L'intervista impossibile: Pietro Anastasi

L'intervista impossibile: Pietro Anastasi

Abbiamo immaginato di incontrare un grande bomber degli anni '70: vinse uno storico Europeo con l'Italia, tre scudetti e una Coppa Italia con la Juve 

Paolo Valenti/Edipress

4 giugno

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Il 10 giugno 1968 toccò a lui mettere la parola fine a una disputa che si protraeva con ansia da più di due giorni. Roma, stadio Olimpico, seconda finale della terza edizione del Campionato Europeo: al 31° minuto, raccolta palla al limite dell’area, con un gesto istintivo e, al tempo stesso, risolutivo, Pietro Anastasi alza la sfera, fa perno sul piede d’appoggio e gira in rete un pallone che allontana dal cielo ormai blu e dai pensieri degli italiani le ombre cupe che a lungo erano aleggiate sulle loro aspirazioni di vittoria. La Jugoslavia veniva spazzata via dopo il problematico 1-1 di quarantotto ore prima da un ragazzo del Sud che divenne l’emblema dei flussi migratori che negli anni Sessanta, sull’onda del boom economico, spingevano centinaia di migliaia di lavoratori dalle regioni della bassa Italia verso le fabbriche di Milano e Torino. Anastasi, per tanti giovani, rappresentò la possibilità di affermarsi dove spesso il pregiudizio rendeva più difficile sopportare la lontananza dai propri luoghi natii. In questa intervista, seppur immaginata, emergono i tratti salienti di un protagonista assoluto del calcio italiano del secondo dopoguerra, soprattutto con la maglia a lui sempre cara della Juventus.

Pietro, tu hai saputo ispirare le penne migliori del giornalismo italiano: tra gli altri, Giovanni Arpino, Vladimiro Caminiti e Darwin Pastorin hanno scritto di te con toni talvolta incantati. Come mai?

«Ma proprio non lo so, credimi! Penso che siano stati i miei gol e i miei successi ad affascinare chi ha scritto di me. O forse il fatto che io abbia lasciato trasparire la mia storia senza mai strumentalizzarla, con naturalezza. Ecco, non mi sono mai montato la testa. E poi con Darwin eravamo amici».

Di quale storia parli?

«Quella della mia giovinezza, dei miei inizi nei campi scalcinati della Sicilia e poi del trasferimento al Nord, a Varese prima e a Torino e Milano poi. Fui uno dei primi giocatori meridionali ad avere successo nel grande calcio quindi sentivo di essere diventato in qualche maniera un modello, un motivo di speranza per tanti giovani che come me inseguivano i loro sogni partendo per il Nord».

È vero che con i primi soldi guadagnati comprasti una casa ai tuoi genitori?

«Si. Io venivo da una famiglia non proprio agiata: vivevamo nella periferia industriale di Catania, stavamo in nove in un piccolo appartamento. Appena ho potuto, ho voluto regalare un pizzico di felicità ai miei».   

Le tue origini ti hanno creato dei problemi?

«Negli ultimi tempi nel mondo del calcio italiano si è ricorsi al concetto di “discriminazione territoriale” per comminare sanzioni e squalifiche. Durante certe partite poteva succede che qualcuno mi desse del “terrone”: lo faceva per innervosirmi ma io sapevo come ribaltare la situazione. Gli rispondevo:”Sarò pure terrone, ma guadagno più di te che sei un polentone". E la cosa finiva lì».

Era così diverso, ai tuoi tempi, il Sud dal Nord Italia?

«Si, c’era una differenza più marcata rispetto a quella che può esserci ancora oggi. Ricordo in particolare il mio arrivo a Torino, dove all’inizio ebbi delle difficoltà per riuscire ad ambientarmi. Erano gli anni della contestazione e una delle cose che mi colpì di più era la maggiore libertà di cui godevano i giovani, specialmente le ragazze. Vedere tante donne uscire da sole la sera, per me che venivo dalla periferia catanese, era del tutto inusuale».

Che tipo di giocatore eri? Si dice che i tuoi stop non fossero proprio da manuale...

«Vero. Ma essendo agile e veloce riuscivo comunque a raggiungere la palla prima degli avversari».

Altre caratteristiche che definivano il tuo modo di giocare?

«Mi piaceva muovermi, spaziare sul fronte offensivo, giocare per la squadra. Avevo la maglia col numero nove, ma il vero centravanti lo facevo poche volte. Giocavo soprattutto sulle fasce: cercavo gli spazi e mettevo palloni in mezzo all’area».

Come arrivasti in serie A?

«Grazie al Varese. Mi prelevò dalla Massiminiana il direttore sportivo Alfredo Casati, che mi aveva visto in un derby contro il Paternò: anche se non avevo segnato gli piacque il mio modo di giocare. Il primo anno arrivò la promozione, il secondo l’esordio con gol in serie A alla prima giornata a Firenze. E poi battemmo la Juventus 5-0: in quella partita feci una tripletta! Due anni bellissimi, anche perché a Varese conobbi la mia futura moglie».

Dopo le due stagioni a Varese, nel 1968 arrivò la Juventus: 660 milioni delle vecchie lire e Anastasi andò a Torino.
Non male, vero?

«Mi volle con forza l’avvocato Agnelli. Credo che quei tre gol fatti col Varese l’avessero colpito. E poi aveva capito che io, uomo del Sud anche nei connotati fisici, avrei potuto essere apprezzato dai tanti operai meridionali che lavoravano alla Fiat in quegli anni di fermenti sindacali. Alla Juve realizzai un sogno che durò otto anni pieni di soddisfazioni: tanti gol e tre scudetti. Peccato per quella finale di Coppa dei Campioni persa nel 1973 a Belgrado: purtroppo l’Ajax era nel suo migliore periodo storico e noi giocammo quella partita con un timore reverenziale che non ci aiutò».

Perché finì la tua storia con la Juve?

«Litigai con Parola. Una serie di episodi, fors’anche dei malintesi, crearono una frattura insanabile pure col resto dell’ambiente. A quel punto non aveva più senso rimanere, né per me né per la Juve. Ma con la società mantenni comunque ottimi rapporti. Sono rimasto sempre un tifoso juventino».

Così passasti all’Inter in un clamoroso scambio col tuo vecchio compagno di nazionale Boninsegna. Come fu per te, juventino doc, il rapporto con i nerazzurri?

«Se fosse dipeso da me, avrei dato uno scudetto all’Inter. Anche per gratitudine verso la società, che già otto anni prima avrebbe voluto acquistarmi. Purtroppo, però, quando io arrivai nell’estate del 1976 la squadra non era all’altezza di quella che c’era stata negli anni precedenti: Mazzola si sarebbe ritirato l’anno dopo, Facchetti al termine della stagione successiva. E io stesso, nonostante non avessi ancora trent’anni, non avevo più la brillantezza delle stagioni trascorse in bianconero».

Pietro, facciamo nuovamente un salto indietro proprio nel 1968, l’anno che segnò, oltre al passaggio alla Juventus, la tua consacrazione in azzurro.

«Si, esordii proprio nella finale contro la Jugoslavia, la prima, quella che finì 1-1: ero tra i più giovani di quella squadra. Ricordo ancora la sorpresa quando Valcareggi nello spogliatoio mi disse :”Picciotto, tocca a te!”. Non giocammo una gran partita: per fortuna ci salvarono le parate di Zoff e il gol di Domingo a dieci minuti dalla fine. Due giorni dopo era tutto cambiato: noi eravamo più freschi e io ebbi anche la gioia di segnare la rete del 2-0. Tirai senza mirare ma venne fuori lo stesso un gran gol. Una felicità incredibile, con tutto lo stadio che esultava insieme a noi».

Perché non facesti parte della spedizione che due anni dopo sfiorò il titolo mondiale in Messico?

«Dovevo andare ma mi feci male e così dovetti rinunciare».

Infortunio muscolare?

«Macchè, una cosa assurda: stavo scherzando con un massaggiatore, sai quelle stupidate che si fanno da giovani, che ti smanacci per dare fastidio? Ecco, in un momento di quelli mi arrivò una gran botta sulle palle. Sembrava una cosa da niente, abbiamo continuato a prenderci in giro. Poi, la notte, mi sentii male. Furino, che dormiva nella mia stanza, capì subito che era qualcosa di grave. Mi si era girato un testicolo: il giorno dopo dovetti operarmi. Fu così che saltai il mondiale del 1970».

Avesti la tua occasione nel 1974 in Germania.

«Ma no, quell’anno era un casino. In nazionale c’erano troppi galli a cantare, alla fine non si capiva chi comandava. Quel Mondiale fu una delusione. E nel 1974, dopo la sconfitta che rimediammo contro l’Olanda nel girone di qualificazione all’Europeo, uscii definitivamente dal giro azzurro».

In serie A, invece, chiudesti con l'Ascoli, segnando proprio alla Juve il tuo centesimo gol in serie A.

«Che storie incredibili che sa scrivere il calcio! Era il 30 dicembre 1979 e una “provinciale” come l’Ascoli espugnò il Comunale 3-2. Ricordo benissimo che aprii io le marcature all’ottavo minuto con un colpo di testa che battè Zoff: tutto il Comunale mi applaudì come se non fossi mai andato via».

Ti è rimasto qualche rimpianto?

«No, assolutamente. Ho avuto una carriera splendida, ho giocato nella Juventus, ho avuto la famiglia al mio fianco. E’ andata bene così».

Nemmeno quel mancato minuto di silenzio sui campi della serie A dopo la tua scomparsa?

«La Juve e l’Inter l’hanno osservato. Chi mi voleva ricordare l’ha fatto comunque, a prescindere dai minuti di silenzio».

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