dello sport che, dopo avermi accolto con tutti gli onori, dopo il mio intervento non mi salutavano più… Puoi seguire la migliore dieta del mondo ma se non hai qualcosa dentro non ottieni i risultati che ho avuto io».

Perché nello sport moderno, nell’atletica in particolare, si è fatto spesso ricorso al doping?
«Posso dare un punto di vista da osservatore esterno perché il mio unico doping erano gli allenamenti che cambiavano in continuazione. Ripeto: se oggi mettessi su internet una delle mie sedute la gente si spaventerebbe. Credo che sia un discorso legato ai valori: oggi lo sport guarda soprattutto allo spettacolo, all’incremento dei fatturati. Ma se non accompagniamo questo processo con l’attenzione ai valori giusti, non c’è crescita né innovazione. Senza la loro presenza, tutto il mondo dello sport cade. La sua essenza è vincere nel rispetto delle regole: se non si applica questo principio fondamentale si è poi è destinati a crollare, a venire meno sia come singoli che come movimento. Il doping è una scorciatoia per arrivare prima e con meno fatica a un risultato che spesso va oltre il potenziale del fisico umano. Concettualmente è l’antitesi dello sport».

Un messaggio rivolto soprattutto ai giovani?
«Certamente, perché i giovani sono il futuro della società e quindi la speranza di un mondo migliore. Loro, che sono l’elemento costitutivo principale di ogni attività agonistica, devono essere convinti che, nella vita come nello sport, non bisogna essere perfetti ma, più semplicemente, dare il meglio di se stessi attraverso l’onestà, il lavoro e il rispetto della verità».

Dietro al ricorso alle pratiche del doping può esserci anche la paura, il rifiuto di fallire?
«L’interpretazione che si dà al fallimento, inteso come non raggiungimento di un obiettivo, è molto negativa e sbagliata: il fallimento è un’esperienza dalla quale bisogna trarre elementi positivi. Ricordo ancora la mia partecipazione alle Olimpiadi di Montreal nel 1976: l’anno prima, tra Giochi del Mediterraneo e Universiadi, avevo vinto quattro ori e un argento. Ovvio che mi approcciassi all’Olimpiade con l’aspettativa di salire sul podio, che peraltro avevo già raggiunto con un bronzo nei 200 metri a Monaco nel 1972. Purtroppo, invece, arrivai quarto nei 200 e sesto con la staffetta 4x100. Io considerai un fallimento quei risultati ma in quel fallimento riuscii a trovare la forza, la rabbia e l’energia per ottenere i migliori frutti della mia carriera nel quadriennio successivo, che mi portò ai due ori europei del 1978 (100 e 200 metri, ndr), al record di Città del Messico e alla vittoria di Mosca sui 200 nel 1980. Esempio migliore di come vada vissuto un fallimento non potrei dartelo: deve essere un passaggio di crescita».  

Vorrei chiudere con una domanda che ti avvicina allo sport italiano più popolare, il calcio: è vero che sei stato un idolo di Josè Mourinho?
«Penso di sì (sorride, ndr). Un giorno mi telefonò e mi disse: ”Sono José e sono cresciuto ammirandoti. E sai perché? Nel ’74, quando tu hai vinto i 200 agli Europei, i miei mi regalarono un libro su di te”. Da quella telefonata nacque un bel rapporto, tanto che qualcuno ha anche sostenuto che io sia stato l’unico vero amico che lui abbia avuto qui in Italia. E’ uno che studia e lavora molto. In questo ci siamo assomigliati».

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