Il cuoio

Stefano Fiore ricorda l'Europeo del 2000

L'ex centrocampista ripercorre la sua avventura in Nazionale durante il torneo di Belgio e Olanda perso contro la Francia con il golden gol di Trezeguet

Un Europeo per emergere, farsi largo nel calcio italiano e stupire. La favola azzurra di Stefano Fiore ha avuto il suo massimo splendore nel torneo continentale del 2000, quando riuscì a ritagliarsi un ruolo inatteso in una delle nazionali più forti e competitive. Lui che alle spalle aveva solo 4 presenze in maglia azzurra e che era reduce da esperienze a Parma e Udine, riuscì a diventare il fulcro di un’Italia bella e propositiva, che arrivò a pochi secondi dal trionfo europeo, fermata solo dal golden gol di Trezeguet nella finalissima. Fiore fu la grande scommessa di Dino Zoff, che cucì il gioco della sua Nazionale sulle sue qualità: ha segnato un gol, si è messo in evidenza a suon di ottime prestazioni e divenne insostituibile. «Quel campionato europeo è stato il momento più alto della mia carriera in azzurro. Non lo dimenticherò mai. In seguito ho avuto la fortuna di giocarne anche un altro, ma quello fu il primo, indimenticabile. Un’esperienza unica». 

Quanto è stato importante Dino Zoff per la tua esplosione?

«È stato fondamentale. Ha avuto il coraggio di affidarmi una maglia da titolare e darmi fiducia in quella Nazionale, composta da grandi campioni e soprattutto da ottimi centrocampisti, non fu affatto facile». 

Mezzala, trequartista, esterno o mezzapunta, nella tua carriera hai ricoperto tutti i ruoli dal centrocampo in su. In quell’Europeo dove ti ha schierato Zoff?

«Giocavamo con il 3-5-2 e io facevo parte del terzetto di centrocampo. Insieme a me c’erano Albertini e Conte. Demetrio era il geometra della squadra, io e Conte gli incursori, ognuno con le proprie caratteristiche. Io ero certamente quello offensivo, una sorta di mezzapunta. Poi dopo l’infortunio di Antonio, nei quarti di finale, toccò a Di Biagio».

Altro passaggio chiave, i quarti di finale contro la Romania.

«Siamo partiti tra le critiche, a fari spenti, poi una volta passato il girone tutti si accorsero di noi. Con la Romania fu probabilmente la partita perfetta, che certificò le nostre ambizioni». 

Partiamo dall’esordio contro la Turchia.

«L’Europeo sembrava non partire sotto i migliori auspici. C’era tanto scetticismo intorno a noi, come del resto accade sempre quando l’Italia parte per una nuova avventura. Ma sin da quel giorno si iniziarono a capire le nostre intenzioni e il valore di quella Nazionale. Per me fu una grande emozione: iniziare a giocare un Europeo da titolare era il massimo. Fino a poco tempo prima era impensabile». 

Il 14 giugno contro il Belgio arriva anche il tuo primo gol.

«Eravamo fuori casa a Bruxelles, avevamo tutto il pubblico contro. Fu una serata memorabile: se l’esordio non si scorda, figurati il primo gol. E poi penso di avere un piccolo record. Sono uno dei pochi giocatori ad aver chiuso uno-due con Inzaghi. Sono partito da centrocampo, gli passai la palla e lui me la ridiede. Un evento unico. A parte gli scherzi, dopo quello scambio tirai da fuori area a giro e feci gol. Lo ricordo come se fosse ieri».

La semifinale contro l’Olanda. 

«Una gara storica, epica. Giocammo ad Amsterdam in uno stadio completamente arancione. Era difficile sin dall’inizio, poi dopo l’espulsione di Zambrotta diventò quasi un’impresa impossibile. Io, ma non credo che sia stato l’unico, ero convinto che saremmo crollati. Ma non fu così. Vincere in quel modo, ai rigori, fu incredibile». 

Se pensi alla finale contro la Francia, qual è il primo pensiero che ti viene in mente?

«Che il calcio a volte ti dà e a volte ti toglie. Mentre in semifinale tutto andò per il verso giusto, con la Francia accadde il contrario. Toldo, che era stato il protagonista di tutto l’Europeo prese gol sotto la pancia. Io ero stato sostituito ed ero in panchina, abbracciato ai miei compagni e pronto ad entrare in campo. Ormai avevamo vinto, ma purtroppo il finale fu diverso. Beffardo».