Charles Barkley, il maestro NBA del coast-to-coast

Charles Barkley, il maestro NBA del coast-to-coast

Chuck fu protagonista nella Lega degli anni ’90: nel 1993 sfiorò l’anello con i Phoenix Suns, tornati quest’anno ai playoff dopo 11 anni

Valerio Ciaccio/Edipress

22 maggio

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In gergo cestistico viene spesso utilizzata la terminologia coast-to-coast per descrivere un'azione durante la quale un giocatore, dalla propria metà campo,  parte in solitaria per arrivare verso il ferro protetto dalla squadra avversaria. Charles "Chuck" Barkley, nato a Leeds in Alabama durante gli anni delle lotte anti-segregazioniste di Martin Luther King, ha reso questa specialità il suo marchio di fabbrica durante la sua carriera NBA e si è pienamente immedesimato in questo fondamentale anche a livello personale e caratteriale.

The Round Mound of Rebound

Il ragazzo mostra chiari segni di egomania sin dai tempi dell'università ad Auburn, dimostrandosi fin da subito noncurante del giudizio altrui e di quello che la sua condotta possa comportare. L'acume tattico, lo strapotere atletico e la capacità di portare per la prima volta il suo college fino al campionato nazionale si contrappongono ad atteggiamenti a dir poco esuberanti. Tra i più famosi aneddoti si ricorda sicuramente un racconto dei giornali locali che assicuravano di aver visto, nel corso di un match collegiale di regular season, Chuckche riceveva in panchina una pizza ordinata prima di entrare nel palazzetto. Questo gli valse il soprannome ancora in voga di The Round Mound of Rebound, ovvero il rotondo accumulo di rimbalzi, che da un lato sottolineava la spiccata capacità di Barkley a riconquistare un numero altissimo di palloni sia in attacco che in difesa, dall'altro evidenziava qualche problemino di sovrappeso che si è portato con sé nell'arco della sua carriera fin dai tempi dell'High School a Leeds. Proprio i duecento impiegati di questa scuola superiore, si sono svegliati qualche giorno fa con mille dollari in più sul conto in banca. Charles ha così pensato di ringraziare e aiutare il suo vecchio istituto in un momento difficile a causa della pandemia. Altra faccia della medaglia, invece, è quella di un Sir Charles che fu in grado di perdere la sua prima opportunità di partecipare a una competizione Olimpica nel 1984 a causa di un'insensata battuta rivolta in allenamento al mister della nazionale Bob Knight, in passato già a contatto con talenti "complicati" come Isiah Thomas,  che lo rispedì a casa senza accettare un affronto del genere da un ragazzo di poco più di 20 anni.

Le esperienze NBA con Sixers, Suns e Rockets

La sua classe cristallina non poteva passare inosservata, ed il nativo dell'Alabama approda nel basket che conta venendo scelto alla numero 5 dai Philadelphia 76ers in un draft, quello del 1984, che passerà alla storia per aver sfornato ben 3 Hall of famer: oltre a Barkley vengono chiamati alla 3 Michael Jordan e alla 1 Hakeem "The Dream" Olajuwon. Tutti e tre verranno premiati, al termine delle loro carriere, con l'ambita onorificenza che li ha portati nell'Olimpo dei più grandi di questo sport. Charles in realtà non vince nulla in Nba. Gioca dal 1984 al 1992 a Philadelphia, mettendo a referto i migliori numeri della sua carriera e portando i Sixersogni anno ai playoff. Nel 1992, dopo la calda e gloriosa estate olimpica di Barcellona dove Barkley è il  topscorerdel Dream Team che stravince la competizione cestistica, si trasferisce ai Phoenix Suns con l'unico scopo di andarsi a prendere la vittoria finale. In Arizona, come sta succedendo in questi mesi con le gesta di Devin Booker, Chris Paul e compagni, tutti speravano di portare a casa l'anello. Chuck, fresco vincitore del premio come miglior giocatore della stagione regolare 1992/1993, era tra i più convinti ma i Bulls di Jordan misero i bastoni tra le ruote a lui e ai suoi Suns. Fu l'unica Finale NBA della carriera del numero 34. Dopo anni burrascosi nei quali più volte minacciò il ritiro per dei problemi alla schiena, si traferì a Houston per dare seguito alle vittorie conseguite da Olajuwon e compagni nelle stagioni precedenti. Purtroppo per lui, l'appagamento generale dopo il back-to-back dei Rockets nel '94 e nel '95, impedì alla compagine texana di arrivare ad altre vittorie. Barkley divenne quindi, insieme ad altri suoi colleghi, l'emblema del top player perdente. Al contrario di altri atleti come Stockton e Karl Malone, Steve Nash o Vince Carter, ha lasciato agli annali di questo sport la sensazione che tutto ciò non lo abbia segnato così tanto. Come in uno dei suoi famosi coast-to-coast ha lasciato intendere che era sì importante vincere, ma a suo modo e rimanendo comunque il pazzo scriteriato di sempre. Non è andata, pazienza.

 

 

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