Il cuoio

Inter, 50 anni dall'undicesimo scudetto

Il 2 maggio 1971 i nerazzurri allenati da Invernizzi si laurearono campioni d’Italia. Fu l’ultimo titolo per i reduci della Grande squadra del Mago Herrera  

50 anni dallo scudetto numero 11 dell’Inter. È passata un’era, ma la parola scudetto in casa nerazzurra riecheggia oggi come allora. Il primo campionato degli anni ’70 inizia però male per la Beneamata. Il derby della quinta giornata perso 3-0 – tra i rossoneri brilla il baby talento Silvano Villa, tra i nerazzurri debutta in Serie A Ivano Bordon – costa la panchina a Heriberto Herrera. Al suo posto Ivanoe Fraizzoli chiama Giovanni Invernizzi. La scelta risulta vincente e rappresenta il punto di svolta per la stagione nerazzurra. Il tecnico, promosso in prima squadra dalla Primavera, fa la cosa più semplice, scelta che si dimostra anche la più intelligente: rimette al centro del progetto i senatori. Con capitan Mazzola e Facchetti elabora una tabella di marcia per lo scudetto, mentre già dalla prima partita cambia l’assetto della formazione. Dopo una vita da terzino, sposta a libero Tarcisio Burgnich, affidando con coraggio la maglia numero 2 al giovane Mauro Bellugi. Reintegra totalmente Jair, lasciato ai margini da Herrera, ricreando quella grande spinta sulle fasce, propria dell’Inter del Mago, con il brasiliano a destra e Facchetti, anche se più arretrato, a sinistra. Dà totale equilibrio a un Inter in cui Bedin sostiene le mezzali Bertini e Mazzola a centrocampo, con il prezioso sinistro di Corso libero di servire un centravanti spietato: Roberto Boninsegna.

La rimonta sul Milan

 

Una vittoria sul Torino, firmata proprio da una doppietta di Bonimba, e una sconfitta contro il Napoli primo in classifica, aprono l’avventura di “Robiolina” sulla panchina della prima squadra. Rimarrà quella del San Paolo l’ultima sconfitta stagionale. È una rincorsa pazzesca quella dell’Inter, avvalorata dal fatto che fino a Natale la questione scudetto sembrerebbe più una corsa a due tra rossoneri e partenopei. Invece la squadra non molla, resta lì, rispettando la tabella di marcia e aspettando il momento per colpire. Quel momento arriva alla 20esima giornata, quando si gioca il derby di ritorno. La classifica recita Milan 30, Napoli e Inter 27, Juventus più staccata a 22. Il calendario regala, oltre alla stracittadina di Milano, Juventus-Napoli. Al Comunale la giovanissima Juve di Vycpalek – nuovo tecnico appena subentrato ad Armando Picchi, capitano e bandiera della Grande Inter di Herrera, che se ne andrà pochi mesi dopo per via di un male incurabile a soli 35 anni – ne rifila 4 al Napoli di Chiappella. Nel frattempo l’Inter regola il Milan con la solita punizione di Corso e con un colpo di testa di Mazzola: la vetta dista ormai solo un punto. Due giornate dopo ecco l’aggancio, ancora 90 minuti ed è già fuga, con la squadra di Rocco che cade a San Siro col Varese, mentre la Beneamata passa di misura al Cibali. Seguono 13 punti in 7 gare, che allungano ulteriormente il vantaggio dei nerazzurri.

Il giorno dello scudetto

 

Il 2 maggio 1971 a San Siro arriva il Foggia. Mancano 270 minuti al termine del campionato, il Milan è di scena a Bologna e i punti di vantaggio a favore dell’Inter sono 3. Tommaso Maestrelli se la gioca a viso aperto, ma già all’8' si percepisce che sarà una giornata a tinte nerazzurre. Facchetti crossa teso verso il centro, Boninsegna si coordina e trafigge Trentini con una spettacolare rovesciata. Un colpo che i giornalisti dell’epoca descrivono come degno del miglior Silvio Piola. Il 24° e ultimo centro di un campionato che incorona Bonimba assoluto re dei bomber. Il Foggia ci prova, ma le manovre nerazzurre architettate da Mariolino Corso e guidate da Mazzola, sono pura poesia per i 60mila di San Siro. Nella ripresa in un quarto d’ora segnano Jair, Facchetti e Mazzola: l’Inter cala il poker. Nonostante l’entusiasmo, sembra ormai inevitabile dover rinviare di almeno 15 giorni la festa scudetto: Milan 2, Bologna 1, continua a ripetere Renato Bortoluzzi dallo studio centrale della RAI. Alcuni tifosi, soddisfatti ma con un pizzico di amaro in bocca, cominciano a recarsi verso l’uscita. Al 76’ cambia il risultato al Comunale: 2-2, autogol di Rosato. Due minuti più tardi l’apoteosi: ha segnato Savoldi, il Milan perde 3-2. Sugli spalti scoppia il finimondo, gente che piange dalla gioia, il presidente Fraizzoli - che festeggia anche il 55° compleanno -  e la moglie letteralmente sommersi in tribuna, anche l’ex patron Moratti è in delirio. L’Inter comincia a festeggiare l’undicesimo titolo, forse il più bello e meritato dei 61 anni di storia del club, sicuramente il più sorprendente. A tempo scaduto Jair mette la ciliegina sulla torta segnando il 5-0, è soprattutto il suo scudetto, scaricato all’inizio e capace di rimettere le cose in ordine quando chiamato in causa. La stessa cosa vale per Mario Corso, da sempre criticato, ma fenomenale e indispensabile. È lo scudetto della vecchia guardia, l’ultimo titolo in assoluto per i veterani reduci dalla Grande Inter, l’unico in nerazzurro per Boninsegna. È il tricolore della congiunzione tra una vecchia e una nuova Inter, che durante il suo cammino ha svezzato Ivano Bodon e Lele Oriali, futuri campioni e bandiere. Saranno gli unici reduci quando il titolo tornerà ancora nerazzurro nel 1980.